Joe R. Lansdale.
.
Io sono dot.
.
Titolo originale: Fender lizard.
Traduzione di: Luca Briasco.
2018. Einaudi, Torino.
Collezione Super ET.
...
.
...
Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
Fondazione Ezio Galiano onlus
 http:\\www.galiano.it
ad esclusivo uso dei privi della vista.
...
.
...
Presentazione.
.
CENNI SULL'AUTORE.
.
Joe Richard Harold Lansdale (Gladewater, 28 ottobre 1951)  uno scrittore statunitense, autore di romanzi, di racconti, di fumetti e di fantascienza oltre che di testi per la televisione, e di sceneggiature per il cinema.
Trasferitosi, ancora bambino, assieme alla sua famiglia nella vicina Nacogdoches, la cittadina che sar protagonista di alcuni suoi romanzi futuri, ambienta molto spesso i suoi romanzi e racconti nel Texas dove vive: "Il Texas  uno stato mentale" avr modo di dire.
Il suo stile , come i suoi interessi di lettore, particolarissimo.  difficile inquadrare la sua vasta produzione letteraria: si va dal racconto gotico a quello di fantascienza, dalla satira sociale alla narrativa per ragazzi, dal "noir" (spesso con una forte componente di azione violenta) ai racconti western, il tutto condito con forti dosi di umorismo.
...
.
...
1.
Potreste pensare che questa non sia una storia vera, perch una parte di essa contiene cose a cui  difficile credere, ma vi assicuro che non c' niente di inventato, dall'inizio alla fine. Voglio scriverla tutta prima che il tempo mi porti a inzepparla di dettagli interessanti, come se questa storia ne avesse bisogno.
Capita di mentire sugli avvenimenti. Lo so. Mio padre era un bugiardo. Riusciva a prendere una cosa vera e a renderla una bugia. Gli bastava continuare ad aggiungere particolari fino a ingrandire tutto, tirando dentro cose che non erano mai accadute ed eliminando gradualmente la verit, cos che alla fine rimaneva solo la parte inventata e lui stesso non sapeva pi riconoscere la verit dalla menzogna.
Spero che questa cosa non sia ereditaria.
Andr dritta come un fuso, convinta che non lo sia.
Vi dir la pura verit, dal principio alla fine. Vi dir che il mio nome  Dorothy Sherman e racconter le cose come stanno. Vi dir che i miei amici mi chiamano Dot, e che preferisco che i miei nemici non mi chiamino affatto.
Si tratta di una grande avventura? Be', nessuno andr sulla luna o scaler una montagna altissima. Ma per me  un'avventura. E' la mia vita quotidiana.
Una volta mio padre mi ha dato dei consigli che ho serbato nel cuore. Non che abbiano molto a che fare con la mia storia, non direttamente almeno, ma contengono una certa saggezza e credo evidenzino il fatto che la mia  una famiglia di filosofi.
Mi ha detto: "Ricorda, nella dieta ci vuole un po' di grasso per aiutare la digestione". L'altro consiglio  stato: "Conservati i soldi perch non te ne dar di pi".
In questo caso diceva il vero. Non ci dava neanche il minimo sindacale, figuriamoci gli extra. Se n' andato quando avevo dodici anni e mio fratello cinque. Ha fatto quella cosa che si sente sempre dire. E' uscito per comprare le sigarette e non  pi tornato.
Per tanto tempo ho immaginato che fosse andato al negozio, non ne avesse trovate e avesse proseguito fino a Longview per procurarsene un pacchetto. Dopo una o due settimane ho pensato che qualcuno doveva pur averle avute, le sigarette, e che sarebbe dovuto tornare da tempo, anche camminando con i piedi in un secchio di cemento indurito.
Ora ho diciassette anni, ne sono passati cinque da quando ho sentito le perle di saggezza di pap, poco prima che partisse per il giro del mondo alla ricerca delle sigarette, dunque  gi da un bel po' che se n' andato e io ho iniziato a lavorare come cameriera sui pattini in un drive-in aperto ventiquattr'ore al giorno: il Dairy Bob. Proprio cos, il Dairy Bob.
Il tipo che lo gestisce si chiama Bob. Una brava persona, tutto sommato, sulla trentina. Quando ha aperto il locale non sapeva come chiamarlo. Diceva di essere cresciuto andando al Dairy Queen, e cos ha deciso di chiamarlo Dairy e qualcosa, ma non riusciva a trovare un nome adatto. Alla fine ha pensato di aggiungere il suo nome, Bob.
Il Dairy Bob si trova appena fuori dalla Statale 59, e scommetto che la gente quando passa in macchina e vede l'insegna pensa: ma che c'entra Bob?
Bob  l a tutte le ore. Ha un'assistente di nome Marilyn che lavora giusto il tempo di fargli fare un sonnellino, di solito qualche ora a notte. La vedo pochissime volte, cos  poche che stenterei a riconoscerla se la incontrassi per strada, credo. Io sto l pi che altro quando c' Bob.
Non  il lavoro peggiore al mondo, ma alla fine della giornata sono ridotta un cadavere. Pi di tutto mi fanno male le caviglie e i polpacci, ma anche il culo ha i suoi problemi: non estetici, per. Quando sei sui pattini per sei ore al giorno, le chiappe ti diventano dure come il piombo.
Il mio turno  questo, sei ore ogni sera. Quando avr diciotto anni le ore diventeranno otto, ufficialmente, anche se gi ora c' sempre un po' di lavoro extra che viene pagato in contanti.
Cerco di fingere con me stessa, prima di dormire, che riuscir a prendere il diploma, per poi andare al college e ottenere una vera e propria laurea invece che un attestato di assistente infermiera, o come diavolo si chiama, oppure di estetista, o ancora di stenografa.
Non che siano malaccio, come ambizioni, e sono tutti mestieri onesti, ma le ragazze di mia conoscenza che hanno abbandonato la scuola o sono rimaste incinte - nel qual caso, il padre del bambino se l' data sicuramente a gambe - hanno finito per fare uno di quei tre lavori e vivono in una roulotte, cosa che in effetti io faccio gi ora. Credo che tecnicamente si tratti di una casa mobile, ma mia madre la chiama roulotte, e noi facciamo altrettanto. Comunque, vivo in una di quelle. Io, mia madre, mio fratello minore Frank e nonna. Fa schifo. Ho sempre desiderato una casa pi grande. Quando incrocio mia nonna che viene gi per il corridoio e vuole andare in bagno - e sottolineo che non  il tipo di persona che ama saltare i pasti - ci tocca quasi fare le acrobazie, per passare.
Non voglio neanche fare la fine di mia sorella maggiore, Raylynn. Ha ventitre anni e non abbiamo lo stesso padre. Il suo  stato ucciso quando era piccolina e neanche se lo ricorda. Stava lavorando sotto una macchina tenuta su da un vecchio cric, quando un cane in corsa vi  inciampato. Il cric ha ceduto e la macchina gli  caduta addosso, schiacciandolo. Il cane non si  fatto nulla. Mamma racconta sempre che  morto un anno dopo, serenamente, mentre era in giardino con una zampa piegata, a godersi il sole primaverile.
Raylynn ha una roulotte tutta sua e lavora con me al Dairy Bob. Ha provato a fare l'estetista, ma le clienti non erano soddisfatte. A due di loro erano caduti i capelli, e una delle sostanze chimiche che Raylynn aveva utilizzato ha fatto venire a un'altra una specie di fungo all'orecchio, resistente ai farmaci. La donna le ha fatto causa, e addio salone di bellezza. Visto il precedente, non era esattamente molto richiesta, e veniva subito licenziata per quello che lei chiamava Pregiudizio Estremo.
Perci ha cominciato a lavorare al Dairy Bob. E' stata lei a farmi assumere. Odia quel posto. Dice che il futuro che le spettava  arrivato e se n' andato senza lasciare neanche l'ombra.
E' una ragazza abbastanza intelligente, quando usa la testa, ma per la maggior parte del tempo il suo cervello sembra in vacanza. E' molto carina, ma sarebbe stato meglio se fosse stata meno bella e pi intelligente, perch a sedici anni  andata a convivere con un ragazzo, scappando di casa perch, come diceva ironicamente mia madre, era "innamoraaaaata".
Il fatto  che il tizio invece non era innamorato, o comunque ha smesso di esserlo appena ha saputo che era in arrivo un beb: mio nipote Jake, che adesso ha due anni. Comunque, il tizio se l' squagliata chiss dove. A Raylynn ha lasciato solo dei calzini bucati e pochi spiccioli che gli erano caduti dalle tasche ed erano spariti sotto i cuscini del divano.
Raylynn  tornata a vivere con noi, almeno finch non  nato Jake.
Dopo la sua nascita, tutta quell'intimit familiare non andava pi bene, quindi ha trovato lavoro al Dairy Bob e ha preso in affitto una roulotte persino pi piccola della nostra.
Ha conosciuto un tizio di nome Tim, il quale si  dimostrato in linea con i suoi gusti in fatto di uomini. Poco dopo l'inizio della loro convivenza,  rimasta di nuovo incinta e Tim ha cominciato ad accusare problemi alla schiena, che lui chiamava stupidamente "la lombargia".
Ben presto ha smesso di lavorare. Raylynn portava avanti da sola la baracca. Lui se ne stava seduto a casa in mutande, con una cassa di birra scadente e il canale dei quiz. Teneva a portata di mano una confezione di batterie per evitare di alzarsi nel caso si scaricassero quelle del telecomando. cos  stava a posto.
Raylynn si lamenta continuamente con me. Ma mica lo lascia. E quando  nata la mia nipotina Constance, non ha potuto neanche riposarsi. Le cose sono peggiorate ancora. I bambini stanno tutto il giorno al nido, che si prende ogni soldo che guadagna Raylynn, perch a Tim non piace cambiare pannolini. Dice che  roba da donne e cos  via, e poi sarebbe costretto a mettere gi la birra e posare il telecomando per cinque minuti circa. Se ne sta semplicemente seduto in casa, aspettando che lo chiamino per un incarico direttivo o che si liberi un posto come fisico nucleare.
So di essere cattiva, ma continuo a sperare che un camion lo investa e magari se lo trascini per tre o quattro chilometri. Non sono pensieri da ragazza per bene, ma questo . Almeno nella mia testa posso essere brutale. Una volta ho letto un manuale che parlava di rabbia repressa e mi sono resa conto di esserne piena. Per non parlare dei problemi di autostima, che nascondo esibendo una spavalderia completamente fasulla. Anche la finta spavalderia era descritta nel libro. Non era granch, come manuale, ma ricordo che parlava di questo genere di cose.
Vista la mia situazione, perch mai dovrei criticare la vita delle persone? Come potete immaginare, una diciassettenne che ha abbandonato la scuola con l'intenzione di prendersi un diploma a distanza quando e se potr non  esattamente il genere di persona a cui qualcuno potrebbe predire un grande futuro.
Devo provvedere da sola a qualsiasi cosa, cibo compreso, perch mamma lavora da Tutto a un Dollaro e non la pagano abbastanza, mentre nonna ha una gamba fuori uso che non  guarita come si deve. Niente di grave. Zoppica un po'. Quando la gente le chiede cos' successo, lei racconta di essere caduta dal portico mentre era ubriaca. Non ce l'abbiamo, un portico, e lei neanche beve, ma la nonna  fatta cos . In realt  scivolata uscendo dalla vasca: la gamba  rimasta da una parte e il resto di lei se n' andato dall'altra. Ovviamente tutto ci non ha fatto bene alla gamba. Mio fratello Frank ha dieci anni, e su di lui abbiamo grandi aspettative. E' una specie di nerd, ma insomma, diamine, come dice mamma: "Fai quello che ti pare e piace, basta che non combini pasticci sul tappeto del salone".
A proposito: il lavoro che ho trovato al Dairy Bob ha una specie di nomignolo. Bob chiama noi ragazze "Fender Lizards". E' una vecchia espressione che si usava negli anni Cinquanta, o almeno cos  dice lui, e ha a che fare con le cameriere che sfrecciano attorno ai paraurti delle macchine, spesso finendoci contro. Posso mostrarvi i lividi.
Mi piace quel nomignolo, Fender Lizards, e lo uso per parlare di me appena ne ho l'occasione. E' un gran modo per avviare una conversazione, e un paio di volte ho fatto colpo sui ragazzi usandolo per qualificarmi.
Credo pensino sia qualcosa di tosto.
Giusto per essere precisa, non sono uscita con nessuno di loro.
Il problema  che se hai mollato la scuola, sembra che ti ronzino attorno solo quelli che hanno fatto altrettanto, e ne vanno pure orgogliosi. Tutti con i capelli che paiono tagliati con un tosaerba, tatuaggi da galera e chincaglierie su tutta la faccia, come se avessero avuto vari incidenti mentre pescavano.
Io non seguo le mode. Non mi piacciono i tatuaggi e tutta quella merda sulla faccia di un ragazzo. O di una ragazza. Ogni tanto indosso un paio di orecchini. Ce li ho i buchi alle orecchie, ma conosco ragazze che hanno buchi e roba appesa in posti dove non dovrebbe esserci un bel niente.
Mia madre una volta mi ha dato un paio di consigli sull'argomento e, come per i consigli di mio padre, ne ho fatto tesoro.
"Non fare buchi nella tua cantina, Dot".
Ricordate, vi ho detto che la mia  una famiglia di filosofi.
Comunque, questa  la mia famiglia, quello  il mio lavoro, questa  la mia vita, tutto qui.
Ora faccio un momento di pausa per permettervi di smaltire l'invidia.
2.
Dunque, c' un punto luminoso che si insinua tra tutte queste cose, un po' come un raggio di luce fortissima che cerchi di penetrare attraverso un sacco unto, e si tratta del fratello di mio padre, zio Elbert. Non lo avevo mai conosciuto, e se  per questo neanche gli altri membri della famiglia l'avevano mai visto. Non sapevamo neanche che mio padre avesse un fratello, e io all'epoca ancora non sapevo che fosse un raggio di luce, ma a questo ci arriveremo con calma.
Venne a trovarci, portando con s un vecchio furgone verde Dodge, che sembrava aver fatto il giro del mondo, fondo degli oceani compreso. L'aveva riempito di ogni sorta di robaccia, e in seguito mi disse che l dentro ci viveva. Cosa non difficile da credere, perch quando scesi dalla mia macchina il portello laterale del furgone era aperto e da l mi arriv un odore che avrebbe fatto barcollare e poi steso una puzzola. Era tarda serata, avevo appena finito di lavorare, e lo sentii ancor prima di riuscire a vederlo bene, perch avevo i finestrini abbassati a causa di un guasto all'aria condizionata. Aveva una voce piuttosto dolce, per essere un uomo. Non era eccessivamente acuta o stridula, ma aveva un tono un po' meno basso e sfrontato rispetto a quello che di solito appartiene ai portatori di cromosomi X e Y. Lui era, come disse una volta Bob riferendosi a un suo conoscente, uno di quegli uomini che "a furia di balle e moine lasciano le donne con il culo a terra e senza un soldo in tasca".
Comunque, eccolo l. Quell'uomo che non avevo mai visto prima, n io n altri membri della famiglia. Era in cortile con mia madre, mia nonna, il mio fratellino re delle caccole, appollaiati su quelle sedie a sdraio cos  vecchie che a sedervisi sopra si rischiava la vita.
Ai miei occhi era vecchio, ma suppongo si potesse dire che aveva un aspetto niente male: ovviamente se avevi almeno quarantacinque anni, eri abbastanza disperata e ti eri fatta cinque o sei bicchierini. Aveva i capelli neri, probabilmente tinti, che mi facevano pensare al lucido da scarpe, lineamenti affilati e labbra piuttosto piene. Sembrava uno di quegli uomini che si mostrano sempre felici, cosa che mi insospett all'istante. Pap era cos , ma se fosse stato davvero felice non sarebbe scappato via come un ladro in piena notte.
Notai tutto questo in un lampo, osservandolo alla luce della lampada per le zanzare appesa alla porta. Zio Elbert stava bevendo una birra e parlava a cento chilometri all'ora, con una sigaretta appesa all'angolo della bocca. Non se la toglieva neanche per parlare e sorseggiare la birra.
Detesto le sigarette, dunque pensai che avrei odiato anche lui. Immaginai che mi avrebbe rifilato la classica tiritera sul fatto che aveva il diritto di fumare perch era Americano, come se io invece fossi appena piombata l dall'Armenia o da un posto simile. Per me nessun problema, bastava che si tenesse lontano da casa mia o dal posto dove mangiavo. Non fumando, non do fastidio a nessuno con l'alito, a meno che non abbia mangiato cipolle e sia troppo vicina, ma i fumatori disturbano tutti quelli che non fumano, o hanno pagato dodici dollari per un bel pranzetto e si ritrovano a ingoiare e assaporare fumo perch gli amanti del tabacco devono poter esercitare il loro diritto, il quale, per quanto mi riguarda, finisce non appena provano a stuzzicare il mio delizioso nasino.
A ogni modo, le sigarette non mi piacciono. Il mio vecchio non era forse uscito a comprare le sigarette per non tornare pi? Insomma: le sigarette dnno fastidio, provocano il cancro e fanno sparire la gente.
Comunque, uscii dalla macchina, mi avviai verso casa ed ecco quello strano tipo. Sentivo mamma e nonna che ridevano per qualcosa che stava dicendo, e appena mi avvicinai lui si alz e disse: - Mio Dio. Questa sarebbe la figliola? E' una vera delizia! Ti somiglia, Alma.
Alma  il nome di mia madre.
E le somigliavo davvero. Quando era giovane. Ho visto delle foto.
- Vieni qui, - disse mamma, come se potessi squagliarmela a gambelevate verso il continente africano.
Quando gli fui accanto, l'uomo disse: - Sono tuo zio. Zio Elbert, piccolina.
Quasi mi afferr, cingendomi tra le braccia. Puzzava un po' di marcio.
- Mi sono seduto qui, aspettando che arrivassi, - disse. - Poi vedr tua sorella.
Mi strinse forte a s, con le sue braccia pesanti, e disse, con il fiato che puzzava di posacenere: - Cazzo se  bello, essere in famiglia.
- Oh, Elbert, - disse mamma. - Non imprecare in questo modo.
Mi venne quasi da ridere. Tutte le parolacce che sapevo le avevo imparate da lei. Di solito le tirava fuori tutte assieme quando si schiacciava un dito, sbatteva con la punta dei piedi o la sua squadra di football perdeva.
- Oh, diamine, - disse zio Elbert. - E' bello. Non credi anche tu?
Non sapevo cosa rispondere, cos  sorrisi cercando di sembrare sincera, ma temo di avergli fatto l'effetto di un opossum che digrigna i denti.
- Mi ha regalato un coltellino tascabile, - disse mio fratello.
- Carino, - commentai.
- Manca una lama, - disse Frank. - Quella grande. C' solo la piccola.
- E' solo un coltello per principianti, - disse Elbert.
- Elbert, - disse mamma, come se lo conoscesse da una vita. - Tu e Dot dovreste andare al minimarket per prendere un po' di bibite e roba del genere. Non ho granch da offrire a un'ospite. E quello  l'unico posto da queste parti che resta aperto ventiquattr'ore su ventiquattro.
Fantastico, pensai. Non conosco quest'uomo, e neanche mamma lo conosce, a dire la verit non lo conosce nessuno, per vuole che io e lui andiamo insieme al market per comprare delle bibite.
- Mi pare una buona idea, - disse lui. - Magari prendiamo anche dei popcorn, visto che ci siamo. Per, Alma, io non sono un ospite. Sono parte della famiglia.
- Stasera non abbiamo bisogno di popcorn, - disse mamma. - Abbiamo gi cenato.
- Io no, - intervenni.
- Non hai mangiato al Dairy Bob?
- Ah, - disse zio Elbert. - Il Dairy Bob. Che buffo.
Insomma, alla fine andammo al negozio con la mia macchina.
3.
Dunque, ero in macchina, guidavo con accanto uno che poteva essere un serial killer o un pazzo evaso dal carcere o un venditore di auto usate, ed ero stata spedita in missione da mia madre per procurare degli spuntini.
Quando ci mettemmo in cammino, gli chiesi ci che probabilmente aveva gi chiesto mamma.
- Dove diavolo  mio padre?
- Be', tesoro. Non lo so. Non lo vedo da un po'. L'ultima volta  stata qualche anno fa, poco tempo dopo la sua fuga. Mi ha detto tutto di te. Ti vuole molto bene.
- E sa anche come dimostrarlo.
- E' scappato, - disse Elbert.
- Da cosa?
- Dalla vita.
- Come ha potuto farlo?
- Temeva di aver sbagliato tutto con te, e con la sua famiglia.
- Ah, grandioso, - dissi. - Quindi ci ha lasciati per migliorare le cose?
- Non lo sto giustificando, - disse Elbert. - Ti sto solo dicendo com' andata.
- Ti ha detto cosa aveva intenzione di fare?
- No. E non l'ho pi visto da allora. Ha dormito a casa mia e il mattino dopo  sparito, insieme alla mia scatola dei biscotti.
- Ti ha rubato i biscotti?
- La scatola e i soldi che ci tenevo dentro. Biscotti non ne avevo. E non credo sia possibile andare tanto lontano con trentacinque dollari.
- Come mai ti fai vivo solo adesso?
- Bella domanda, tesoro. Bella domanda. Ma non ho una risposta valida.
- Dove vivi?
- San Antonio, Texas, - rispose.
- cos  vicino e non ti sei mai fatto vedere?
- E' cinque ore a sud-ovest da qui, - disse.
- Cominci a parlare come pap. Non amava le seccature. Cinque ore, wow. Meno del mio turno al Dairy Bob.
- Lo ammetto, ho risposto come avrebbe fatto lui. Va bene, ti dir la verit. Non molto tempo dopo che tuo padre si fece vivo decisi che rapinare la banca locale non sarebbe stato un peccato mortale, visto che un sacco di brava gente ha subito dei pignoramenti, tra cui il sottoscritto.
- Sei un rapinatore di banche?
- Ci ho provato. Ma suppongo sia necessario procurarsi prima un'arma. Io non ce l'avevo. Ho assunto solo un'aria minacciosa. Ho detto persino un paio di parolacce. Ma non ha funzionato come speravo.
- Che cosa  successo poi?
- Non mi volevano dare i soldi, - disse. - C' stata una discussione. Ho insistito. Non ho mai detto di avere un'arma, ma ho agito come se l'avessi. La cassiera per, una ragazza con gli occhi pi blu che abbia mai visto...
Be', non blu quanto i tuoi...
- Lascia stare i miei occhi, - dissi. - Continua.
- Non si  fatta intimidire, - prosegu. - Non aveva la minima intenzione di sganciare i soldi. Non mi restava altro da fare che andarmene. Ma quelli avevano gi chiamato la polizia, che mi ha fermato non appena sono uscito. Avevo commesso l'errore di parcheggiare la macchina troppo lontano, perch il parchimetro non funzionava. Avevo anche parcheggiato, in realt, ma poi mi ero reso conto che le monetine non entravano. Era bloccato. E cos  ho cercato un parcheggio libero.
- Non volevi violare la legge per un parchimetro ma hai cercato di rapinare una banca parcheggiando la macchina lontano?
- Che cosa sciocca, vero?
- Direi di s.
- La legge e il giudice hanno stabilito che dovessi passare un po' di tempo in prigione, e cos  ho fatto. Cio, non  che avessi molta scelta.
- Immagino, - dissi.
- Per non mi sono dovuto preoccupare della multa per il parcheggio, -concluse.
- Una bella soddisfazione.
- Dunque, ecco dove sono stato, ed ecco perch non sono mai venuto a trovarvi, quando eri piccina.
- Sei appena uscito di prigione? - chiesi.
- Ho scontato un po' di pena a Huntsville, sono uscito, ho cercato lavoro, ma non mi  andata molto bene. Ho gestito una piccola agenzia di investigazioni a San Antonio, per un po'.
- Un'agenzia di investigazioni? Tu sei un criminale.
- Un aspirante criminale, per la precisione. Non ho derubato nessuno. Ricorda, non ho preso i soldi.
Deviai dalla strada principale per entrare nel parcheggio del market e trovai un posto libero. Spensi i fari ma non scesi dall'auto.
- Al mio paese un aspirante criminale  comunque un criminale. E' la stessa cosa, Elbert. Spero non sia un problema per te se ti chiamo Elbert, perch non ho intenzione di chiamarti zio. A dire la verit, non voglio proprio chiamarti. Neanche al telefono.
- Dici proprio tutto quello che pensi, eh?
- Esatto.
- Bene. Mi piace.
- Non importa se ti piace o meno. Non  un'asta. Questa  la mia posizione, prendere o lasciare.
- E' uno strano modo di rivolgersi a una persona pi anziana, il tuo.
- Sei una persona pi grande di me che per non conosco affatto. E ora che mi ci fai pensare, non so se sia stata una buona idea, venire fin qui con te in macchina. A volte mia madre lascia il cervello nell'armadio.
- Non crederai che io sia una specie di pervertito, vero? - chiese.
- Non lo so che cosa sei. Non ancora. Ma so che sei un rapinatore di banche.
- Un aspirante rapinatore di banche.
- Ti ho gi detto come la penso, in proposito, - dissi. - Che tu ci sia riuscito o meno, resti sempre un rapinatore. E, come puoi immaginare, non ti  consentito fumare nella mia macchina.
- Non avevo nessuna intenzione di farlo.
- Sempre meglio mettere le cose in chiaro, nel caso ti fosse venuto in mente, - dissi.
- Non succeder, - disse. - Quella alla roulotte  stata la mia ultima sigaretta. La verit  che io non ho mai fumato prima di stasera. Okay, tranne qualche sigaretta quando ero ragazzo, mi hanno anche beccato e ho avuto dei problemi a scuola. Stasera ero nervoso e cos  ne ho comprato un pacchetto. Fanno solo puzzare i vestiti. Riesco a sentirne l'odore addosso.
- Anch'io, - dissi. - Ma ancora non so perch sei qui.
Elbert annu. - Un giorno mi  venuto in mente che avevo una famiglia e non la conoscevo. Tu sapevi di avere uno zio?
- Nessuno me ne aveva parlato, - dissi. - Pap non era un gran chiacchierone quando si trattava delle cose importanti, parlava solo delle piccolezze. E se mamma sapeva di te, non l'ha mai detto.
- Tua madre  stata molto gentile con me, - disse Elbert. - E non misconosceva. Non riesco a credere che Jethro non abbia mai detto una parola su di me, e che se ne sia andato in quel modo.
- Be',  cos , - dissi.
- Il punto , tesoro... che vorrei provare a rimediare, a fare ci che tuo padre non ha fatto. Voglio fare qualcosa di concreto nella mia vita, e credo che diventare un vero zio per te sarebbe un ottimo inizio.
- Non avevi un lavoro quando sei venuto qui, giusto? - dissi. - Voglio dire, non  una vacanza, questa.
- No.
- E non hai un posto dove stare, - dissi.
- No. Non ce l'ho.
- Dunque sei venuto qui e ti sei procurato del cibo gratis e un buco dove dormire.
- E' molto pi di questo.
- Ma un po' lo , giusto?
- Sei veramente tosta, tesoro.
- Sono molto stanca, - dissi. - Sono esausta. E ti conosco come potrei conoscere un gatto nell'ombra.
Elbert rimase impassibile.
- Vogliamo entrare nel negozio? - disse.
Aprii la portiera, scesi e mi avviai verso il negozio senza aspettare che lui mi seguisse.
Questo fu l'inizio della nostra amicizia.
4.
- E cos  servi il cibo sui pattini, - disse. - Con un vassoio?
- Proprio cos , - risposi. Eravamo tornati alla roulotte e sedevamo a tavola.
Mamma gli aveva preparato un posto sul divano e aveva spostato Frank, che di solito dormiva l, sul pavimento della sua camera da letto.
- Caspita, - disse Elbert, legittimamente sorpreso. - Quando ero un ragazzino c'erano queste cose, ma non pensavo si facessero ancora. E questo posto si chiama Dairy Bob?
- S. Sempre cos  si chiama.
- Ero bravo, a pattinare.
- Fantastico, - dissi.
Il discorsetto che gli avevo fatto non aveva intaccato la sua cordialit e, dopo aver divorato un Zungri Man Dinner cotto al microonde, il suo secondo pasto della serata, si sentiva di nuovo abbastanza in forma.
Era molto tardi, eravamo in salotto e mamma, nonna e Frank se n'erano andati a dormire, mentre io ero ancora in trappola, costretta ad ascoltare le chiacchiere di zio Elbert. Lo scambio si era ridotto quasi a zero, ma devo ammettere che era un tipo abbastanza piacevole, rapina in banca a parte ed escludendo il fatto che era uno sbruffone.
- Be', devo andare a letto, adesso, - dissi.
- Certo, - rispose lui. - Guadagni bene?
- cos  cos .
- Be', cos  cos   sempre meglio di niente.
- Immagino di s, - dissi. - Non hai intenzione di chiedermi un prestito, vero?
- Un paio di dollari mi farebbero comodo, - ammise.
Lo fulminai con lo sguardo.
- Scherzavo, - disse. - Stai cercando di prendere il Ged?
- Te l'ha detto mamma?
- S. Hai intenzione di prenderlo?
Zio Elbert aveva un modo di portare avanti le conversazioni che ti costringeva a rispondere ogni volta.
- Mamma parla troppo, - dissi.
- Ho frequentato il college per un anno.
- Buon per te, - dissi. - Ti  servito parecchio, a quanto vedo.
Buonanotte.
Mi avviai verso la camera da letto.
- E' una notte buona, s. Sono davvero contento di essere a casa.
Pensai: vuoi dire che sei contento di essere a casa nostra. Ma tenni a freno la lingua. Dissi invece: - Gi. Be', hai coperte e cuscini. Il divano  abbastanza comodo. E lascia qualcosa nel frigo per noi.
- Questa potevi risparmiartela, - disse.
Mi precipitai nella camera pi lontana, quella che dividevo con nonna, entrai e chiusi la porta prima che lui potesse aggiungere altro. Ero al sicuro, finalmente.
In realt immaginavo che il mattino dopo sarei tornata in salotto e avrei scoperto che se n'era andato, dopo aver mangiato tutto il cibo e rubato pure qualcosa. Dopotutto era un giusto prezzo da pagare, per liberarsi di lui.
Nella stanza era tutto buio ma sapevo come orientarmi, e cercai di non fare rumore perch la nonna aveva il sonno leggero.
Quando entrai nel letto, che era una piccola branda in un angolo della stanza, sentii che nonna si agitava come un ippopotamo che sguazzi in un pantano.
- Che ne pensi di lui? - mi chiese.
- E' piuttosto strano, sbucare fuori dal nulla in questo modo -. Stavo per aggiungere: "Lo sapevi che  un rapinatore di banche?", ma era troppo tardi per tirar fuori quell'argomento.
- Ha il naso di tuo padre, - disse nonna.
- E lui non ne ha bisogno? - chiesi.
- Di cosa?
- Del suo naso. Se Elbert ha il suo naso, vuol dire che pap non ne ha pi bisogno?
- Ma di cosa?
- Lascia stare.
Scivolai sotto le coperte e le tirai su fino al collo, cercando di trovare qualcosa di bello a cui pensare, qualcosa che avrebbe portato sogni piacevoli. C'ero quasi riuscita quando sentii nonna ridere.
- Oh, adesso ho capito! - disse.
- Che cosa?
- Il fatto del naso. Ho capito. Era una battuta.
- Buon per te, nonna, - dissi.
Lei ridacchi ancora e io chiusi di nuovo gli occhi.

5.
Dormivo fino alle nove, dieci del mattino. Mi alzavo, facevo colazione o un pranzo anticipato, poi andavo in citt per fare delle commissioni, anche se in realt non avevo da farne nessuna. Poi andavo al lavoro. I turni cambiavano sempre, ma in quel periodo lavoravo dalle sei del pomeriggio a mezzanotte.
La colazione o il pranzo non erano granch, e c'erano quasi sempre le stesse cose. Un toast, dei cereali cos  pieni di zucchero da far cacciare un urlo a un diabetico e poi farlo stramazzare a terra dopo due cucchiaiate.
Per cena potevo mangiare qualcosa gratis al Dairy Bob. Bob permetteva a chi lavorava per lui di avere un pasto gratis e un po' di sconto sugli altri. Riuscivamo anche a prendere una patatina o altre cosette senza incorrere nella sua furia, di tanto in tanto, soprattutto se non ci facevamo scoprire. Se ci beccava, ci toccava una sgridata e Bob minacciava di detrarre dallo stipendio quello che avevamo preso.
Che poi, quanto gli costava quella roba? Un centesimo a patatina? Cinque centesimi per ogni anello di cipolla?
Comunque, fino ad allora aveva fatto solo minacce, senza mai passare ai fatti.
Ma Bob  un tipo a posto. Quando ho preso la patente e ho smesso di venire al lavoro con mia sorella, Bob mi ha dato cinque dollari per la benzina e un hot dog con patatine fritte, chiamandolo il suo "regalo post patente".
Credo sia una cosa molto giusta. Ognuno di noi, dopo aver ottenuto la patente, dovrebbe ricevere un regalo e un po' di cibo spazzatura da mangiare. Non sarebbe grandioso? Il tutto in un ristorante di tua scelta.
Comunque, questa era la mia vita, giorno dopo giorno. Finch un mattino Raylynn non venne a lavorare e le cose cambiarono. Non chiam n avvis in alcun modo, semplicemente non si present. Bob telefon al numero della sua roulotte un paio di volte ma non ebbe risposta. Chiamai due volte anche io, ma nulla. Bob mi disse che lei avrebbe dovuto chiamare, e che mi toccava sostituirla, cosa piuttosto sciocca, visto che coprivamo lo stesso turno. Immagino intendesse dire che avrei dovuto farmi carico anche dei suoi clienti.
Durante lo stacco la richiamai dal cellulare, che presto sarebbe diventato inservibile perch non avevo pagato la ricarica, ma ancora una volta non rispose.
La cosa mi turbava. Non pi di tanto, intendiamoci, ma non mi sentivo tranquilla. Non era da Raylynn non presentarsi al lavoro, perfino quando era in ritardo faceva una telefonata, e se proprio voleva prendersi una giornata libera trovava sempre una buona scusa. Non diceva cose banali tipo non sto bene, inventava ottime balle, senza mai arrivare ad assurdit come ho preso la rabbia per colpa del morso di un gatto oppure sono stata rapita dagli alieni e mi hanno inserito una sonda anale. O ancora: la prossima settimana non posso venire perch devo tornare dagli alieni per un ulteriore controllo.
Durante il giorno lasciava i bambini al nido perch la nonna non poteva tenerli, visto che aveva il brutto vizio di addormentarsi nei momenti meno opportuni. Mamma doveva lavorare, e poi le aveva detto chiaramente che aveva gi tirato su i suoi, di figli, e non aveva intenzione di fare un secondo round.
Chiamai il nido e scoprii che non aveva portato l i bambini.
Il fatto che Raylynn non chiamasse, non fosse arrivata nemmeno in ritardo, non rispondesse al telefono e non avesse neanche portato i bambini al nido fece incazzare Bob, il quale era convinto che si fosse presa una vacanza. Io ero preoccupata. Avrei voluto mettermi in macchina e andare, ma eravamo pieni di clienti e Bob non voleva che mi allontanassi. Una macchina piena di gente mi fece andare avanti e indietro per mille cose, e continuavano a ordinare, a prendere altra roba da bere eccetera. Il conto era sostanzioso. Al momento di pagare mi dissero, come se fossero dei gran spendaccioni: tieni pure il resto, che poi risult essere di ventidue centesimi e un po' di lanetta, di quella che trovi nelle tasche dei pantaloni.
Rientrai nel locale pattinando e controllai il cellulare. Raylynn non aveva chiamato. Quando Sue si avvicin, anche lei sui pattini, le dissi che ero preoccupata. Sue  la ragazza pi dolce del mondo. Si comporta come la tipica ragazza del Sud, ma le sue origini sono pachistane e messicane, e a quanto pare ha anche un po' di Dna irlandese; secondo me  una specie di folletto. Ha una pelle liscia e scura che non ha mai visto un brufolo, gli occhi pi verdi che mi sia mai trovata davanti e capelli rosso fiamma. Non ho mai visto una persona come lei, a parte nei fumetti con protagonisti il cui aspetto dipende dalla radioattivit o roba del genere.
Comunque, le dissi che ero preoccupata per Raylynn e lei mi fiss con il suo tipico sguardo assonnato e disse che dovevo andare, che non importava cosa pensasse Bob.
- Questo posto non  ambito al punto che se non torni entro mezz'ora sarai costretta a combattere con l'ufficio di collocamento per evitare che mandino una sostituta.
Aveva ragione. Per quanto non fosse semplice guadagnarsi da vivere, non  che il mondo fosse pieno di gente che voleva fare la cameriera sui pattini in un fast food, considerata la mole di lavoro e i pochi soldi guadagnati. Era un posto come tanti, decisamente poco ambito.
Gay ci aveva sentite parlare, e la pensava diversamente sul fatto che io andassi via per cercare Raylynn. Lei  una strafiga nera. E' talmente bella che quando i ragazzi entrano in macchina al Dairy Bob e la vedono  come se inciampassero su un detonatore e scoppiasse una bomba. Praticamente sbavano sul parabrezza. Becca sempre una montagna di mance, ed  la peggiore tra noi, anche perch sta sempre attaccata al cellulare. Bob non la licenzia perch ci sono decine di ragazzi e uomini che vengono l solo per vederla, come se volessero dare uno sguardo alla Gioconda, una Gioconda nera per, col fisico di un'atleta e pi sex appeal di una squadra di cheerleader e di un paio di modelle di biancheria intima.
A Gay erano gi interessate diverse agenzie di modelle. E' molto femminile. Per niente stupida, ma una di quelle persone che preferisce far finta di non avere gran cervello. Credo che sia il suo stile, e che le piaccia far credere ai ragazzi di essere furbi perch  cos  che  convinta di doversi comportare, per piacere a tutti. Per come la vedo io, se un ragazzo vuole una ragazza cos , tanto vale che si cerchi un avatar su internet.
Gay  convinta che la decisione di mollare gli studi sia dipesa dal fatto che nessuno la prendeva sul serio, visto che  cos  bella. Io, Sue e Raylynn pensiamo invece che sia per colpa dei voti che prendeva in Matematica, oltre al fatto che andava a scuola pi o meno una volta alla settimana e trascorreva quasi tutto il tempo al cellulare nei bagni dell'universit.
Comunque, lei non pensava che dovessi andare, ma non aveva nessuna buona ragione per farlo. Non intendeva certo dimostrarmi la sua etica del lavoro. Suppongo che non volesse farmi andar via perch poi sarebbe stata costretta, insieme a Sue, a sobbarcarsi anche la mia clientela.
Intorno alle otto dissi a Bob che ne avevo abbastanza, e che dovevo andare a cercare Raylynn, a costo di far rodere il culo al papa. Gli dissi che Sue e Gay se la sarebbero cavata per un po' anche da sole e che la folla era scemata. Aggiunsi anche che potevo permettermi di sfidarlo perch ora ero una donna economicamente indipendente, grazie ai miei ventidue centesimi di mancia. Speravo che trovasse la battuta divertente, ma mi illudevo. Bofonchi qualcosa ma non fece una scenata, forse perch pensava che me ne sarei andata comunque, magari per non tornare pi, se mi avesse fatta incazzare. In tal caso avrebbe dovuto assumere un'altra ragazza che sapesse pattinare, o farglielo insegnare da una delle cameriere. Questo avrebbe richiesto del tempo, e a volte  proprio impossibile insegnare a qualcuno a pattinare, soprattutto mentre stai trasportando un vassoio colmo di hot dog, bevande e anelli di cipolla. E poi c'era quel fatto a cui ho accennato prima. Non si trattava di un lavoro per cui la gente sbavava. Sembrava divertente, ma non lo era.
Gli dissi che avrei fatto una corsa, che mi sarei assicurata che tutto fosse a posto e sarei tornata subito al locale. Gli dissi che probabilmente Raylynn aveva silenziato la suoneria del telefono ed era per questo che non rispondeva.
Ci non spiegava perch non avesse chiamato e non avesse portato i bambini al nido, ma fu tutto ci che riuscii a inventarmi.
La mia macchina  una di quelle che brucia circa un litro d'olio al giorno. Una vecchia Ford. E devo tenere sempre nel bagagliaio qualche latta di riserva per evitare che il motore esploda. Non sarebbe stato male avere nel bagagliaio anche dei pezzi di ricambio e magari un meccanico, ma mi dovevo accontentare.
Uscii dal Dairy Bob, aprii il cofano e versai una latta d'olio, poi misi in moto e partii, diretta a casa di Raylynn. Ero nervosa, irrequieta, e ben presto cominciai ad avere paura.
6.
Per essere la fine dell'estate nell'East Texas, fuori c'era ancora abbastanza luce da permettermi di vedere bene, anche se il cielo cominciava a scurirsi. C'era pure un caldo appiccicoso. Senza l'aria condizionata in macchina, mi sentivo come se mi avessero ficcata in una di quelle asciugatrici industriali alla lavanderia.
Quando arrivai al parcheggio della roulotte, vidi la macchina di Raylynn, e sembrava pi pulita e brillante di quanto non fosse in realt. Era solo un effetto della luce. Tutte le ruote erano a terra.
Parcheggiai dietro di essa, scesi e osservai gli pneumatici. Pensai che qualcuno li avesse tagliati con un coltello. Potevo vedere gli squarci sulle ruote di sinistra, anteriore e posteriore. Decisi che era inutile controllare dall'altra parte. Sapevo, senza bisogno di prove concrete, che era opera di Tim.
La chiamai a gran voce. E' una cosa tipica di noi Sherman. Si tratta di un vecchio retaggio culturale. Esci dalla macchina e strilli il nome della persona che vive da quelle parti.
Ho notato che non tutti lo fanno e ho chiesto spiegazioni a mia madre; lei mi ha detto di chiedere a nonna, cosa che ho fatto, e nonna ha detto:  un retaggio dei tempi in cui la gente si muoveva a cavallo in piena notte ed era necessario sapere se chi si avvicinava fosse un amico o un nemico, cos  si pretendeva che annunciasse subito la propria presenza. L'altra faccia della medaglia  che la persona che annunciava il proprio arrivo non voleva spaventare nessuno e perci avvisava prima di bussare alla porta.
Nessuno rispose al mio richiamo, cos  decisi di prendere coraggio e fare rumore. Salii e bussai alla porta, strillando ancora il suo nome. Nessuna risposta. Bussai pi forte, ma ancora nessuna risposta. Neanche dal suo ragazzo. Se proprio doveva essere lui ad aprire, sperai che avesse addosso almeno un paio di pantaloni, insomma qualcosa oltre alle mutande. Ma visto che il suo furgoncino non c'era, immaginai che non fosse in casa.
Girai attorno al camper e bussai al vetro della finestra della camera da letto. C'era un condizionatore alla finestra accanto a quella contro cui battevo. Ronzava rumorosamente. Forse era per quello che nessuno mi aveva sentito mentre urlavo e bussavo alla porta. Bussai pi forte.
Dopo qualche momento sentii dei rumori provenire dall'interno e qualcuno tir su il vetro. Riuscii a vedere la sagoma di Raylynn nella stanza buia, e sentii la bambina piangere.
- L'hai svegliata con tutto 'sto casino, - disse.
- Ero preoccupata per te.
- Sto bene.
- Non mi pare che tu stia bene.
- Ho il raffreddore.
- Raffreddore?
- S. Ne avrai sentito parlare, del raffreddore.
- Certo che sei scorbutica.
- Devo pensare alla piccola adesso.
- Fammi entrare, ti do una mano.
- Va tutto bene. Torna a casa.
- Ero al lavoro. Dove dovresti essere anche tu.
- Non me la sentivo di andare, oggi.
- E quindi non chiami per avvisare e non rispondi al telefono?
- Ecco, questo ti fa capire quanto sto male. Ora torna al lavoro.
Raylynn allung un braccio per abbassare la finestra, e quando lo fece riuscii a vedere il suo viso alla luce. Aveva macchie scure sulle guance e sotto gli occhi. Sembrava un procione che fosse sopravvissuto dopo essere stato messo sotto da una macchina.
- Santo cielo, Raylynn. Che ti  successo?
Lei indietreggi, ritornando nell'ombra della stanza. La bambina cominci a piangere forte.
- Sono caduta durante la notte, - disse.
- Pare che tu sia caduta una dozzina di volte, - ribattei.
- Pensa ai fatti tuoi, - disse lei.
- Fammi entrare, o spacco il vetro della finestra e mi infilo dentro, -dissi.
L'avrei fatto e lei lo sapeva. Poteva anche essere la sorella maggiore, ma io ero la pi tosta.
- Fai il giro, - disse. - Ti apro.
Girai attorno alla roulotte. La porta era gi aperta quando vi arrivai. Raylynn teneva la bambina contro la spalla. Non aveva ancora acceso le luci.
Entrai, accesi la luce in cucina e la guardai. Lei era un po' curva, e combinata peggio di come mi era sembrato prima.
Dissi: - Ti ha picchiata, vero?
- Non ci vuole tutta questa scienza, a capirlo.
- Parla, - insistei. - Voglio sentirlo dire da te. Ti ha picchiata.
- S, l'ha fatto, e molte volte.
- Non sei obbligata a sopportarlo.
- Ogni tanto va fuori di testa, ma poi gli passa.
- S, ma deve passare a te, questo fatto di lasciarti picchiare, - dissi. -Come lui deve piantarla di ubriacarsi. Non sei obbligata a sopportare questa merda. E' ridicolo. Te ne devi andare da qui.
Mi avvicinai al frigorifero, tirai fuori una vaschetta del ghiaccio, presi un asciugamano da un gancio della cucina e vi spremetti i cubetti. Poi li avvolsi e feci sedere Raylynn. Le diedi l'asciugamano freddo e umido e glielo feci appoggiare al viso.
- Non riesce a trovare lavoro, e questo gli causa frustrazione, - disse Raylynn.
- Ci sono un sacco di ragazzi che non trovano lavoro e sono frustrati, -dissi. - Ma non per questo mettono le mani addosso alla gente. Picchiare qualcuno non ti procura un lavoro. E poi penso che se lo volesse davvero potrebbe trovarlo facilmente.
- E' solo che non vuole accontentarsi di un lavoro umiliante.
- E certo, - dissi. - Lui  di un altro livello, giusto?
- Lo amo, - disse Raylynn.
- Ma per favore, - ribattei.
- Be', tu non sei innamorata, - disse lei.
- No. E se quello che provi tu  amore allora spero di non provarlo mai, grazie.
Raylynn cominci a piangere.
- Mi dispiace, Raylynn, - dissi.
- Va tutto bene, - ribatt, tirando su col naso. - Solo, non so che cosa fare.
Raylynn and a dare un'occhiata a Jake e a portare la bambina nella culla. La accompagnai. Riprendemmo a parlare, a voce bassa.
- Li ho messi a letto presto, e si sono addormentati subito, - disse. - Ma credo che tutte le urla di Tim, i suoi colpi, li abbiano spaventati.
- Ah, tu credi.
- Non mi far sentire peggio di quanto non mi senta gi, - disse.
- Scusami, - risposi.
Jake dormiva nel letto dov'era prima Raylynn e Constance era nella culla: si era riaddormentata gi da quando Raylynn la teneva appoggiata alla sua spalla. Constance era piuttosto grande per quella culla, ma non avevano altro.
Eravamo entrambe l in piedi e guardavamo la bambina. L'unica cosa a cui riuscivo a pensare era che quell'idiota aveva picchiato mia sorella e che i bambini avevano assistito a tutto.
- Stasera torna? - le chiesi.
- Non lo so, - rispose. - Se non torna presto  meglio, perch se  ancora ubriaco mi picchier di nuovo. Se ha un giorno intero per pensarci, torna in s e gli dispiace pure.
- Ah, s?
- S, ed  sincero.
- Tutte le volte?
- Non capisci niente, tu, - disse Raylynn.
- No, - dissi. - Non capisco.

7.
Io e Raylynn parlammo per un po', ma lei sentiva dolore e dovette stendersi. Non pass molto tempo prima che si addormentasse.
Uscii in cortile. Si era fatto buio. L'aria era fresca. Mi appoggiai alla mia auto e pensai a lungo, guardando il cielo. Infine entrai in macchina e guidai per un pezzo lungo la strada finch non mi fermai nel parcheggio di una chiesa e tornai indietro a piedi.
C'erano alcune tavole marce che spuntavano da sotto la roulotte, ed erano l da quando Tim si era messo in testa di costruire un portico davanti alla porta d'ingresso, invece di accontentarsi di quattro gradini di cemento. Lo voleva costruire per poi sedersi l sotto a pensare al lavoro che non aveva, a come diventare una rock star o altra roba del genere, ma naturalmente non ne aveva fatto pi nulla. Il tempo e gli insetti avevano agito sulle tavole, che ora erano deformate.
Ne tirai fuori una da sotto la roulotte, grossa ma non troppo deformata. C'era una sedia a sdraio in fondo al cortile, sotto l'ombra di una grande quercia. Presi la sedia appoggiata al tronco e mi sedetti con la tavola in mano.
Si fece tardi e sonnecchiai per qualche minuto, ma il rumore del furgone di Tim mi svegli. Lo vidi scendere da dov'ero seduta, sbandando un po', visto che aveva guidato ubriaco come un maiale in un pentolone di grano. Frugava nelle tasche per cercare le chiavi. Le trov, si trascin verso gli scalini. Mi alzai con la tavola in mano e mi avvicinai di spalle, a passo rapido.
- Timmy, - dissi. - Guardami.
Si gir e io lo colpii forte con la tavola, all'altezza delle ginocchia. Fece un verso soffocato e io lo colpii ancora. Per motivi legali, devo dire che non ricordo esattamente quante volte lo colpii ma, se devo aggiungere un commento personale, direi che l'ho colpito pi di quanto avrei dovuto ma non pi di quanto meritasse. Mentre gemeva a terra, mi accovacciai, accostandogli le labbra all'orecchio, e dissi: - Picchia un'altra volta mia sorella o metti le mani sui bambini anche solo con l'ombra di una cattiva intenzione e avranno bisogno di un carroattrezzi per far uscire questa tavola dal posto in cui te la infiler. Mi hai capito, Timmy?
- Non c'era bisogno di fare questo, - disse, e cerc di puntare le braccia sotto di s per rialzarsi.
Lo colpii di nuovo. Lui rest steso a terra. Per un momento temetti di averlo ammazzato, anche se in un certo senso lo speravo.
- Ci sei ancora, Timmy? - chiesi.
Lui fece un grugnito.
Io ripetei la mia minaccia.
- Aspetta che ti prenda io.
- No, non lo farai.
Lo colpii di nuovo, una botta niente male, alla testa. Lo so come suona questo, ma tutto ci che posso dire  che non feci certo economia.
Lui non disse nulla, e gli controllai il polso. Era ancora vivo, solo fuori combattimento. Presi le chiavi che aveva fatto cadere e le ficcai in tasca, rientrai nella roulotte e svegliai Raylynn.
- Timmy  caduto, - dissi. - Un paio di volte.
- Caduto? - chiese Raylynn.
- Una piccola tavola gli ha dato una mano.
- Oh, sorellina...
- Non dire "Oh, sorellina". Prendi i bambini. Ce ne andiamo. Tim  a faccia in gi nel cortile. Sono sicura che quando si riprender sar piuttosto incazzato.
Raylynn, con mia grande sorpresa, mi prest ascolto. Si alz, raccolse un po' di cose, soprattutto roba dei bambini, e uscimmo.
Tim era ancora a terra. Tolsi le sue chiavi dalle tasche e le gettai verso la quercia. Poi, Raylynn con i bambini e io con le sue cose in una scatola di cartone ci avviammo alla macchina parcheggiata vicino alla chiesa e ci allontanammo da l.
8.
Il marted mi vergognavo abbastanza di quello che avevo fatto a Tim, ma nei giorni successivi non ebbi problemi. Almeno cos  mi sentii la prima settimana. Poi mamma ricevette una telefonata da un avvocato e mi arriv la notizia. Ero stata convocata in tribunale. Tim era andato alla polizia per denunciarmi. Mamma disse che se avessi dovuto passare del tempo in carcere si sarebbe assicurata di farmi avere qualcosa da mangiare almeno una volta alla settimana, fosse anche cibo del Dairy Bob. Credo che fosse un tentativo di sdrammatizzare, ma non ne sono troppo sicura. Nonna disse che forse ci avrei trovato mio padre, perch immaginava che lui fosse finito l. In prigione.
Avevo ancora due giorni prima di presentarmi, perch il giudice era in vacanza.
Inoltre, Raylynn e i suoi bambini erano finiti nel mio letto e a me toccava dormire con nonna, cosa che feci solo per una notte. Nonna aveva problemi di flatulenza. Dalla notte successiva mi feci un giaciglio sul pavimento e dormii l, riuscendo a procurarmi il torcicollo quasi ogni giorno.
A Elbert non dissi niente di tutto questo, ma con Raylynn in roulotte e mamma che era la solita chiacchierona, lui seppe tutto quello che c'era da sapere in un battito di ciglia.
Una mattina facevo colazione con toast, un po' di latte e zucchero e una goccia di caff. Elbert era seduto dall'altra parte del tavolo e mi guardava come un vecchio cane che aspettasse di sapere se l'avrei portato fuori a fare i suoi bisogni.
Disse: - Dunque devi presentarti in tribunale.
- Mamma ti ha detto pure il mio numero di scarpe?
- Trentasei.
- Trentasette e mezzo.
Lui sorrise. - No, non me l'ha detto. Me l'hai detto tu.
- Spiritoso.
- Ne  valsa la pena?
- Prenderlo a legnate?
- Gi.
- Sai che ti dico? - risposi. - Credo proprio di s. Di sicuro era piacevole colpirlo, visto quello che aveva fatto a Raylynn. S. Sentivo che era giusto. Ma preferirei non dover finire in galera.
- Non finirai in galera, - disse Elbert. - Potresti, ma dubito che accadr, visto che sei cos  giovane e tutto il resto. Vista la situazione, insomma. Forse dovrai pagare una multa. Fare dei lavoretti per la comunit, cose cos .
- Speriamo.
Sorseggiai un po' di caff, poi mi alzai, afferrai i pattini e mi avvicinai alla porta. Come suo solito, Elbert aggiunse una delle sue frasette alla conversazione.
- Sai, - disse, - un tempo pattinavo.
- Facevi anche sci d'acqua? Salto dei barili a cavallo?
- Hai un caratteraccio, Dot.
- S. Vero. Ho un brutto carattere. E comunque me l'avevi gi detto, che pattinavi, perci me l'hai detto due volte.
Afferrai la maniglia.
- Non puoi andare in giro a picchiare la gente con tavole di legno, -disse.
- Non vado in giro a picchiare la gente con tavole di legno. Ho picchiato solo lui.
- Ascolta. Lo so che non mi conosci, e probabilmente pensi che non sappia distinguere il mio culo dal gomito, ma tu sei una ragazza arrabbiata. Se continui a essere arrabbiata finirai per diventare come il tipo che hai picchiato con la tavola. Com' che si chiama? Tim?
- S.
- Diventerai come lui.
- Mi trasformer in un tizio che picchia la sua ragazza e se ne sta seduto in mutande, bevendo birra e guardando la televisione?
Elbert sospir.
- Ascoltami un attimo. Poi avr detto la mia sulla questione e te ne potrai andare. Avresti dovuto semplicemente prendere tua sorella e andare via. Invece hai aspettato il tizio, l'hai colto di sorpresa e l'hai colpito.
- Ho pensato che fosse la cosa migliore da fare. Davvero. Ora devo andare.
- Hai la possibilit di andartene via da qui, via da questa vita, dalle tue origini, come un uccello che vola via da una gabbia. Ma se non stai attenta finirai per assomigliare a tutto quello che non ti piace. Non ti biasimo perch sei arrabbiata. Lavori sodo, non hai fatto l'universit. La situazione  tosta. Ma dovresti smetterla di lamentarti delle cose e cominciare ad aggiustarle.
- Questo cosa sarebbe? Il consiglio di un ex detenuto su come gestire lamia vita?
- La prigione non mi ha reso migliore, ma il tempo s, e fattelo dire, se continui ad agire in questo modo ti brucerai ogni possibilit.
- Non ho intenzione di rapinare una banca, - dissi.
- Senti. Non ti sto biasimando. Non ti sto dicendo che so tutto io, n che Tim non lo meritasse. Avrei potuto fare la stessa cosa. Sto solo dicendo che hai molte pi alternative di quelle che pensi di avere. Hai un cervello. Hai un cuore, anche se  arrabbiato. Hai del potenziale. Vorrei solo che tu avessi la tua occasione.
- Molto gentile da parte tua, - dissi. - Vado a lavorare. Ho il turno di mattina per un po'. A partire da oggi.
Uscii, per poi fermarmi sul lungo viale asfaltato. Indossai i pattini e cominciai a pattinare. Mi piaceva farlo ogni volta che potevo, anche se stavo andando al lavoro e avrei indossato i pattini per tutto il giorno. Adoro i pattini. Adoro indossarli. In quei momenti mi sento mezza ragazza e mezza macchina. Avevo la sensazione di essere tutt'uno col vento. Quando pattinavo libera, senza portare vassoi o pensare a ordinazioni e mance, mi sentivo veloce e potente. E' una sensazione meravigliosa, pattinare col vento sulla faccia e le rotelle che vorticano.
Non pattinai a lungo, ma mi aiut a sentirmi meglio.
Quando tornai sul viale mi fermai accanto alla mia macchina, aprii la portiera, tolsi i pattini e indossai le scarpe, e insieme a loro mi sentii ricadere addosso tutte le preoccupazioni. Gettai i pattini sul sedile del passeggero accanto a me, mi misi al volante, mi guardai le ginocchia coperte dai jeans e restai ferma cos , anche se sapevo che era quasi ora di cominciare il mio turno. Bob era gi infuriato con me perch avevo lasciato il lavoro, qualche sera prima, anche se in fondo sapevo che non era arrabbiato sul serio. Al contrario di Elbert, pensava che avessi fatto una cosa assolutamente giusta e mi aveva pure dato un paio di indicazioni su come rompere le caviglie a un uomo quando  a terra, in modo che non possa rialzarsi e inseguirti.
Avevo fatto tesoro di quei consigli.
Pensavo anche a quello che aveva detto Elbert. Su ci che avrei potuto fare, realizzare. Sul fatto che ero intelligente e avevo un cuore arrabbiato.
Era facile per gli altri dire cosa potevo o non potevo fare, molto pi difficile per me farlo davvero. A volte mi sentivo come un topo in una di quelle gabbie con dentro una ruota, e io ero dentro la ruota. Correvo, sempre pi veloce, ma proprio come quel topo non andavo da nessuna parte.
E il topo, se non altro, non aveva un appuntamento con un giudice.

9.
- Credi che ti manderanno in galera? - mi chiese Sue quella mattina, mentre lavoravamo. Scherzava, ma a me non sembrava troppo divertente.
Eravamo entrambe all'esterno del Dairy Bob. Avevo il turno di mattina, ma quel giorno avrei recuperato delle ore per rifarmi dei soldi persi quando me l'ero svignata. Si trattava di un'ora o poco pi al giorno, per una settimana, ma dovevo andare al lavoro pi presto del solito, quando avevo il turno di mattina. I clienti della colazione, con la loro salsiccia, i biscotti e il caff erano un vero tormento. Peggio della folla del pranzo. In realt non era legale che lavorassi cos  tanto, ma se per Bob non era un problema, non lo era neanche per me. Mi pagava in contanti, quando facevo le ore di straordinario, a nero. Mi servivano. L'ultimo assegno, a causa delle ore che avevo perso, era stato piuttosto magro. Dopo averne data una parte a mamma, mi restavano cos  pochi spiccioli che non riuscivo neppure a farli tintinnare nelle tasche.
Era tutta la mattina che io e Sue portavamo cibo sui pattini. Gay era in bagno ad agghindarsi. C'erano altre ragazze e altri turni, ma di solito non ci lavoravamo assieme, a meno che qualcuna scambiasse uno dei suoi turni o cose del genere. Oppure, come ho detto prima, che io facessi qualche ora di straordinario a nero.
Quel giorno con noi c'erano delle ragazze dell'altro turno. Non le conoscevamo bene. Questo rendeva le cose pi difficili. Io, Sue, Gay e Raylynn lavoravamo bene insieme, anche se Gay a volte era svampita e sbagliava macchina e ci pestava i piedi. Raylynn era dentro e si occupava dei tavoli. Si stava ancora riprendendo dalle botte che le aveva dato Tim, ed era pi semplice lavorare ai tavoli che pattinare. Pattinare, al contrario di ci che potreste pensare, ti distrugge.
Raylynn aveva raccontato che, mentre la picchiava, Tim le diceva:
"Ecco un montante. E questo  un gancio".
Era proprio un bel soggetto, quel Tim.
- Se mi sbattono in galera, - dissi, - metti una lima in una torta e portamela.
- Ci puoi scommettere, - disse Sue, annuendo con quella testa piena di capelli rossi e spessi. - Peccato che i dolci non li so fare.
Eravamo appoggiate al muro in fondo al Dairy Bob, in attesa di clienti, e ci prendevamo un attimo di pausa, cercando di non far scivolare le ruote dei pattini.
- Voglio fare a mio padre quello che hai fatto a Tim, - disse Sue.
Sapevo che la vita familiare di Sue non era tutta rose e fiori, ma evitavo di impicciarmi. Sapevo che il padre picchiava la madre. E che beveva. Era stato in terapia ma aveva litigato con il tizio che si occupava della gestione della rabbia, e quindi non aveva funzionato. Il tizio che doveva aiutarlo a gestire la rabbia ora si faceva aiutare per gestire la sua, di rabbia.
- Pensavo: quando va a letto, una sera, prendo una mazza e lo faccio nero, - disse Sue. - Proprio come hai fatto tu.
Sospirai e guardai verso la statale. Un'auto sportiva, rosso fuoco, che non avrei mai potuto permettermi, sfrecci via. Sapevo che non si sarebbe fermata al Dairy Bob, o in qualunque altro luogo della citt. Era diretta in un posto migliore.
Guardai Sue. - Non vuoi davvero farlo.
- Se lo meriterebbe. Come se l' meritato Tim.
- Non ne dubito. Ma tu non lo farai.
Porca vacca, pensai. Sembro Elbert.
- Tu l'hai fatto.
- E dovr presentarmi davanti a un giudice, e probabilmente dividere la cella con qualcuna che mi costringer a lavarle le mutandine.
- Non andrai in prigione, e lo sai, - disse lei. - Scherzavo. Siamo nell'East Texas. Dovrebbero darti una medaglia.
- Se Tim avesse minacciato Raylynn, - dissi. - Se fosse tornato a casa incazzato, allora non avrei ripensamenti. Potrei dormire bene la notte. Ma io l'ho preso alla sprovvista.
- E quindi?
- Non  il fatto di averlo aggredito, che mi turba. Ma io e Raylynn avremmo potuto andarcene molto prima che Tim tornasse a casa. Mi sono seduta ad aspettare, come si suol dire.
- Posso sopportare di sedermi ad aspettare, - disse Sue. - Aspettare che pap si addormenti per avventarmi su di lui.
- Tu credi che dopo ti sentirai meglio, - dissi. - E hai ragione. All'inizio sar cos . Ma non durer. Quando ti renderai conto che sei stata capace di fare una cosa del genere, la cosa non ti piacer affatto. Dovresti prendere tua madre e andartene.
- Lei non se ne vuole andare, - disse Sue. - Gliel'ho chiesto. Non vuole.
- Lo so, - dissi, usando la voce beffarda di mia madre. - E' innamoraaaata.
- Gi, - disse Sue. - Proprio cos . E io mi sento in trappola, Dot, maledizione. Voglio uscire da questa situazione e non so come. Se me ne vado, non sapr cosa farne, di me stessa. E' come quando un pappagallo che  sempre stato in gabbia vede la porticina aperta e vola via dalla finestra e un altro uccello lo becca a morte perch addosso ha l'odore degli umani, oppure muore di fame perch  abituato a trovarsi il cibo pronto in una vaschetta. E' cos  che mi sento. Se me la squaglio, non sapr dove andare.
- Saprai cosa fare, - dissi, sorprendendomi a riformulare una delle frasi di Elbert. - Non vivrai in una gabbia.
- Dunque mi stai dicendo che va bene morire di fame o farsi beccare a morte?
- Non lo so cosa ti sto dicendo, - ribattei. - Non sono la persona pi adatta a dare consigli. E gi che ci siamo, non sono neanche un'esperta di pappagalli e della loro vita al di fuori delle gabbie.
10.
Pi tardi quel giorno, durante il caos del pranzo, si present un gruppo di ragazzi in una bella macchina. Erano tutti molto carini e ben vestiti, sembravano universitari. Del secondo anno, credo. Sembrava che la loro pi grande preoccupazione fosse quale paio di scarpe dovessero buttare via.
Pattinai fino alla macchina ma Gay si mise in mezzo, come suo solito, e subentr al mio posto. Toccava a me, era la mia possibilit di racimolare qualche mancia, ma lei arriv prima.
La cosa mi irrit, ma non lo feci notare. Avrei preso i prossimi clienti. Decisi di non dirle nulla perch a quel punto tutti erano sicuri che prima o poi li avrei presi a mazzate, e non era affatto divertente lavorare con gente che in fondo pensava potessi essere un'assassina seriale.
Pattinai fin dentro il Dairy Bob. Al momento non c'era nulla che non fosse gi coperto da Raylynn e Sue, e cos  restai ferma al bancone sui pattini, cercando di calmarmi e usando una mano per tenermi aggrappata.
Bob era dietro al bancone, occupato a prendere soldi da un paio di ragazzi e fare cassa.
Quando ebbe finito con loro e quelli furono usciti, Bob si avvicin e appoggi i gomiti sul suo lato del bancone, dicendo: - Che tipo di mazza hai usato?
- Che cosa? - chiesi.
- Che tipo di mazza hai usato? Su quel tizio che hai colpito.
- Per l'amor del cielo, - dissi.- Dai. Che tipo?
- Una tavola cinque per dieci.
- Di quercia?
- Ho l'aria di una che sa riconoscere il legno?
- Bella secca?
- Bella secca, s.
- Un buon pezzo di legno ben stagionato pu fare parecchi danni, -disse Bob.
- Non  che mi sia preoccupata del tipo di legno, - dissi. - Anzi, ora che mi ci fai pensare, credo fosse anche un po' marcio.
La porta si apr, e quello che era alla guida della macchina con i clienti che mi aveva rubato Gay entr nel locale. Trov un tavolo e si sedette. Diedi un'occhiata alla sua auto. Gli altri ragazzi erano ancora dentro e Gay era appoggiata al finestrino dal lato del guidatore, ora vuoto, facendo splendere il suo bellissimo sorriso e col culo in aria. Era una posa. Un numero nel quale riusciva benissimo. Lavorava gi come modella per J.C. Penny e roba del genere, dunque sapeva quali pose assumere per mostrarsi al meglio di s. Doveva firmare un contratto per un'agenzia di modelle di Austin entro pochi mesi. Almeno, cos  si diceva in giro. Io sarei rimasta l a portare in giro hamburger su un vassoio.
Mi irritava, ma non riuscivo a capirne il motivo. Non sapevo se a farmi rabbia fossero la bellezza e la sicurezza che ostentava o il fatto che fosse un po' stupidella, e anche un po' stronza.
Pattinai fino al tavolo dove si era seduto il ragazzo della macchina. Tirai fuori il taccuino e la penna dalla tasca del grembiule e dissi: - Cosa desideri?
Lui mi guard. Oh, se era bello. Occhi verdi e capelli neri, pelle scura cos  liscia che sembrava non avere pori. Aveva spalle larghe e denti magnifici, del tipo che prevede parecchie sedute costose dal dentista. Questo mi fece pensare al fatto che indossavo un paio di jeans consumati, ma non consumati in modo figo, semplicemente logori, e una semplice maglietta nera.
Lui disse: - Oh, non lo so. Un hamburger, credo.
- Col formaggio?
- Certo, - disse.
- Ci puoi mettere anche della salsa piccante, - dissi. - O dei funghi. Maio i funghi non li raccomando. Sono secchi e in lattina. In cucina li riscaldano e basta, nel microonde. Sanno di crosta.
Lui mi sorrise. - Mangi parecchie croste, tu?
- Lo confesso, - dissi. - Sono il mio cibo preferito.
S. Lo so. Non era granch come battuta. Ma ero abbagliata dal suo sorriso.
- Dopo questa descrizione, - disse, - non sono pi tanto sicuro di volere un hamburger.
- Mi dispiace.
- Scherzavo, - disse. - Portami un cheeseburger, e mettici la salsa piccante. Voglio anche mostarda e maionese. Patatine fritte con ketchup. E anche un po' di maionese per le patatine. Mi piace immergere le patatine in tutte e due le salse.
- Non l'ho mai sentita, questa cosa, - dissi.
- I miei genitori erano yankee. Che ci vuoi fare?
Scoppiai a ridere. - Vuoi tutto, giusto?
- S, - disse. - Mi piace assaggiare un po' di tutto, se posso.
Stavo per allontanarmi col suo ordine, ma esitai. Dissi: - Tutti i tuoi amici sono in macchina. Come mai sei entrato?
- Perch sono venuto qui gi due volte e tu non mi hai mai servito. Volevo che mi servissi tu.
- Io?
- S, tu.
- Perch?
- In tutta onest, penso che tu sia molto bella e volevo conoscerti.
- E' una roba da confraternita universitaria, questa, giusto?
- Che cosa?
- Cio, quella roba che vi fanno fare per dimostrare che ci riuscite, tipo entrare qui e chiedermi un appuntamento, anche se non hai intenzione di vedermi.
Lui mi fiss. - Se ti chiedessi un appuntamento, vorrebbe dire che voglio sul serio un appuntamento.
- Dunque me lo stai chiedendo? - dissi.
- Venerd sera. Alle sette. Ti vengo a prendere dove vuoi.
Dovetti prendermi qualche secondo per elaborare.
- Va bene, - risposi. - venerd sera  okay. No... no, non  okay. Lavoro, venerd sera. E anche sabato. Sono libera solo la domenica.
In realt avevo un sacco di tempo dopo il mio turno, ma sapevo che Bob poteva cambiare tutto in un attimo, affidarmi il turno di sera, e non volevo chiedergli altri permessi dopo che me l'ero filata in quel modo.
- Allora facciamo domenica, - disse.
- Non so neanche come ti chiami.
- Herb Wagoner. Ora lo sai.
- Piacere di conoscerti, Herb. Sono Dot Sherman. Ma mi sono appena accorta di aver accettato l'invito di una persona della quale non so quasi nulla.
- Chiacchierando ci conosceremo. Ti porto a mangiare in un posto carino. Parleremo mangiando cose buone.
- Ripeto, neanche ti conosco, - dissi.
- Ma hai accettato subito.
- L'ho fatto, giusto?
- S, l'hai fatto.
- Dannazione, - dissi, sorridendo. - Perci immagino di dover mantenere la parola data.
- Credo proprio di s, - disse Herb.

11.
Per tutto il resto della giornata, ebbi la testa tra le nuvole. Continuai a lavorare, ma senza metterci attenzione. Feci un sacco di pasticci, come portare un paio di volte il vassoio sbagliato ai clienti in macchina. Bob prese a chiamarmi Gay, cosa che fer il mio orgoglio professionale di Fender Lizard. In realt a sentirsi insultata avrebbe dovuto essere Gay, se avesse ascoltato, ma a lei importava ben poco delle lamentele che le venivano rivolte. A differenza di noi, sapeva di essere semplicemente di passaggio, e che quel lavoro era giusto un diversivo prima di poter andar via e lasciarsi noi, la citt e la sua vita alle spalle.
Quando tornai dentro dopo aver finito con un cliente, mentre passavo il denaro a Bob che era alla cassa, lui chiese: - Che ti prende?
- Niente, - risposi.
- Non sembri tu.
- Forse  per questa storia del tribunale.
- Hai bisogno di un falso testimone, ragazza mia. Se vuoi, sono a tua disposizione.
- E' molto carino da parte tua, Bob.
- Non  che voglia difendere il tuo carattere, eh. Solo, mi piace come tisei occupata di Raylynn, che  una gran lavoratrice. Dunque, ti sono debitore.
Non sorrideva mentre mi diceva quelle cose, ma sapevo che stava scherzando. Non su tutto, per. Raylynn era davvero una gran lavoratrice.
- Sei gentile, - dissi.
- Tieni, - disse lui, tirando fuori quattro poster da dietro al bancone. -Appendili.
Guardai quello in cima. Il disegno di due donne sui pattini. Si davano spintoni mentre pattinavano, e nella furia erano bellissime. Indossavano pantaloncini bianchi e top viola, e avevano pattini alti e bianchi. Sopra di loro, a grandi lettere: "LA SFIDA DEL CIRCO SUI PATTINI CON LE KILLER
CIRCENSI. Gare di corsa. Pagliacci. Esibizioni. Divertimento per tutta la famiglia. Il prossimo sette agosto, MARVEL CREEK FAIR GROUNDS". Sotto tutto questo, c'era scritto, in piccolo: "Le regine sui pattini sfideranno tutti i presenti. Diecimila dollari in palio".
- Che roba ? - chiesi.
- Quello che hai letto.
- S, ma non capisco che significa.
- E' una squadra itinerante sui pattini con un piccolo circo. Sfidano squadre locali. Se non c' una squadra locale, hanno un altro gruppo di pattinatrici con loro, da utilizzare come avversarie. E' divertente. Le pattinatrici sono sempre in pantaloncini.
- Dunque la gente va a vedere questa roba?
- S, qualcuno. Le ragazze indossano i pantaloncini.
- Gi me l'hai detto.
- Non si  mai troppo vecchi per apprezzare le donne in pantaloncini corti.
- Mi fa piacere per te, Bob. Sei mai stato a una di queste sfide sui pattini?
Lui scosse la testa. - Le guardavo in televisione. Non sono pi molto popolari, ma un tempo lo sono state.
- Dnno sul serio un premio cos alto? - chiesi. - Diecimila dollari?
- cos  c' scritto sul cartellone. Per fatti dire una cosa, ragazza mia. Non  facile vincere. Non metterebbero in palio un premio cos  alto se non fossero sicuri di battere chiunque. Un branco di bifolchi sui pattini avrebbe difficolt a vincere contro una squadra tanto allenata. E ho la sensazione che non sia solo allenata, ma pure bella cattiva.
Guardai il poster e studiai le donne dell'illustrazione. Sembravano forti e sicure di s. Come se fossero abituate a essere spinte indietro dalla vita e a restituire colpo su colpo. Qualche volta mi sentivo cos  anche io, ma di solito alla fine mi convincevo che non facevo che prendermi in giro. Non faticavo a vedermi mentre, a ottantacinque anni, portavo fuori i vassoi col cibo, su una sedia a rotelle al posto dei pattini.
Appesi un paio di poster, attaccandoli all'interno della vetrina, con un'illustrazione rivolta verso la strada e l'altra verso il parcheggio. Appesi il terzo sulla porta di vetro.
Uscii pattinando e posai l'ultimo poster nella mia macchina.
Dopo di ci, ci sbattemmo per un bel po' di tempo. Finito il delirio, uscimmo, ci appoggiammo al muro e Raylynn, che  un'idiota, si accese una sigaretta. Io, d'altro canto, colpivo la gente con una tavola di legno, quindi forse non ero molto adatta a fungere da modello.
Chiesi: - Qualcuna di voi ha mai sentito parlare delle sfide sui pattini?
Dissero che avevano letto quello che c'era scritto sui manifesti che avevo appeso, ma nessuna di loro sapeva davvero di cosa si trattasse.
- Ci sono dei bei soldi in palio. Loro pattinano. Noi pattiniamo. Potremmo aggiungere qualche altra ragazza per fare una squadra e raccogliere la sfida delle Regine dei Pattini, quando arriveranno in citt.
- Sappiamo pattinare, - disse Sue. - Ma non sappiamo come funziona una sfida sui pattini.
- Credo che ti colpiscano, - disse Raylynn. - Mi pare di aver visto un film che ne parlava, una volta. Ti colpiscono con i gomiti e ti spingono.
- Potrei rompermi il naso, - disse Gay. - Sono troppo carina per rompermi il naso.
Se qualcun altro avesse detto quella cosa, sarebbe apparso presuntuoso. Ma se a dirlo era Gay sembrava solo la verit. In effetti, lei era un'opera d'arte. Annuimmo tutte, senza la minima esitazione.
- Forse potremmo scoprire come funziona, - dissi. - E tu, Gay, potresti tenere una posizione pi defilata.
- Non voglio nessuna posizione.
- A me sembra una pessima idea, - disse Sue. - Abbiamo poco pi di un mese per prepararci. Ma prima di tutto dobbiamo capire di cosa si tratta.
- Bob ne ha vista una in televisione, - dissi.
- Ah, perfetto, - disse Sue. - Se Bob l'ha vista in tv, allora siamo a posto.
- Dot ha ragione, - disse Raylynn.
La guardammo tutte. Aveva ancora i lividi sulla faccia e sotto gli occhi, non era guarita del tutto. Era accasciata contro il muro. Con quei semicerchi neri sotto gli occhi, sembrava un procione pigro. Butt a terra la sigaretta e la schiacci con il tacco.
- Chi  che ha ragione? - chiese Gay.
- Mia sorella, - disse Raylynn.
- Io? - chiesi. - Io ho ragione?
- Che altro abbiamo da fare? A parte Gay e un altro paio di ragazze, siamo tutte destinate a fallire, e pure in fretta. Io dico che dovremmo scoprire di cosa si tratta, allenarci il pi possibile e partecipare. Propongo Dot come caposquadra.
- Non voglio rompermi il naso, - disse Gay.
- Abbiamo capito, - dissi. - Vorr dire che porterai da mangiare.
- Adesso noi, - disse Raylynn, - cerchiamo di capire bene di cosa si tratta. Poi ci eserciteremo e infine, ad agosto, le sfideremo.
Pensai: Brava, Raylynn. Brava.
- Perderemo, - disse Sue. - Non so neanche cosa sia una sfida sui pattini, ma perderemo. Le persone come noi, Gay esclusa, perdono sempre.
- Mi pare un ottimo modo di vedere le cose, - dissi.
- Mi sto sbagliando di parecchio?
- Potresti avere ragione, - disse Raylynn. - Ma sono stata una perdente per un sacco di tempo. Forse  arrivato il mio turno. Forse la ruota girer per tutte noi, questa volta.
- Non sono mica sicura che ci tocchi, un turno, - disse Sue.
Gay si schiar la gola.
- Esclusa Gay, ovviamente, - aggiunse Sue.

12.
I turni di Raylynn erano leggermente diversi dai miei. Attaccavamo insieme, ma lei era pi grande e poteva lavorare per pi ore, in regola. Capitava che io e Bob aggirassimo i limiti, ma pi di tanto non si poteva fare: per Bob era troppo rischioso, anche se mi pagava ogni straordinario. Dunque, quando finii il turno, andai al bar a prendere un caff. Avrei potuto berlo gratis al Dairy Bob, ma dopo tutte quelle ore di lavoro ero stufa di quel posto, e inoltre il caff di Bob sapeva di sporcizia e peli di cane bolliti in una macchinetta. Riempirlo di panna e zucchero non bastava a migliorarne il sapore. Il cibo non era male, a parte le patatine fritte che parevano di gomma, ma il caff sembrava preso direttamente dalle fogne dell'inferno.
Mi sedetti a un tavolino e sorseggiai il mio caff, pensierosa. In quel momento, nonostante ci che aveva detto Sue a proposito della mancanza di possibilit, volevo credere che la ruota, finalmente, potesse girare pure per me. Ovviamente c'era quella cosa del tribunale che incombeva, ma anche un appuntamento di domenica con un ragazzo che sembrava un attore del cinema, e ora si era aggiunto il progetto della sfida sui pattini. Qualunque cosa fosse.
Ero seduta l e pensavo a come avremmo diviso il premio e a cosa avrei potuto fare con la mia parte. Non ero sicura dell'ammontare della cifra, naturalmente, perch non sapevo di quante persone dovesse essere formata la squadra per la sfida. Quattro? Dodici? Un piccolo esercito? Non ne avevo idea.
Seduta a quel tavolino, sognai a occhi aperti per ore. La cameriera, una donna anziana vestita di rosa e bianco, mi lanciava occhiate in continuazione, ma seguitava a riempirmi la tazza. Sapevo cosa stava pensando. Ero quella che chiamavano "un'accampata". Una persona che entra, si inchioda in un posto e resta l a bere e a far andare avanti e indietro le cameriere. Di solito, le persone cos  non lasciano mance, o ne lasciano di ben misere.
Quando fu ora di andare, decisi di lasciarle una bella mancia, poi passai a prendere Raylynn al Dairy Bob e insieme andammo a prendere i bambini al nido.
- A proposito dell'idea della sfida sui pattini, - disse. - Te lo ripeto: io ci sto.
- Come mai? - chiesi. - Ero convinta che non ti sarebbe piaciuta.
Raylynn ci riflett un momento, poi disse: - La settimana scorsa non ci avrei pensato minimamente. Ma ora ho bisogno di un cambiamento. E poi c' la questione dei soldi.
- E a parte i soldi? - chiesi.
Raylynn scosse il capo. - Credo di voler cambiare qualcosa di me stessa. Vorrei avere delle aspettative che non dipendano da un uomo.
- Tim  un ragazzino, - dissi. - E non cambier mai.
- Ragazzino o uomo, - disse, - vorrei valere qualcosa a prescindere dall'uno o dall'altro. Continuo ad avvolgere il filo attorno a palloncini che scoppiano.
- Tu vali parecchio, - dissi.
- Grazie della bugia, - rispose lei.
- Mi riferivo al traffico di organi, - dissi.
Lei fece una specie di sorriso.
- Che ne pensi di nostro zio Elbert? - chiesi.
- Lo conosco da troppo poco tempo. Ma mi pare un tipo strano. Non somiglia neanche al resto della famiglia.
- Madre diversa, - dissi.
- Noi due non abbiamo lo stesso padre, ma abbiamo una certa affinit.
- Misteri della genetica, - dissi.
- Credo che gli scienziati l'abbiano trovata, una spiegazione, - disse Raylynn.
- Riformulo, - dissi. - Non c' verso che due Fender Lizards possano spiegarlo. Nonna dice che ha lo stesso naso di pap.
- E' solo un naso, - disse Raylynn. - Somiglia a tanti altri nasi.
- Lo sai che  stato in prigione?
- Cosa?
Le raccontai tutta la storia.
- E vive nella nostra roulotte? - disse Raylynn.
- L'ultima volta che l'ho visto, s.
- Wow, - disse lei. - Ed  pi vecchio o pi giovane di pap?
- Credo che Elbert sia pi grande.
- Wow, - disse di nuovo Raylynn. - Il nostro rapinatore di banche personale. Ed  stato pure in galera.
- Credo che seguir la tradizione criminale della famiglia.
- Ma sentitela, - disse. - Tutta orgogliosa.
- Eh.
- Dot?
- S?
- Grazie per avermi tirato fuori da quella roulotte. Ora sto stretta, con i bambini e tutti voi parenti che mi date fastidio. Ma non resto sveglia tutta la notte, temendo che Tim picchi uno dei bambini, o me, e per nessun motivo a parte il suo umore. Grazie, sorellina.
- Vuoi dire che non tornerai indietro?
- Credo di no.
- Credi?
- E' la vecchia me stessa a parlare, - disse Raylynn. - No, non torner indietro. Sar una star della sfida sui pattini. Probabilmente finir con una gamba rotta. Ma una star... o almeno, cos  mi presenter.

13.
Quando tornai a casa, Elbert era in cortile, e io e Raylynn ci fermammo per salutarlo. Era seduto su una sdraio a bere una bottiglia di birra fissando il suo furgone, che aveva la portiera a scorrimento aperta.
Dentro era tutto pulito. Diverse buste della spazzatura di plastica nera erano state chiuse e sistemate all'esterno.
Raylynn parl a Elbert e lui l'abbracci. Poi mia sorella entr nella roulotte. Io dissi: - Pulizie di primavera?
- Puoi dirlo forte. Ho buttato via almeno il novanta per cento di quella robaccia. Tutte cianfrusaglie. Con qualche risparmio sono andato da Goodwill e ho comprato un po' di cose nuove, ma solo l'essenziale.
- Vedo, - dissi.
- Ho un materasso nel furgone, da stanotte dormo qui. Raylynn e i bambini hanno bisogno di una stanza. Se dormo qui, qualcuno di voi pu spostarsi in salone, invece di stare tutti quanti ammassati nelle camere da letto.
- Gentile da parte tua, - dissi, e non scherzavo.
- Gi, be', - disse lui. - Tra non molto mi trasferisco altrove. Ho ancora qualcosa da parte dopo le mie spese folli e pensavo di cercare un lavoretto per tirare su un altro po' di soldi, dopodich me ne andr.
Presi una sedia a sdraio. - Ci stai solo pensando o ti sei gi messo in moto?
Mi sorrise. - Per ora pi che altro ci penso. Il fatto  che la maggior parte delle persone non  entusiasta di assumere un ex detenuto.
- Io esiterei a far entrare nei miei affari un rapinatore di banche, - dissi.
Lui annu. - Giusto. Ma ho scontato la mia pena. Ora sono fuori, riabilitato. Ho deciso di seguire la retta via. Di venire a trovarvi, coltivare i legami familiari.
- C' chi crede che i comportamenti tenuti in passato sono un buon indicatore di quelli che si terranno in futuro, - dissi. - Bob per esempio la pensa cos .
- Bob del Dairy Bob? - chiese Elbert.
- Gi.
- Dunque  lui il tuo punto di riferimento filosofico?
- Non mi sono rimaste molte alternative. Vedi, mio padre, tuo fratello, se n' andato. E conosco te da pochissimo. Sei apparso quando io ero gi cresciutella. Quindi non  che abbia avuto una gran scelta, quanto a punti di riferimento di sesso maschile.
- Okay. Ammetto che hai ragione.
Restammo in silenzio per un po'. Era gi piuttosto buio e i grilli cantavano nell'erba. Non lontano dalla nostra roulotte ce n'erano altre. Sembravano tutte pi o meno uguali, con le loro piccole, patetiche chiazze d'erba davanti. Non so spiegarmi bene, ma in quel momento era come se la depressione premesse contro di me, pesante come una roccia enorme e antica.
Decisi di non pensarci. Dissi: - Hai detto che un tempo pattinavi. Era una fesseria, Elbert?
- No, - disse lui. - E' vero. E pattinavo pure parecchio. Per un po' mi ci sono guadagnato da vivere.
- Pattinando?
- Proprio cos , - disse. - Ho imparato quando ero ancora un ragazzino, ed ero bravo. Pochi anni prima che iniziassi la mia carriera di ladro, lavoravo in una pista di pattinaggio come pagliaccio.
- Un pagliaccio sui pattini? - dissi. - Questa s che  bella.
- Vero? Ma ero bravo. La pista di pattinaggio era in Kansas. Come ci sono finito  una lunga storia, ed eviter di raccontartela.
- Sopravvivr, - dissi.
- Dunque. Ero l, in Kansas. Avevano bisogno di qualcuno che si vestisse da pagliaccio per i bambini, per la parte di spettacolo dedicata a loro.
- Dev'essere stato difficile, con una bottiglia di birra in mano, - dissi.
- Sono pi grande di te, Dot, e credo di averne abbastanza di questo atteggiamento.
- Scusa, - dissi, e almeno in parte ero sincera.
- Pattinavo e facevo un sacco di trucchetti. Ero proprio bravo. E, sai, mi piaceva sul serio. Me la godevo. Vedere che i bambini ridevano grazie a me era bello. Mi faceva stare bene. Non guadagnavo granch, ma me lo facevo bastare, e il lavoro era bello. Vorrei non averlo mai lasciato.
- Non mi piacciono i pagliacci, - dissi. - Mi fanno paura. Un pagliaccio
sui pattini potrebbe farmi venire un infarto.
- Per fortuna, - disse Elbert, - non tutti la pensano cos .
- E allora perch non sei ancora sui pattini con un naso rosso? - chiesi.
- Era un naso dipinto, in realt. I nasi posticci da clown mi hanno sempre fatto orrore, non so perch.
- Una vera tragedia per un pagliaccio.
- No, non era un problema. Avevo imparato a dipingermi il naso perfettamente. Un giorno ho conosciuto un truccatore che lavorava per il cinema e mi ha mostrato come fare.
- Non mi hai risposto, - dissi. - Perch hai lasciato il lavoro da clown?
Elbert rest in silenzio. Una cosa che non credevo avrebbe mai fatto. L'espressione sul suo volto mi fece intuire che stava raccogliendo i pensieri, allineandoli come tanti soldati.
- C'era una festa di compleanno, - disse. - Era uno spettacolo straordinario, di sabato pomeriggio. Un riccone. Suo figlio. Mi pare compisse undici anni. C'erano un sacco di ragazzini. Tutti benestanti. Per fartela breve: il ragazzino di undici anni aveva invitato una sua coetanea che era fuori dal giro dei soldi, tanto per capirci. Una che, almeno in confronto alla famiglia del ragazzo, era povera. E nera. L'unica nera l in mezzo.
Dunque, arriva questa ragazzina, davvero carina, e non porta il regalo. Non so perch. Forse se n'era dimenticata. O non aveva i soldi per comprarlo. Non lo so. Nessun problema, per il festeggiato. Era felice di vederla. Per me era abbastanza evidente che avesse una cotta per quella ragazza tanto carina. Ma al padre la cosa non andava a genio, proprio per niente. Credo non gli piacesse che il suo figlioletto bianco come un giglio stesse con una dei quartieri poveri, per di pi nera. Cominci a criticare la ragazzina perch non aveva portato il regalo. Dava l'idea di scherzare, ma lo faceva in modo molto crudele, ferendola, cosa assolutamente comprensibile, tanto che lei se ne and piangendo. Il figlio del riccone era disperato. Pattin dietro la ragazzina, che intanto aveva raggiunto il bordo della pista e si stava slacciando i pattini. Il padre cerc di fermarlo, e io fermai il padre.
- E come lo fermasti? - chiesi.
- Gli volevo solo toccare una spalla, - disse Elbert. - Sai, richiamare la sua attenzione. Dirgli qualcosa del tipo: ehi, dai. Va tutto bene. Lascialo andare. Ma non funzion.
- E come and a finire?
- Quando si gir per vedere chi lo stesse trattenendo, mi vide vestito daclown e and fuori di testa. Disse di togliergli le mani di dosso. Aggiunse che spettava a lui decidere chi dovesse o non dovesse inseguire suo figlio, e poi disse una cosa che mi sconvolse. La chiam con quella parola che inizia per N, come si dice oggi.
L'ho colpito, Dot. L'ho colpito cos  forte che le luci del locale sembrarono abbassarsi. Cadde a terra come un albero morto. Perse conoscenza. Quando alzai gli occhi, tutti i ragazzi mi stavano fissando. Il pagliaccio aveva messo al tappeto il padre del festeggiato.
- Se lo meritava, - dissi.
Elbert scosse la testa. - Se lo meritava. Ma questo non significa che fosse giusto farlo. E' stato traumatico, per tutti. Vai a una festa di compleanno e il pagliaccio sui pattini picchia il padre del festeggiato. E aver tentato di difendere la ragazza non miglior le cose, anzi, tutto il contrario. Me la filai sui pattini, tornai a casa e il giorno dopo mi piomb addosso una denuncia per aggressione. Era giusto. Aveva detto una cosa schifosa su quella ragazza. Era uno stronzo. Ma non aveva neanche tentato di mettermi le mani addosso, e io l'avevo picchiato. Sono stato impulsivo. Mi ha fatto sentire bene per circa quindici minuti, poi ho cominciato a pensare a cosa sarebbe successo se lui avesse battuto la testa sul pavimento e le cose si fossero messe male sul serio. Pensavo a tutti quei ragazzi che avevano visto quel che avevo fatto. E' una scena che non dimenticheranno mai. Bozo il clown ha giocato sporco.
- Stai cercando di dirmi qualcosa, Elbert? - chiesi. - Forse qualcosa che gi mi hai detto?
- Aver detto una cosa non mi impedisce di ripeterla, - disse Elbert.
- Ci credo.
- Dico solo che sul momento picchiarlo mi aveva fatto sentire bene. Selo meritava. Ma  stata una mossa sbagliata. Dopo un paio di giorni in galera, finalmente trovai qualcuno che mi pagasse la cauzione. Sto cercando di dirti che quello che hai fatto l'hai fatto a una persona che se lo meritava molto pi di quanto lo meritasse il mio amico riccone. Quello era solo uno stronzo. Il ragazzo di Raylynn la picchiava. Eppure non basta neanche questo, a rendere giusto quello che hai fatto. Devi imparare a tenere a bada la tua indole. Puoi fare molti pi danni di quanto immagini, a prescindere dal fatto che tu abbia torto o ragione.
- Va bene, - dissi. - Ho capito.
- Non sto cercando di dirti come devi vivere, - disse Elbert. - Cerco solo di spiegarti che alcune delle cose stupide che ho fatto potrebbero essere molto simili ad alcune delle cose stupide che potresti fare tu. O che magari hai gi fatto.
- Mi stai dicendo di seguire i tuoi suggerimenti e non il tuo esempio? -chiesi.
- Esatto, - disse, annuendo. - E ti sto anche dicendo che ho imparato dai miei errori. O almeno ci ho provato.
- Che  successo poi, al festeggiato e alla ragazzina? - chiesi.
- Non lo so. Non li ho pi visti, da allora - rispose.
Restammo l seduti sulle nostre sedie a sdraio, circondati dall'oscurit, le stelle sopra di noi. Ad ascoltare i grilli. Fu una serata piacevole. L'estate aveva ceduto parte del suo calore in cambio di un po' di vento fresco dal nord. Non dissi a Elbert che avevo gi regalato una parte della sua saggezza a Sue e che mi ero convinta. Be', quasi.

14.
Mi presentai dal giudice, e fu diverso da come avevo immaginato. Eravamo in una piccola stanza del tribunale. Il giudice, una vecchia con degli orribili capelli rossi e un'espressione sulla faccia da farti credere che avesse appena dato un morso a un caco acerbo, sedeva dietro un lungo tavolo cui erano state accostate alcune sedie di plastica. Non indossava una toga, come avevo immaginato, ma un tailleur pantalone verde. Era seduta su una di quelle sedie di plastica e c'era un uomo piccolo e calvo, vestito di nero, con una camicia bianca e niente cravatta, seduto su una sedia accanto a lei, che registrava tutto.
C'era anche un grosso agente girato di spalle, vicino al tavolo, con una pancia enorme che spingeva contro l'uniforme, il cranio rasato e cos  tanto grasso sul collo che da dietro sembrava un serpente arrotolato. La faccia era tutta rossa e sudata, anche se nella stanza c'era l'aria condizionata. Aveva la classica faccia che ti sarebbe parsa stanca anche durante il sonno, e sempre l l per scoppiare, come un idrante.
C'erano delle sedie pieghevoli di metallo di fronte al tavolo, sistemate in modo che ci fosse uno spazio al centro, quasi a formare un corridoio che arrivasse fino alla porta.
Sul mio lato, in prima fila, c'erano la nonna - che in realt ne occupava due, di sedie, mi venga un colpo se non  vero ? e poi mamma, Raylynn ed Elbert. C'era anche Bob. Aveva lasciato Sue a gestire il Dairy Bob. Sembrava un po' nervoso, come se continuasse a pensare al suo locale, preoccupato all'idea che le scimmie avessero preso il comando dello zoo.
Io ero seduta davanti, accanto a Bob.
Tim entr. Con lui c'era un avvocato. Un tipo che aveva tutta l'aria di essere reduce da una sbornia di sei giorni e di essersi svegliato, incazzato come una biscia, da non pi di cinque minuti. Bob si allung verso di me e disse: - Jim Cubert. E' una iena.
Ci alzammo tutti in piedi di fronte al giudice. L'ufficiale giudiziario pronunci alcune formule, poi il giudice disse a me, a Tim e al suo avvocato di avvicinarci mentre gli altri si sedevano.
Mi disse: - Ha un avvocato?
- No, signora. Non me ne posso permettere uno.
- Va bene. Ne pu avere uno d'ufficio, se vuole, ma non credo sia necessario.
Forse avrei dovuto dire che volevo comunque un avvocato, ma non lo feci. Ero nervosa, e non riuscivo a pensare con lucidit.
Guardai Tim. Dopo la mia aggressione aveva ancora addosso delle contusioni, ma sembrava che se la passasse abbastanza bene, a parte il fatto che doveva essere ubriaco, come il suo avvocato.
- Racconti cosa  successo, - disse il giudice a Tim.
- Stavo tornando a casa, di sera, - rispose Tim. - E questa psicopatica mi ha assalito da dietro con una mazza. Mi ha buttato a terra e lasciato l, nel cortile.
Il giudice guard l'avvocato e disse: - Lei ha niente da aggiungere?
- Al momento no, - rispose l'avvocato.
Il giudice studi Tim a lungo, poi si gir verso di me. - Bene, signorina. Mi racconti la sua versione dei fatti.
- Aveva picchiato mia sorella, e lei era ridotta piuttosto male. Piena di lividi e cose del genere. Sono rimasta in cortile seduta sotto un albero, con una tavola di legno in mano, ad aspettare che lui tornasse a casa. Mi sono avvicinata di spalle e l'ho colpito. Temevo per la vita di mia sorella. Avevo paura che le facesse male di brutto. Non era la prima volta che la picchiava.
- L'ha colpito molto forte? - chiese il giudice.
- Pensavo che se proprio dovevo colpirlo, tanto valeva non sprecare le energie, e quindi sono andata fino in fondo.
Il giudice annu, guard Tim. - Lei ha picchiato sua moglie?
- Sono innocente, signora, - rispose Tim.
- Non le ho chiesto se  innocente o colpevole, le ho chiesto se ha picchiato sua moglie.
- No, signora.
- Bugiardo, - dissi io. - Bugiardo, ti crescer il naso!
Il giudice mi sorrise. - Non siamo nel cortile della scuola, signorina.
- Mi scusi, - dissi. - Mi  venuto spontaneo.
- E' in grado di provare che quest'uomo abbia picchiato sua moglie? -mi chiese il giudice.
- La moglie  qui in aula, - dissi. - E' mia sorella.
Mi girai e la indicai.
- Si alzi in piedi, - disse il giudice a Raylynn.
Raylynn si alz. Aveva ancora delle macchie scure in faccia, dove Tim l'aveva colpita.
Il giudice disse: - Questo ragazzo l'ha picchiata?
- S, signora, - disse Raylynn.
- Pi volte? - chiese il giudice.
- Molte volte, in molti punti diversi, - disse Raylynn. - E in pi di un'occasione. Temevo che avrebbe picchiato i bambini. Be', qualche volta  successo.
- Quanti figli ha? - chiese il giudice.
- Due, - rispose Raylynn.
- E' sposata con questo galantuomo? - chiese il giudice.
- No, - rispose Raylynn. - Conviviamo. O meglio, ora non pi.
- Lui  il padre di entrambi i bambini? - chiese il giudice.
- Di uno solo, - disse Raylynn.
- E lei sa come succede, vero?
- In che senso, signora?
- Come si fa a rimanere incinte, dico.
Raylynn era stata colta alla sprovvista. Alla fine disse: - S, signora.
- Era tanto per sapere, - disse il giudice. - E i bambini erano in casa, quando queste presunte violenze hanno avuto luogo?
- Non sono presunte, - disse mia madre.
- Silenzio, lei, - disse il giudice.
Mia madre, in un abito a pois che la faceva sembrare una specie di animale selvatico maculato, disse: - Mi scusi.
Il giudice si allung sulla sedia per studiare Tim. Poi guard me. Guard Raylynn. Guard il soffitto. Torn a guardare Tim.
- Lei  un giovanotto grande e grosso, - disse il giudice. - Non dovrebbe picchiare le donne.
- Non l'ho fatto, - disse Tim.
- Credo che lei sia un bugiardo, - disse il giudice.
- Obiezione, - si intromise l'avvocato.
- Chiuda quella bocca, Jim, - disse il giudice.
- Non  giusto, - disse Jim. - E' un mio diritto.
- Certo, - disse il giudice. - E io ho intenzione di risparmiare a questa corte un bel po' di tempo, impedendole di esercitarlo. Credo che il suo cliente abbia picchiato la ragazza. E che questo comportamento faccia di lui un pezzo di merda in piena regola.
- Tutto questo  assurdo, - disse l'avvocato.
- Mi pare di averle gi detto di chiudere la bocca.
L'avvocato rest in silenzio, trovando un punto nel muro da fissare.
- Ecco cosa vedo, - disse il giudice. - La gente in quest'aula  tutta dalla parte dell'imputata. Inclusa una sorella che, se parliamo di botte,  conciata anche peggio del suo cliente. Invece non vedo nessuno dalla parte del ragazzo tranne lei, Jim. E a dirla tutta, la sua presenza non costituisce certo un punto a suo favore.
- Non  giusto, giudice, - disse l'avvocato.
- La vita  piena di cose ingiuste, - rispose lei. - Ecco il mio verdetto. Lei, giovanotto, ritirer tutte le sue accuse, perch credo che sia un bulletto, e un verme. Lo penso perch  entrato in tribunale ubriaco, come pure il suo avvocato. Il suo alito mi sta arricciando i capelli sul collo, e a due metri di distanza.
- Signor giudice, - disse l'avvocato. - Non pu semplicemente decidere che siamo ubriachi.
- Possiamo fare un test alcolico e peggiorare la situazione per entrambi, oppure pu accettare quello che dico. Risponda forte e chiaro. Ha bevuto?
Se dir di no, procederemo con il test.
L'avvocato si schiar la voce. - Solo un goccetto a colazione.
Il giudice guard Tim.
- Ammetto di essermi fatto anch'io un goccino a colazione.
- Eravate insieme quando vi siete fatti questo goccino? - chiese il giudice.
Entrambi annuirono.
- Uh, uh. Dunque  cos . Le accuse sono ritirate. Ma, - si gir verso dime, - signorina, per quanto io disprezzi gli uomini che picchiano le donne, lei non se ne pu andare in giro a tendere agguati alla gente con una tavola di legno in mano, anche se si tratta di codardi, bulli e bugiardi. Mi sono spiegata?
- S, signora, - dissi.
- Le dar la libert vigilata. E per una settimana dovr andare al canile di Marvel Creek tutte le mattine, per badare ai cani.
- Ma io ho un lavoro, - dissi.
- Questo effettivamente  un problema, - disse lei. - Ma non  un problema mio. Andr l. Per una settimana. Due ore ogni mattina. Dalle dieci a mezzogiorno. E' chiaro?
- S, signora, - dissi.
L'avvocato di Tim si schiar la gola.
- S? - disse il giudice.
- E i diritti del genitore? - chiese l'avvocato.
- I diritti del genitore cosa? - disse il giudice.
- Tim ha diritto a vedere i suoi figli.
- Per il momento il diritto  negato, - disse il giudice. - Almeno fino a quando la sua ragazza non sar guarita. Poi potrete tornare in tribunale, e vedremo il da farsi. Nel frattempo, giovanotto, non si avvicini a questa signora. E' chiaro?
- S, signora, - disse Tim.
- Se lo fa, - disse il giudice, - si ritrover a indossare un bel completino arancione fornito dalla Contea. Sono stata chiara?
- S, signora, - disse Tim.
- Bene, - disse il giudice, e poich non aveva un martelletto batt lamano sul tavolo. - L'udienza  tolta.
Si alz. Il cancelliere, che aveva registrato tutto, fece altrettanto, ficcandosi la macchinetta sotto il braccio. Lui e il giudice uscirono insieme. Tim e il suo avvocato ubriaco se ne andarono alla chetichella, senza guardare nessuno.
L'agente sospir come se stesse esalando il suo ultimo respiro e usc.
Noi esitammo un momento, poi ce ne andammo.
15.
Le mattine andavo al canile di Marvel Creek e pulivo cacca di cane nei recinti con un'apposita paletta dal manico lungo.
Le gabbie avevano delle reti, ed erano delimitate su un lato dal muro di un edificio. Dall'altra parte c'era l'uscita. Erano lunghe, e si aprivano da entrambi i lati con un cancello. Quello posteriore affacciava su circa quaranta ettari di terra che contenevano degli alberi e un piccolo stagno. Il tutto era circondato da una recinzione metallica.
Talvolta i cani venivano lasciati liberi, anche se non necessariamente tutti assieme. Alcuni andavano d'accordo l'uno con l'altro, altri meno.
Io non dovevo solo togliere la cacca, lavoro che non richiedeva particolari competenze, ma dovevo sapere quando e quali cani lasciare liberi, come dar loro da mangiare, come accudirli e cos  via. Il quarto giorno cominciai ad avere un'idea pi precisa di ci che andava fatto.
C'erano cani di ogni razza, tutti randagi. Cani che erano stati malmenati, abbandonati, o messi l alla morte dei loro padroni. Cuccioli nati randagi. Non c'erano cani a pensione, ma il flusso di animali era comunque cos  intenso da non poter soddisfare tutte le richieste.
Davo loro da mangiare e da bere. Trascorrevo del tempo con loro. Li coccolavo. Tutti i cani erano socievoli. Anche quelli che avevano un aspetto minaccioso, come i Pitbull e i Dobermann. Volevano solo quello che credo vogliano tutti. Attenzioni. Amore. Un posto dove stare.
Per me erano come amici.
La signora che gestiva il canile veniva chiamata Top per ragioni che ignoravo. Era una donna magra, con la pelle imbrunita dal sole, forse da troppo sole. Aveva capelli lunghi e quasi tutti bianchi, ma non credo avesse pi di trentacinque anni. Per esser stata danneggiata dal sole, era piuttosto carina. Indossava sempre magliette, shorts e scarpe nere da lavoro con calzini bianchi che le arrivavano alle ginocchia. I capelli lunghi erano raccolti dietro con una pinza nera.
- Ci sai fare, - mi disse una volta.
Stavo chiudendo una gabbia quando era sopraggiunta.
- Grazie.
- Ti viene naturale interagire con i cani.
- Non ho molta scelta, - dissi.
- E' chiaro, - disse Top. - Ma questo non cambia il fatto che tu ci sappia fare. Forse ti potrebbe interessare, lavorare qui.
- Un lavoro con una paga?
- La paga non  alta. E ci capita spesso di dover cercare nuovi collaboratori. E' per via di tutta la cacca di cane da raccogliere. Ma siamo in grado di pagare regolarmente. Ed  un buon lavoro per chi si sta preparando ad andare all'universit.
- Ma io non lo sto facendo mica, - dissi.
- Difficile a credersi.
Quelle parole mi colsero alla sprovvista. - Perch?
- Sembri una tipa da universit, - disse. - Ho solo dato per scontato che ci andassi.
- Sono qui in libert condizionata, - dissi. - Ne conosci molte di universitarie in libert condizionata?
- Molte pi di quanto immagini, - disse lei. - Di solito sono ragazzi come te che hanno fatto una stupidata, per fortuna niente di gravissimo.
- Be', - dissi, - io non vado all'universit. Non ho neanche il diploma di scuola superiore.
- Ci puoi sempre tornare, a scuola, - disse lei.
- Credo che prender il Ged, - dissi. - O almeno, ho intenzione di farlo.
- Averne l'intenzione non basta, - disse Top.
- E' difficile studiare e lavorare insieme.
- Io l'ho fatto, - disse Top.
- Davvero? - Ero sorpresa. Pensavo che il Ged fosse roba da rifiuti di roulotte come me.
- Davvero, - disse Top. - Ho preso il Ged e poi sono andata all'universit A&M. Mi sono laureata in Medicina veterinaria e sono finita a gestire questo posto.
- E' stato molto difficile?
- Oh, s. Ho dovuto trovare dei finanziatori. A volte le cose sono filate lisce, altre no. Sono stata sul punto di chiudere la baracca varie volte.
- Cosa accadrebbe ai cani se chiudessi? - chiesi.
La sua espressione si inaspr. - Per quelli ai quali non sono riuscita a trovare una casa... che poi  sempre il mio principale obiettivo... piazzo un sacco di cuccioli, ma quelli a cui non ho potuto trovare una casa andrebbero a finire al rifugio degli animali, e una grossa percentuale verrebbe abbattuta.
- E' orribile, - dissi.
Top annu. - S, lo . Ma  quello che succede alla maggior parte dei cani per cui non si riesce a trovare una casa. Per quanto suoni orribile, non  che ci sia altra scelta. Ecco, sto cercando di fare qualcosa di diverso. Do sempre il massimo. Riesco a piazzare un cane e ne arriva subito un altro. Un cane muore, cosa che purtroppo pu accadere, e viene rimpiazzato all'istante. Non c' un solo recinto vuoto, qui. Li nutro come si deve. Li lascio liberi di correre in un pezzo di terra recintato. Hanno un posto sicuro dove dormire la notte. Li conosco uno per uno, e li accudisco tutti. Quanto a te, pi ne coccoli, pi sono contenta.
- Non ti sono mai capitati cani cattivi?
- Ogni tanto, - disse. - La maggior parte dei cani cattivi non lo sarebbe diventata se non fosse stata trattata male. Sono le vite brutte a rendere i cani cattivi. Del resto, succede lo stesso anche agli uomini.
Top fece una pausa e guard la fila di gabbie.
- Sai cosa mi piace di questi cani? - chiese.
- Che non ti giudicano? - dissi.
Lei si gir a guardarmi e sorrise. - Esatto. E sono sempre felici di vedermi. Mi piacciono tutti gli animali, ma i cani sono speciali. Alcuni preferiscono i cani. Altri i gatti. Hai mai sentito quella vecchia battuta sulla differenza tra cani e gatti?
Scossi la testa.
- Un cane pensa: il mio padrone mi d da mangiare, mi ospita, mi coccola, si prende cura di me, quindi il mio padrone dev'essere Dio. Un gatto pensa: il mio padrone mi d da mangiare, mi ospita, mi coccola, si prende cura di me, quindi sono io, a dover essere Dio.
Scoppiai a ridere.
- I cani, - disse. - L'amore che sono capaci di provare supera qualsiasi cosa. Ti aiutano a scoprire il lato migliore di te stessa. Ecco cosa mi piace di pi, di loro. Fanno pi loro per me di quanto possa mai fare io per loro.
- Be', credo sia ora che mi dia da fare, se voglio finire, - dissi.
- Certo, - disse Top. - Pensaci, a quell'offerta di lavoro.
- Okay.
- E quanto al Ged, - disse, - ti aiuter a prepararti, se ti va.
- Certo, - risposi, convinta che non sarei mai stata in grado di farlo. Top si allontan, e io tornai al lavoro.

16.
Domenica, quando ebbi finito con i cani, guidai fino a casa e cominciai a prepararmi. Non sapevo bene cosa indossare per un vero appuntamento, perch non ne avevo mai avuto uno. Ero andata al cinema con un ragazzo un paio di volte, ma eravamo insieme ad altri amici: magari era un appuntamento pure quello, ma sembrava pi che altro un'uscita in comitiva. Al cinema ci eravamo divertiti, e quando il film era finito il ragazzo con cui ero e gli altri avevano cominciato a spintonarsi e a ridere, tirandosi delle gran pacche sul culo, dopodich eravamo tornati a casa. Avevo trovato l'intera faccenda eccitante come osservare una fila di formiche.
Scelsi diversi vestiti, ma nessuno mi sembrava adatto. Non sapevo davvero cosa mettermi. Non ero neanche sicura di dove saremmo andati. Herb aveva accennato a un posto carino dove mangiare. Forse un cinema. Non volevo sembrare sciatta, ma neanche troppo elegante. Provai un bel top con i jeans, e pensai che non era male. Ma al primo appuntamento, visto che forse saremmo andati in un posto elegante, e che era uno come Herb a portarmici, avrei dovuto mettere qualcosa di pi carino. E poi mi chiesi di nuovo: chi l'ha detto che il posto sar elegante? Lui ha detto carino.
Provai diversi abiti, ma addosso mi sembravano tutti buffi. Li avevo indossati altre volte e mi era sempre parso che mi stessero bene, ma all'improvviso non mi sembravano pi gli stessi. Non sapevo dire se a essere sbagliati fossero i vestiti o il mio umore. O entrambi.
Mi sedetti sul letto e provai a ragionare sulle scarpe da mettere. Pensai di comprare dei vestiti nuovi, ma non avevo i soldi per farlo. Nonna entr nella stanza. E Dio la benedica, quando entr con quell'abito colorato sembrava una tenda da circo sospinta dal vento. Guard i vestiti che avevo sparso sul letto.
- Hai scelto la roba da regalare ai poveri?
- No, - dissi.
- Ha un appuntamento, - intervenne mamma. Era in piedi sulla soglia della camera da letto e guardava dentro. Non le avevo detto che avevo un appuntamento, non l'avevo detto a nessuno.
- Un appuntamento? - disse nonna, come se il fatto di vedermi andare a un appuntamento fosse la cosa pi assurda del mondo, e per trovarne una ancor pi improbabile si sarebbe dovuto pensare a un atterraggio degli alieni sul prato della Casa Bianca per insegnare alla First Lady come si prepara una frittata.
- L'ho notato subito, - disse mamma, entrando nella stanza e sedendosi sul bordo del letto. - Ha uno sguardo vacuo che mi  molto familiare.
- Non  abbastanza grande per un appuntamento, - disse nonna.
- Certo che lo , - ribatt mamma. - Quando mi sono sposata avevo solo un anno pi di lei.
- E com' andata a finire? - disse nonna.
- Non bene, - rispose mamma, - ma non si tratta di un matrimonio, questo  un appuntamento.
- Da cosa nasce cosa, - tir le somme nonna, e si sedette sul letto.
Sentii il materasso che si spostava, come una zattera che cercasse di trasportare un elefante attraverso un fiume.
- Hai scelto gi cosa mettere? - chiese mamma.
- No, - risposi.
- Che tipo di appuntamento ?
Le dissi ci che sapevo.
- Secondo me, - disse mamma, - andrebbe bene un semplice vestito nero con le scarpe basse. Niente tacchi alti. Secondo me sarebbero eccessivi, e poi viene un male cane ai piedi.
- Secondo me, invece, - disse nonna, - faresti bene a rimanere a casa. I ragazzi sono persone orribili. Guarda tuo padre.
Torto non ne aveva. Ma io continuavo a pensare a Herb, a quanto fosse bello, a quanto era stato gentile.
- Non ce l'ho un abito nero semplice, - dissi. - Ho un vestito grigio pi o meno semplice, che una volta era nero ma si  scolorito, e ha quella che si potrebbe definire una macchia permanente di chili vicino al colletto.
- Ho un po' di denaro da parte, - disse mamma, - e tu lo devi avere, un vestito. Vai in citt e compratelo.
- Non possiamo permettercelo, - dissi.
- Certo che possiamo, - ribatt. - Prendo i soldi e tu vai a fare shopping. Forse  meglio se arrivi fino a Tyler, c' un bel centro commerciale l. Ci vai e vedi cosa riesci a trovare. Non posso darti molti soldi, ma qualcosa s. Magari puoi aggiungerci i soldi che hai messo da parte.
- D'accordo, - dissi. - Grazie.
- Un'altra cosa che voglio, - disse mamma, -  che tu ti diverta. Non ti capita mai. Sei nell'et in cui dovresti farlo. Lavori, picchi la gente con le tavole di legno e spali merda di cane. Dovresti divertirti.
- Tu ti divertivi alla mia et, mamma? - le chiesi.
- No, - disse lei.
- Neanche io, - disse nonna.
- Perch?
- Ci siamo sposate tutte e due troppo presto, e con uomini sbagliati.
- Almeno mio marito  morto giovane, - le disse nonna. - Non  scappato.
- Grazie, - disse mamma. - Questo mi fa sentire molto meglio.
- Non era mia intenzione farti sentire meglio, - disse nonna.
- Lo sospettavo, - disse mamma. Mi guard. - Forza, Dot. Vado a prenderti quei soldi.

17.
Mamma mi diede i soldi, io presi il mio portafogli e lo ficcai nella tasca posteriore. Odio usare le borse, per cui quando posso evito.
Mi avviai verso la macchina. Elbert era di nuovo seduto sulla sedia a sdraio. Era mezzogiorno passato, faceva caldissimo e lui sudava. La sua faccia sembrava ricoperta da una glassa di zucchero. Mi guard mentre mi avvicinavo.
- Stai andando al lavoro? - mi chiese.
- No, - dissi. - Ho la domenica libera, al Dairy Bob, e ho fatto anche il mio dovere coi cani. E tu? Andrai a lavoro? Ci andrai mai?
- Sto cercando l'occasione buona, - disse.
- E la cerchi con la telepatia? - chiesi.
In quell'istante il mio fratellino, Frank, usc dalla roulotte. - Ha un appuntamento. Ho sentito tutto.
Lo guardai. - Grazie, Frank. Dici bene. Piccolo ficcanaso che non sei altro.
- Non ficco il naso da nessuna parte, io, - disse Frank.
- Ficcanaso, - ripetei. - E non aggiungere altro.
Frank lasci stare, pi o meno. Prese la sua bici da sotto la roulotte, che era stata rialzata dal terreno di circa un metro, la mont e si allontan. Mentre lo faceva, si gir per farmi un sorrisetto.
- Immagino non sia molto elegante colpire il proprio fratello minore con una mazza, - dissi.
Elbert ignor la mia affermazione e disse: - Dunque hai un appuntamento, eh?
- Sai, Elbert, non sono esattamente affari tuoi.
- Lo conosci bene?
- Ci siamo appena conosciuti, - risposi. - Al Dairy Bob. E, come cercavo di spiegarti, non sono fatti tuoi.
- Dovresti saperne di pi su di lui prima di uscirci insieme, Dot.
- Forse, per saperne di pi, devo uscirci insieme, invece, - dissi.
- Ma devi stare attenta, - insist Elbert. - Tieni presente che i ragazzi a quell'et ragionano a senso unico.
- Stai per farmi una lezione sugli uccelli e le api? - dissi.
- Sono ragionevolmente certo che tu sappia gi tutto degli uccelli e delle api, - disse Elbert. - E sei intelligente e cauta, ma credo che il bisogno di attenzioni potrebbe farti abbassare la guardia.
- Attenzioni? - dissi. - Sono gi ricoperta, di attenzioni.
- Un ragazzo pu apparire come un cavaliere in un'armatura scintillante. Ma tu sei giovane, Dot. Hai un futuro davanti.
- Non stiamo pianificando le nozze, - dissi. - Usciamo solo insieme.
- Sto dicendo che...
- Be', non lo dire, - lo interruppi. - Non dire niente. Non sei mio padre.
- Lo so, - disse Elbert. - Ma visto che lui non c'...
- Visto che lui non c' un cavolo, - dissi. - Tu non sei niente per me. Sei solo un uomo di mezza et che ho appena conosciuto e che vive in un furgone nel nostro cortile. Un ex pagliaccio sui pattini, santo cielo. Non ho bisogno dei tuoi consigli.
- Cercavo solo di aiutarti, Dot.
- Non farlo, - dissi, poi entrai in macchina e me ne andai.
Avevo percorso un unico isolato quando cominciai a sentirmi in colpa per come mi ero comportata e a chiedermi perch mi fossi arrabbiata cos  tanto. Forse perch aveva colto nel segno? O forse perch nella mia famiglia gli uomini erano visti come mostri?
Guidai fino a Tyler. Era a circa un'ora e mezza da casa. Facevo attenzione all'ora. Dovevo trovare qualcosa da mettere, tornare, vestirmi ed essere pronta per le otto. Avevo organizzato tutto in modo che mi venisse a prendere al Dairy Bob. Un po' mi vergognavo, per questo, ma non volevo che vedesse quella roulotte fatiscente, o che fosse costretto a farsi strada tra Elbert e il suo furgone in cortile.
Feci un giro nel centro commerciale e inaspettatamente trovai subito un vestito, che era addirittura in saldo. Lo provai, e mi stava a meraviglia. Mi guardai allo specchio e pensai che non ero niente male, davvero.
Era un vestito nero, proprio come aveva suggerito mia madre, e comprai anche un bel paio di scarpe, senza tacchi. A casa avevo un po' di gingilli che avrebbero completato il tutto. Magari non l'avrei steso, ma con i capelli lavati e pettinati potevo farlo almeno almeno trasalire, come quando pesti la coda a un gatto.
Ero cos  felice di quello che avevo comprato che guidai fino a On the Border, che non distava molto dal posto dove avevo fatto quelle spese, e ordinai del cibo messicano, uno dei piatti pi economici.
A parte il Dairy Bob, e una tazza di caff o una fetta di dolce al bar locale, raramente mangiavo fuori casa. E lo stesso valeva per il resto della famiglia.
Il cibo arriv con una certa rapidit, e mentre mangiavo un'enchilada mi resi conto che anche quella sera avrei mangiato fuori, e che il cibo messicano avrebbe potuto gonfiarmi dentro il vestito come una salsiccia. Alla fine ne mangiai solo un po' e mi feci incartare il resto. Sapevo che, una volta messo nel frigo di casa, probabilmente non l'avrei visto pi. Elbert, Frank o nonna ci si sarebbero fiondati sopra come tante anatre su uno scarafaggio.
Pagai e tornai a casa.

18.
Alle sette e tre quarti ero pronta, e mi precipitai verso la macchina per raggiungere il Dairy Bob.
Naturalmente Elbert, che sembrava essere sempre accampato fuori dalla roulotte, mi vide uscire. C'era ancora luce in quel periodo dell'anno, nell'East Texas, dunque lo vidi bene e lui vide bene me.
- Sei molto carina, - disse. - Forse troppo carina, per un primo appuntamento.
- Grazie, - risposi. - Immagino sia un complimento.
Guidai fino al Dairy Bob, parcheggiai sul retro, come avevamo stabilito io e Herb, e attesi. Dopo pochi minuti, decisi che mi aveva dato buca.
Guardai l'orologio. Erano le otto in punto. Okay. Forse ero un po' troppo impaziente?
In quel momento Herb parcheggi accanto a me la sua bellissima, rossa e costosa decapottabile. La macchina era lucida e brillante come un piattino appena leccato da un gatto, e mi faceva sentire come se fossi seduta in un carretto trainato da un asino morto. Scesi dall'auto e mi avvicinai a lui. Herb scese a sua volta, gir intorno alla macchina e mi apr la portiera. L'unica volta che qualcuno mi aveva aperto la portiera in quel modo risaliva a quando mio fratello Frank aveva deciso di dover salire dalla mia stessa parte e aveva cercato di precedermi a spinte.
- Grazie, - dissi, - ma non era necessario. La so aprire, una portiera.
- Consideralo un gesto di cortesia, visto che questo  il nostro primo appuntamento, - disse Herb.
- Quindi, - dissi, appena salita, - avevi comunque intenzione di non replicare, e gi dal secondo appuntamento?
- Pi o meno, - rispose, sorridendo. - Cavolo, sei pazzesca.
- Grazie, - dissi. - Avevo paura di mettermi troppo elegante, o troppo poco.
- Sei perfetta. Hai un coprifuoco da rispettare?
Non lo avevo, ma preferii non correre rischi.
- Devo rientrare entro mezzanotte, - dissi.
- Okay, - disse lui. - Avevo pensato che potremmo andare al Gabardine.
- E' un bel posto, - dissi.
- Per una citt piccola come questa s, lo , - disse lui, e questo mi fece capire che Herb ne sapeva molto pi di me sulla vita e sui buoni e i cattivi ristoranti. Non avevo bisogno che me lo dicesse, per sapere che doveva aver trascorso diverse estati in Europa.
- Oppure, - disse, - potremmo andare al cinema, mangiare hot dog e popcorn.
- No. Ho un bel vestito. Mi spetta un posto carino.
Il Gabardine  l'unico ristorante davvero bello della nostra citt. Si trova dalla parte opposta rispetto al Dairy Bob e a dove vivo. E' nella zona dove non ci sono roulotte, automobili trasformate in case e lavatrici rovesciate in cortile; in quella parte della citt dove le donne si fanno fare la manicure da qualcun altro e non si arrangiano con la limetta e lo smalto. Quella parte della citt in cui la gente ha tempo per fare altre cose, oltre al lavoro. Quella parte della citt che odora di soldi. Era il classico posto che ti fa desiderare di aver indossato i tacchi alti. Si trova in cima a una collina che domina la statale. Herb port la macchina fin lass, mi apr la portiera e mi aiut a scendere. Diede le chiavi a un uomo in giacca rossa, il quale si occup di parcheggiare l'auto. Avevo visto quel tipo di servizio nei film, ma mai nella vita reale.
Dentro c'erano degli acquari di vetro. Pieni di pesci colorati che nuotavano. Un uomo salut Herb chiamandolo per nome, ci indic un tavolo vicino a una finestra che affacciava su un laghetto fatto di pietre e cemento colorato. Dentro c'erano pesci a strisce e a pois.
- Avevi prenotato? - chiesi, mentre Herb mi spostava la sedia per farmi accomodare. - Sapevi gi che avrei scelto di venire qui?
- Ho sempre un tavolo prenotato, - disse. - Se vengo, mi dnno un tavolo. Se non vengo, pazienza. Che poi sembra una cosa un po' snob, non credi?
- Un po'.
- I miei genitori possiedono delle quote del ristorante. Hanno investito insieme ai Gabardine. E i Gabardine, per la cronaca, sono i miei nonni da parte di madre.
- Oh, - dissi.
Lessi il menu. La cosa meno cara costava quanto un intero foglio del menu del Dairy Bob, comprese la percentuale per la cameriera, la mancia e forse l'assicurazione sul locale. Cercai qualcosa di economico ma poi pensai: e che diamine. I suoi sono mezzi padroni del ristorante, questo  un appuntamento, lui vuole fare colpo su di me e io ho voglia di bistecca.
Quando sopraggiunse il cameriere ordinai un filet mignon con tutti i contorni. Herb non batt ciglio. Nonostante questo, mi sentivo un po' in colpa. Forse avrei evitato il dolce.
Non lo feci, per. Presi una fetta di torta cos  piena di cioccolato e zucchero che la testa cominci a nuotare come quei pesci nell'acquario. Ero contenta di non aver mangiato tutto quel cibo messicano. Speravo solo che, dopo aver cenato, io non sembrassi troppo gonfia nel mio piccolo vestito nero.
Quando finimmo, Herb ordin del caff. Era ricco, e gustoso, e dentro c'era panna vera, non la robaccia che esce da quelle confezioni che ti tocca aprire da sola. Non avevo mai bevuto un caff cos  buono. Francamente, non avevo neanche mai mangiato cos  bene. Mia madre era una cuoca mediocre e mia nonna era convinta che scaldare del cibo precotto fosse un'impresa fuori della sua portata. Non avrei immaginato che una bistecca, un dolce e una tazza di caff potessero impressionarmi tanto, ma cos  era stato.
Herb sorseggiava il caff, e mi sorrise. Se avessi potuto imbottigliare quel sorriso sarei diventata milionaria.
- Allora, - disse. - Dove vivi esattamente?
Esitai, ma alla fine glielo dissi. - In una roulotte dall'altra parte della citt, verso Judge Park.
- Non so dove sia.
- Non mi sorprende, - dissi. - Non c' ragione per cui tu debba saperlo.
- In che senso?
- Nel senso che hai i soldi. Fai una vita molto diversa... oh, cavolo. Sto cominciando a dire cose che non avevo intenzione di dire.
- No, va bene, - disse, allungando una mano e toccando la mia per un attimo. - Voglio sapere.
- Se hai i soldi, non hai ragione di conoscere la mia zona. Vivo con mia madre, mia nonna e mio fratello minore. Da poco sono venuti a stare con noi anche mia sorella e i suoi due figli, e tanto per non farci mancare nulla c' uno zio che dorme in cortile, dentro un furgone.
- In cortile?
- E' apparso all'improvviso, un giorno. Nessuno di noi l'aveva mai visto prima. Devo aggiungere che non ho inserito mio padre nella lista. Qualche anno fa  uscito per andare a comprare le sigarette e non  pi tornato. Ora tocca a te.
- Niente di speciale. Vivo a Frank Street. E'...
- Lo so dov', - dissi. - A proposito del discorso di prima. So dove vivi. Conosco il nome della tua strada, ma chi diamine sente mai parlare di Judge Park, a meno che non ci viva? Scusa. Mi parlavi di te.
Lui mi sorrise. - Hai tante cose da dire.
- Scusami.
- No. Mi piace.
- Davvero?
- Certo, - disse. - Tutte le ragazze che conosco sono molto formali.
- Oh, grazie.
- No, non intendevo questo, - disse. - Il senso era che dici ci che pensi. Hai delle opinioni. Non so ancora con quali sar d'accordo, ma almeno le hai. In risposta alla tua domanda, mia madre ha un bel negozio di abbigliamento, a Tyler. Mio padre ha uno studio in centro. Non fa un granch, e non ci va neanche molto spesso. Ma ha un titolo. Mia madre gestisce il negozio in perdita, come hobby. Mio padre gioca molto a golf. Fanno investimenti, come quello nel ristorante. Niente di eccitante. Ma sono a posto. Sono bravi con me. Non hanno scelto loro di essere noiosi, e non hanno deciso loro di essere ricchi. Hanno ereditato un sacco di soldi.
Come dicevo: noiosi.
- Ti stai lamentando? - dissi.
- No. Sto solo dicendo che non c' sfida.
- Belle parole, - dissi. - Ma le sfide a volte sono sopravvalutate. Almeno non ti svegli ogni giorno chiedendoti se ci sar quella che la compagnia elettrica e quella idrica chiamano interruzione di servizio. Quando mio padre se n' andato, ho ereditato qualche fumetto, dei pacchetti di sigarette vuoti e cinquantadue centesimi che aveva lasciato nel posacenere. E sai qual  la cosa peggiore?
- Quale?
- Nessuno dei fumetti che ha lasciato  buono. E i cinquantadue centesimi li ho gi spesi da tempo.
19.
Stranamente, non avevo notato quanto fosse bella la notte. Era da tanto che non mi capitava. Sembrava che la percorressi sfrecciando, dalla roulotte alla macchina, dalla macchina al Dairy Bob. Ma quando uscimmo dal ristorante guardai verso l'alto. A volte c' troppa luce in citt, per riuscire a vedere bene il cielo. Ma l nel parcheggio, forse progettato per creare un'atmosfera romantica, c'erano meno luci e la notte era limpida. Il cielo era una soffice distesa nera di eternit tempestata di diamanti che ci facevano l'occhiolino. L'aria era dolce come il miele.
Quando fummo in macchina, Herb disse: - E' proprio una bella serata.
Facciamo un giro?
- Certo, - dissi. - Mi piace, l'idea.
Attravers la citt, superando il Dairy Bob e proseguendo lungo la statale. Non lo so come mi sentivo, davvero. Sapevo solo che ero in macchina con un giovane, bellissimo uomo, che eravamo lontani da occhi indiscreti, che era una notte bellissima e che avevo la pancia piena dopo una cena deliziosa. Le cose migliorarono ulteriormente quando Herb abbass il tettuccio della decapottabile e il vento mi sollev i capelli. Le case svanirono e gli alberi si fecero pi fitti, mentre la statale proseguiva in salita. Non ci sono molti luoghi davvero in quota, in Texas, e una grande collina per noi  una montagna. Riconobbi la nostra destinazione mentre ci avvicinavamo e avvertii un nodo alla gola, come se qualcuno me l'avesse chiusa con la colla.
Era Outlander's Drop. Non so come sia venuto fuori quel nome, ma a chiamarla in quel modo erano stati gli anziani che vivevano da quelle parti, mentre i ragazzini la chiamavano Lover's Drop. Si trovava tra Marvel Creek e un posto non molto lontano chiamato Camp Rapture.
Uscimmo dalla statale e prendemmo una piccola strada sterrata che portava in cima all'Outlander's Drop. Era un'ampia radura, perci non  che fossimo nel mezzo di una fitta foresta. C'era un solo albero, spaccato in due da un fulmine, e parcheggiammo proprio l di fronte.
Quando Herb spense il motore, le luci interne del cruscotto si spensero. Sembrava che tutto il mondo si fosse zittito.
Pensai a una cosa che mi aveva detto mia sorella Raylynn. Era proprio l che lei e il suo primo fidanzato avevano concepito un figlio. In quel momento, guardando attraverso la spaccatura al centro dell'albero, le stelle non sembravano pi belle, ma bigiotteria da quattro soldi buttata su un telo nero e sporco.
- Carino, no? - disse Herb.
Feci per dire qualcosa, ma le parole mi si gonfiarono in bocca e non riuscii a farle uscire.
Herb allung il braccio e mi tocc la mano, poggiata tra i due sedili. La strinse nella sua, delicatamente. Sentii qualcosa muoversi nello stomaco, mi liberai dalla sua presa, aprii la portiera e scesi. Lasciai la portiera aperta, anche se non era necessario: con la cappotta abbassata avrei potuto comunque parlare con lui.
- Vai a casa, Herb. Non accadr.
- Che cosa?
- Non avrai quello che pensavi di ottenere. Puoi essere ricco e io spazzatura bianca, ma non credere che questo basti a piegarmi.
- Che cosa?
- L'hai gi detto, - dissi, e chiusi la portiera. Camminai per un po' e mi fermai in cima al Drop. Era molto in alto. C'era una pendenza, e pi sotto potevo vedere dei cespugli al chiaro di luna. Quando una nube sottile pass davanti alla luna, la luce cambi e i cespugli sembrarono muoversi. Sentii un brivido lungo la schiena.
Herb era sceso dall'auto, e mi si avvicin. Disse: - Non so cosa ti sia venuto in mente, ma io...
- Risparmiatela per qualcuna pi stupida di me, - dissi, e ripresi a camminare.
Girai attorno alla macchina e proseguii lungo la strada pi velocemente che potevo, con le mie belle scarpe nuove ai piedi, sentendomi stupida come il personaggio di un cartone animato con quel piccolo vestito nero. I miei sogni si stavano sfaldando come zucchero filato.
- Dot, - disse Herb. - Torna indietro. Sali in macchina. Ce ne andiamo.
Continuai a camminare.
Proseguii lungo la strada, pensando che ci sarebbe voluta una vita, per tornare in citt, e che non ci sarei arrivata prima di compiere trentacinque anni.
Herb mi si accost, guidando lentamente.
- Dai, Dot. Non volevo offenderti. Ti ho solo preso la mano.
- Gi, ma la mia mano  attaccata al resto del mio corpo, - dissi senza smettere di camminare.
- Non lo so cos'hai pensato, ma ti assicuro che ti sbagli.
Continuai a camminare, e lui a guidarmi affianco.
- Non era mia intenzione offenderti in alcun modo, - disse. - Tenersi lamano non  un'attivit criminale. Odi cos  tanto quel gesto?
La ghiaia sulla strada scricchiolava mentre la macchina scivolava al mio fianco.
- Mi  piaciuto troppo, - dissi. - Non volevo entrare troppo a fondo nel sogno, ma soprattutto non voglio due bambini, un padre che taglia la corda e una vita dentro una roulotte, circondata da pannolini sporchi e con un vestaglione addosso per nascondere la trippa.
- Un cosa?
- Lascia stare.
- Dot, almeno sali in macchina e lascia che ti accompagni a casa. Ci sono almeno sedici chilometri prima di arrivare in citt.
Continuai a camminare, ormai mi ero impuntata. Ma dopo qualche passo pensai che sedici chilometri erano davvero troppi.
Rallentai, e Herb ferm la macchina.
- Non ti toccher la mano, - disse. - E nessun'altra parte del tuo corpo. Possiamo parlare di politica. Possiamo parlare dell'aumento del prezzo dei polli di allevamento. Non mi interessa. Non ti lascer qui da sola. E continuer a guidare a passo d'uomo, restandoti accanto fino a casa, se sar necessario.
Salii in macchina.
Viaggiammo per circa cinque minuti senza parlare. Guardavo Herb con la coda dell'occhio. Sembrava come svuotato.
Dissi: - Scusami.
- Cosa?
- Ho detto scusami. Non farmelo ripetere.
- Non ti ho mica chiesto di farlo, - ribatt.
- E'... difficile da spiegare.
- Credo che avremo tempo a sufficienza, se vuoi provarci.
- Non voglio.
- Quindi rester un segreto?
Restai in silenzio per un po', prima di rispondere. - Quando mi hai preso la mano, ci ho visto cose pi grosse delle tue intenzioni. O forse ci ho visto quello che volevo vederci. Tu mi piaci. Sono attratta da te. Ho pensato che se non fossi scesa subito dalla macchina avrei superato il limite.
- Non avevo intenzione di... - Fece una pausa. - Be', immagino che ci
saremmo arrivati, s. E' una cosa naturale.
- Gi. E sappiamo tutti e due cosa significherebbe, - dissi.
- Non  una cosa brutta in s per s... credo che stiamo parlando della stessa cosa.
- No, non lo , - dissi. - E s, stiamo parlando della stessa cosa... intendi il sesso, giusto?
- Gi.
- Okay, - dissi. - Era solo per essere sicura. E' il momento, che  sbagliato. Mia sorella potrebbe spiegarti molte cose, sul tempismo. La cosa di cui stiamo parlando  molto pi importante di una buona cena e di una bella corsa in macchina sotto le stelle.
- Volevo solo tenerti la mano e parlare, - disse Herb. - Credo di aver desiderato un bacio, anche. Ma magari solo dopo averti riaccompagnata.
- Ho esagerato, - dissi. - Mi sembrava che si fosse aperto un buco sotto di me, e che stessi per caderci dentro. Non  una giustificazione al mio comportamento, ma mia sorella ha due figli, e non per immacolata concezione. Due bambini con due padri diversi, che sono usciti di scena entrambi. Ho pure colpito uno dei due con una tavola di legno. So di avertelo gi detto, ma ho preferito ribadirlo.
- Di questa storia della tavola di legno non so niente, - disse.
- Conserviamocela per un altro momento, - risposi. - Ti ripeter solo, ancora una volta, che mio padre se n' andato senza lasciarci neanche un pacchetto di gomme. E da allora, neanche una parola.
- Me l'avevi accennato, - disse Herb. - Ma questa cosa del pacchetto di gomme  nuova. Non hai mai pensato che potrebbe essergli successo qualcosa?
- Qualche volta, - dissi. - Tutto quello che so  che voglio qualcosa di meglio. Mi segui?
- S. Lo capisco. Ma continuo a pensare che tenerti la mano non ti porter a indossare un vestaglione.
- Tenersi per mano ha le sue conseguenze, lo sai.
Lui sorrise. - Amici?
- Certo, - dissi. Proseguimmo, e molto prima di arrivare in citt, prima che le luci si facessero pi intense e che tutto tornasse ad apparire familiare, e troppo reale, per un lungo, bellissimo istante le stelle in cielo tornarono bellissime, e il vento fu di nuovo dolce come il miele.

20.
Non mi port direttamente alla mia macchina, perch gli chiesi di non farlo. Mi guard di sottecchi, ma non fece obiezioni. Disse: - Dove?
Gli dissi che volevo del caff, e lo volevo nel bar dove ero andata ad aspettare Raylynn.
Non c'era quasi nessuno l, solo un vecchio in fondo al locale con una tazza di caff, che leggeva un giornale.
Herb ordin del caff e una fetta di torta. Io solo caff. Volevo anche la torta, ma dopo quella che avevo gi mangiato era meglio evitare. Non solo per il punto vita, ma anche perch pensavo che mi avrebbe intontita. I dolci hanno questo effetto, su di me. Avevo trattato Herb come se fosse uno stupratore anzich un normalissimo ragazzo con sani appetiti. In realt, era dei miei appetiti che avevo paura. E non mi riferisco a quelli per una fetta di torta.
Chiacchierammo, ed Herb disse: - Sembri convinta che i poveri siano meno felici dei ricchi.
- Ho detto questo?
- No, - disse. - Ma  implicito in tutto ci che dici.
- Be', credo che essere infelici coi soldi sia meglio che essere infelici senza soldi.
- Se uno  infelice,  infelice, - disse Herb. - Anche se ti puoi permettere di star male in una bella macchina o in una casa con vista sull'oceano, stai male comunque.
- Immagino di s, - dissi.
- La mia  una famiglia felice, - prosegu. - Un po' noiosa, come ti ho gi detto, ma felice. Mi hanno reso felice. I soldi fanno la loro parte, certo. Ma non  tutto l. I miei genitori si amano. Questo  tutto. Fine della storia.
- Anche i miei genitori si amavano, ma non ha funzionato. Forse i problemi di soldi hanno influito.
- Forse erano problemi di affinit caratteriale.
- E questo cosa dovrebbe significare?
- Aspetta un momento, - disse. - Non sto cercando di farti innervosire. Per carattere intendo ci che fai quando non devi. Nonostante i miei genitori siano ricchi, li ho visti mettere alla prova pi volte i rispettivi caratteri. Ed  finita bene.
- Be', mio padre invece  finito da qualche parte, e non so neppure se ha comprato le sigarette o no. Ma credo che noi altri siamo a posto, s.
Herb sorrise. - Quello che sto cercando di dirti  di non pensare che sia tutto facile per me solo perch ho i soldi. Ci non toglie che io abbia dei vantaggi.
- Andrai all'universit, mentre io sto studiando per il Ged, - dissi. - O almeno dovrei.
- Ce la farai. E potrai andare avanti.
La mia insicurezza fece capolino. - Tu credi?
- Certo. Sei brillante. Adoro parlare con te. Per te non contano solo le macchine, i vestiti e le feste.
- Perch non posso permettermi n macchine, n vestiti, n feste, - dissi.
- Non credo sia per questo, - ribatt.
- Non ti ho fatto arrabbiare, prima?
- Mi hai sorpreso, - rispose. - Ero un po' in imbarazzo.
- Mi dispiace.
- Non ti preoccupare, Dot. Va tutto bene.
La cameriera, non la stessa che avevo visto la volta precedente, ci riemp le tazze e port via il piattino vuoto della torta che aveva preso Herb. Restammo seduti l per un po', poi andammo al bowling, e giocammo. Ero pessima, ma Herb era peggio di me. A un certo punto pensai che non sarebbe riuscito a togliere le dita dai buchi della palla, e che sarebbe rotolato anche lui sulla pista.
Quando finimmo di giocare, mi port alla mia macchina e mi scort fino a casa. Elbert era seduto sulla sua sedia in cortile. Scesi dall'auto, salii su quella di Herb e mi sedetti accanto a lui.
- E' tuo zio?
- S,  lui, - dissi. - Ehi. Scusa se sono stata un'idiota.
Allungai il braccio e gli toccai una mano. - Guarda. Non penso che mi assalirai. Mi piaci.
- Anche tu mi piaci.
- Al punto che vorrai vedermi ancora? Se vuoi porto una camicia di forza, e me la fai indossare. Prometto che non mi ribeller.
- Vai bene cos  come sei.
Guardai attraverso il parabrezza. Elbert si agitava sulla sedia per riuscire a vedere cosa stesse succedendo in macchina.
Dissi: - Vorrei baciarti. Davvero. Ma non mi va di farlo mentre Elbert ci guarda. Non siamo un film.
- Capisco. Ti accompagno alla roulotte e saluto Elbert.
- Non stasera, - dissi. - La prossima volta. Non voglio avere a che fare con Elbert. Ho gi messo in imbarazzo sia me stessa che te stasera, e non voglio che Elbert diventi la ciliegina sulla torta.
Mi accarezz la mano, scese, fece il giro e mi apr la portiera. Uscii anch'io e gli sorrisi.
Dissi: - Chiamami. Oh. Aspetta. Il mio cellulare  morto. O lo sar ben presto.
- Basta metterlo in carica, - disse.
- Se puoi permetterti di pagare il servizio, funzionano bene.
- Oh, - disse lui. - Va bene, allora. Ti trover. Lascio il mio numero al Dairy Bob. Puoi chiamarmi da l o da dove vuoi. Ogni tanto passer da quelle parti.
- Va bene, - dissi. - Buonanotte, Herb.
- Buonanotte, Dot.
Mi allontanai da lui, dunque, pensando che avrei dovuto baciarlo comunque, nonostante Elbert. Sentii dietro le spalle la sua macchina che si avviava.
21.
Attraversai il cortile e mi diressi velocemente verso la porta, lanciando una breve occhiata a Elbert solo per educazione.
Appena mi avvicinai alla sedia dov'era seduto, lui chiese: - Niente bacio?
- Come, scusa?
- Non l'hai baciato. L'appuntamento dev'essere stato uno schifo.
- Se non sbaglio mi avevi detto di prendermi i miei tempi, e che lui era un demonio o roba del genere.
- Siediti, chiacchieriamo un po', - disse Elbert.
- Non posso, davvero. Domani devo andare al lavoro.
- Un minuto. Mi sento solo qui fuori.
- Chiacchiera con Frank, allora, - dissi.
- E' andato a dormire, - disse Elbert.
- Vuoi che lo svegli? - chiesi.
- Prima mi ha colpito con un palloncino pieno d'acqua. E' uscito dalla roulotte, me l'ha tirato ed  scappato.
- Le fa spesso queste cose, - dissi. - Non ce l'ha con te.
Vidi una delle tende del salotto scostarsi. C'era una lucina accesa nella roulotte, che incornici mamma alla finestra. Alzai una mano e l'agitai. Lo fece anche lei, poi chiuse la tenda.
- Hanno aspettato che tornassi, - disse Elbert.
Non ne ero sorpresa. Volevano sapere dell'appuntamento e io non volevo raccontare tutti i dettagli. Per questo decisi di rimanere un po' fuori con Elbert.
- Dai, siediti, - disse Elbert.
Mi sedetti. Elbert chiese: - Si  comportato bene?
- S, - risposi. E poi, non riuscii a trattenermi. - Ti  mai successo di andare a un appuntamento e comportarti come un pazzo?
Non volevo arrivare a dire certe cose, ma decisi che era meglio parlarne con qualcuno che non conoscevo bene, piuttosto che con persone che conoscevo.
- Non credo, - disse. - Ho avuto diversi appuntamenti che non sono andati come speravo, ma non mi pare di essermi mai comportato come un pazzo. Come uno stupido forse s. Ma come un pazzo? No.
- Lo dici che sei un rapinatore di banche, al tuo primo appuntamento? -chiesi.
- Sinceramente, tesoro mio, non  che abbia avuto tutti questi appuntamenti dopo la rapina. Comunque dubito che ne parlerei subito.
Rischierei di bloccare ogni tipo di dialogo.
- Gi, - dissi. - Capisco. E al terzo appuntamento? Ne parleresti?
- Assolutamente s, - disse, sorridendomi. - Allora, hai fatto qualcosa di stupido?
- Ho sbroccato. Un po'. Herb mi ha toccato la mano e io ho deciso che avrei avuto una cucciolata e sarei vissuta nel retro della roulotte con nonna per il resto della mia vita, cos  sono saltata fuori dalla macchina, urlandogli contro e cercando di tornare a casa a piedi. Poi abbiamo preso un caff, giocato a bowling e mi ha riaccompagnata a casa. E credo che mi chieder di nuovo di uscire.
- Interessante, - disse Elbert. - Soprattutto la parte della cucciolata.
- Era per modo di dire, - ribattei.
- S, - disse Elbert. - L'avevo capito.
- Non dirlo a mamma e a nonna, okay?
- Certo che no, - rispose.
- Ed  inutile che ti chieda di non dirlo neanche a Frank.
- Non lo dir a Frank.
- Bene. E non intendo aggiungere altro, sull'appuntamento.
- D'accordo, - disse lui.
Mi chinai e strappai un filo di erba secca, facendolo girare attorno a pollice e indice.
- Lascia che ti chieda una cosa, - dissi. - Mi hai raccontato che pattinavi. Ma quanto eri bravo?
- cos  bravo da umiliare gli altri pattinatori, - rispose.
- Sul serio?
- Non esattamente. Ma sono bravo. Facevo bei numeri sulla pista quando lavoravo come pagliaccio. So pattinare con le rotelle, ma anche con i pattini da ghiaccio. Ho un buon equilibrio. Mia madre diceva che era perch avevo la testa vuota.
- So pattinare bene anch'io, ma vorrei imparare a farlo come quelli di una squadra da competizione.
- Io l'ho fatto, - disse.
- Cosa?
- Pattinare in una squadra da competizione.
- Ma piantala, - dissi. - Eri una pattinatrice?
- Un pattinatore, vorrai dire. Comunque s, - disse Elbert, - l'ho fatto.
Prima di diventare un clown facevo parte di una squadra.
- Pensavo che fosse uno sport da ragazze.
- A quanto pare oggi s, ma non  stato sempre cos . La squadra si chiamava Houston Downtown Bombers.
- Era una buona squadra?
Elbert scosse il capo. - No. Non proprio. Non credo che abbia mai vinto alcunch. Qualche volta ci pagavano per truccare una gara, visto che in fondo si trattava solo di dar spettacolo, ma per quanto mi ricordi non siamo mai stati noi a pagare qualcuno per farci vincere. Comunque, non abbiamo mai vinto niente. A un certo punto abbiamo smesso. Il nostro "jammer", che  il nome del pattinatore principale, fu colpito da una lattina di fagiolini. Bel lancio. Lo beccarono in testa. Indossava il casco, ma prese comunque una bella botta.
- Ma porca miseria, c' gente che lancia lattine?
- Non  una consuetudine, se  questo che vuoi dire. Una tizia che tifava per l'altra squadra si era portata dietro la lattina, e a quanto pare aveva una buona mira.
- Una tizia?
- Una vecchietta. Un'ex giocatrice di softball.
- Mi stai prendendo in giro, vero? - chiesi.
Elbert alz la mano. - No.
- Aspetta, hai detto che vi pagavano per truccare le partite?
- S, - disse.
- Ma perch? - chiesi.
- Soldi.
- Truccavate le partite per soldi?
- Tesoro, sono un rapinatore, - disse. - O meglio, un aspirante rapinatore di banche. Truccare una partita rientra tra i miei talenti. Comunque, il nostro jammer, dopo essere stato colpito da quella lattina, decise di mollare perch era troppo pericoloso. Io cominciai a lavorare come pagliaccio e insomma, la storia fini l. E finirono pure gli Houston
Downtown Bombers. In realt eravamo di Cleveland, sempre texani, quindi. O almeno, lo erano un paio di pattinatori. Gli altri non ricordo neppure da dove venissero, e io sono un vagabondo, quindi non vengo da nessun posto in particolare. La squadra si divise e non vinse mai nulla, ma ci non vuol dire che non fossi un bravo pattinatore. Siamo stati solo sfortunati, ma facevamo il pieno di pubblico. E tu, perch vuoi fare la pattinatrice da competizione?
- L'hai detto tu prima, - risposi. - Soldi.
- Vuoi truccare una partita?
- No. Non truccheremo nessuna partita. Se vinciamo ci dnno dei soldi, - dissi.
- E se non vincete?
Alzai le spalle. - In tal caso, niente soldi.
Io ed Elbert parlammo per un bel po', e lui cerc di spiegarmi le regole del gioco, che comunque erano poche. Riguardavano soprattutto il pattinatore principale che continuava a girare, protetto dagli altri della squadra, mentre quelli della squadra avversaria cercavano di fermarlo. E c'era questa persona, il jammer, che doveva andare avanti e compiere un giro completo per guadagnare un punto. Alcune informazioni rimasero impresse nella mia testa, altre scivolarono via come uno straccio unto.
Elbert aveva dei pattini, e sal sul furgone per recuperarli. Ritorn con i pattini in mano, me li porse e disse: - Questi sono i migliori.
- Non sono della marca che uso io, - dissi.
- No. La tua  una marca economica, e mi sorprende che non ti sia ancora slogata una caviglia.
- A meno che tu non ne abbia un altro paio del mio numero e della stessa marca, mi sa che dovr accontentarmi di quelli che ho.
- Dove possiamo pattinare? - chiese. - Ti insegno come fare.
22.
E cos  finimmo per andare al Dairy Bob. Era aperto, naturalmente, entrammo e vi trovammo Bob. Mi chiesi se dormisse mai. A volte andava via qualche ora per poi tornare, quindi immaginavo facesse un sonnellino. Una volta aveva detto una cosa sulla guerra e su come avesse modificato il suo modo di dormire. Non avevo chiesto i dettagli. E comunque, non credo volesse parlarne.
Appena entrati, Elbert compr un hamburger a testa. Avevo fatto un'ottima cena poco prima, ma era appena passata la mezzanotte e avevo un certo languorino.
Ci serv una ragazza bionda, bassa e robusta, di nome Miranda. Non aveva clienti in macchina di cui occuparsi, perci si era tolta i pattini e indossava un paio di scarpe da ginnastica. A volte lo facevamo, per far riposare un po' i piedi. Bob, comunque, lo tollerava a stento. Aveva questa fissazione che se eri in piedi allora dovevi stare sui pattini. Anche lui sapeva pattinare, ed era stato lui a insegnarmelo.
Miranda poggi sul tavolo gli hamburger e i bicchieri, mi guard, sorrise e disse: - Ci conosciamo. Tu lavori qui.
- S, - risposi. - Non abbiamo mai lavorato nello stesso turno, ma ti ho vista in giro. Lui  mio zio Elbert.
- Salve, zio Elbert, - disse.
- Ciao, - rispose lui.
- Conosco Gay, - disse Miranda. - Mi ha spiegato quella faccenda della gara sui pattini. Volevo solo dirti che, se hai bisogno di me, io ci sto. Mia madre segue le gare di pattini. Siamo andate a qualche evento insieme, e lei si aggiorna anche su internet. Pure a mio padre piacciono.
- Allora conosci bene il gioco, - dissi.
- S, - rispose lei. - Abbastanza.
- Non avevo mai sentito parlare di gare di pattini, - dissi. - E ora sembra che tutti ne siano a conoscenza.
- Le ragazze sui pattini sono legate da una specie di sorellanza, - disse lei. - Ne faremo parte anche noi. Gay forse un po' meno. Teme per il suo naso.
- Lo so, - dissi. - Ha un bel naso.
- Volevo solo dirti che io ci sto, - disse Miranda. - Vi porto un po' di ketchup per le patatine.
Mangiammo, poi uscimmo nel grande parcheggio. Era completamente vuoto, a parte la mia macchina e quelle di Miranda e di Bob. C'era tanto cemento ed era tutto illuminato dagli alti pali della luce. Una sbarra di metallo separava il parcheggio dal piazzale dove le auto si fermavano per il take-away. Elbert si sedette sulla sbarra e si tolse le scarpe per infilarsi i pattini. Mi sedetti accanto a lui e presi a indossare i miei.
- Aspetta, non ancora, - disse. - Ti faccio vedere qualche mossa.
Si alz in piedi e cominci a pattinare. Capii subito che era abile. And a sinistra e poi a destra, a zig zag, e disse: - Avrai bisogno di fare questo durante la gara.
Si chin e pattin facendo oscillare le braccia. Abbass la testa, come un serpente che cerca di individuare un topo. Piant un pattino in avanti e ruot per tornare nella direzione opposta. Fece tutto velocemente e con grazia, come un ballerino.
- So farlo anche sul ghiaccio, - disse.
- Se dovesse servirci, sappiamo su chi contare, - ribattei.
Mi sorrise. - Adoro pattinare.
Sfrecci ancora per un po', e guardarlo era un piacere. Mentre si muoveva, mentre pattinava, avevo la sensazione che qualcosa di innaturale diventasse naturale. Come se fosse nato coi pattini ai piedi.
Disse: - So fare anche dei salti.
Elbert parti dal fondo del parcheggio e venne verso di me, poi salt. Se aveva fatto una pausa prima di saltare, era stata impercettibile. Salt in alto e in avanti, fece leva sui pattini, ruot e improvvisamente era gi nella direzione opposta.
- Non riuscir mai a farlo! - gli strillai dietro.
Quando torn verso di me disse: - Forse no.
- Grazie per la fiducia, - dissi.
- E' solo che ci vuole tempo. Tanto tempo. Tu vuoi solo vincere una gara. La sbarra su cui sei seduta. Posso saltarla.
Guardai la sbarra. Era alta circa settanta centimetri.
- Ti credo sulla parola, - dissi.
- Te lo dimostro.
Torn indietro, si gir e mi resi conto che stava puntando nella mia direzione. Parti e io restai dov'ero, perch non sapevo davvero cos'altro fare.
Mi schiv spostandosi sulla mia sinistra. Fu una mossa velocissima. Salt, oltrepass la sbarra, atterr, ruot sul cemento e torn verso di me, dicendo: - Potrei andare al take-away, ordinare una bibita.
Scoppiai a ridere. Lui salt di nuovo la sbarra. Gir per il parcheggio senza smettere di parlarmi. Non aveva neanche l'affanno.
- Sai una cosa? - disse. - Avrei tanto voluto imparare a saltare all'indietro. Non ci ho mai provato. Lo far ora.
- Io lascerei perdere, - dissi.
Lui non mi ascolt. Torno verso di me, pattinando all'indietro e guardandomi da sopra una spalla. Decisi che questa volta mi sarei spostata.
Arriv alla sbarra, salt. Mentre era in aria, pieg le gambe. Il pattino sinistro era un po' troppo basso. Tocc la sbarra ed Elbert cadde in avanti, atterrando sul cemento. La testa gli rimbalz quasi.
- Oh, cavolo, - disse.
Dopo che fui entrata al Dairy Bob, ebbi afferrato il telefono ed ebbi chiamato, ci vollero tre minuti prima che arrivasse l'ambulanza.

23.
Quando tornammo in cortile erano circa le quattro del mattino. Dovevo andare al lavoro nel pomeriggio, quindi non ero troppo preoccupata. Quanto a Elbert, aveva la nuca rasata e un grosso cerotto sopra.
Fermai la macchina. Prima di scendere, Elbert disse: - Non dire niente ai tuoi, okay?
- Noteranno che hai un cerotto grande come un lenzuolo dietro la testa.
- Suppongo di s.
- Non si tratta di una supposizione, Elbert. Lo noteranno.
- Sar io a dare spiegazioni. Credo che dir loro che sono caduto mentre ero dentro il furgone.
- Perch non vuoi dire la verit? - chiesi.
- Non sono abituato a farlo, - disse.
- Oh, - dissi io. - Be', mettiamola in questo modo: sei andato alla grande per un bel po'. Movimenti fluidi. Ero impressionata.
- Davvero? - chiese.
- Altroch, - dissi.
- Pensavo veramente che sarei riuscito a fare quel salto.
- Ci scommetto.
- Non ci avevo mai provato prima, ma ero convinto di potercela fare. Lo sapevo e basta.
- Magari la prossima volta che ci provi potresti mettere un tappeto dall'altra parte, o farlo in un posto dove ci sia del terreno morbido.
- Buona idea.
- Sai cosa mi stupisce di pi? - dissi.
- Cosa?
- Avevi un'assicurazione? Non abbiamo neanche un'assicurazione. Non ce la possiamo permettere. Cio, se mi succede qualcosa al Dairy Bob, Bob l'assicurazione ce l'ha, ma se dovessi incespicare e cadere qui nel prato... chiamiamolo prato, me la devo sbrigare da sola.
- Quando avevo un lavoro ho pagato le rate per un anno, - disse Elbert.
- Ma da qualche mese sono senza assicurazione. Siamo nello stesso club.
- Pattini davvero bene. Ti va di farci da mister?
- Per la gara sui pattini?
- No, per quella di ortografia. S, per la gara di pattini.
- Ma certo, - disse. - Mi piacerebbe.
- Per niente salti all'indietro sulle sbarre, okay?
- Okay, - disse lui. Prese i suoi pattini, che aveva appoggiato sul sedile, e scese dall'auto. Mentre camminavamo, cominci a ridere sempre pi forte.
- Che c'? - dissi.
- Al pronto soccorso, - rispose, - mi hanno dato le scarpe sbagliate.
Non ci avevo fatto caso fino a ora. Ho le scarpe di un altro.
E a quel punto scoppiammo a ridere tutti e due.

24.
Come ho gi detto, non dovevo andare al lavoro presto, cos  dormii fino a tardi. Quando mi svegliai mi sentivo la testa piena di cotone. Restai sdraiata a letto per un momento, e pensai all'appuntamento della sera prima e al bacio mancato. Ero proprio assurda. Restai l stesa per un bel po', prima di alzarmi e vestirmi. Presi gli abiti dall'armadio, e quando li posai di nuovo sullo scaffale vidi il manifesto della gara. L'avevo attaccato l, dietro ai vestiti. Mi piaceva guardarlo. Cercavo di immaginarmi al posto della ragazza del manifesto. Fino a quel momento, non ero mai riuscita a farlo come si deve, perch lei mi sembrava dura come una bistecca di quarta scelta, ma non smettevo di provarci.
In cucina Elbert, ancora col cerotto dietro la testa, era seduto al tavolo e immergeva un cucchiaio in una tazza di cereali, parlando con la bocca piena. Mamma era andata al lavoro e Frank stava guardando la televisione sul divano. Non mi not neanche quando entrai nella stanza. Non vedevo l'ora che finisse l'estate e che lui tornasse a scuola.
Nonna era seduta al tavolo con Elbert, su una sedia che si curvava sotto il suo peso. Rideva. E si agitava cos  tanto sganasciandosi che temetti di veder esplodere la sedia.
- No, non  vero, non l'hai detto, - stava dicendo lei.
- S, invece, - ribatt lui. - Ho detto proprio cos .
Elbert alz gli occhi verso di me e nonna gir la testa e disse: - Elbert mi stava raccontando di come ha battuto la testa.
- Davvero? - dissi, rivolgendomi a Elbert.
- Ha detto che  successo mentre pattinava, - disse nonna, - e cercava di mostrarti un salto, al Dairy Bob.
- Proprio cos , - dissi. Elbert aveva detto la verit. Ne fui piacevolmente sorpresa.
- Mi stava raccontando una cosa divertente che ha detto a un'infermiera, - prosegu nonna. - Ha un gran senso dell'umorismo.
Non ricordavo nessuna cosa divertente detta a un'infermiera, perci forse avevo un motivo valido, per essere piacevolmente sorpresa. Presi una tazza e un cucchiaio, mi sedetti a tavola e versai latte e cereali.
- Com' andato il tuo appuntamento? - chiese nonna. - Sei innamorata?
- No, non sono innamorata, - risposi. - Ma  stato bello. Lui  stato carino.
Decisi di non raccontare come mi fossi comportata da sciocca, sperando che Elbert non avesse vuotato il sacco.
- Lo vedrai di nuovo? - chiese lei.
- Forse, - dissi.
- Non dev'essere stato un granch, come appuntamento, - disse nonna.
- Prima distruggi i ragazzi e ora vuoi che ne frequenti uno.
- No, - disse nonna. - Voglio che tu finisca la scuola. Saresti la prima di noi a farlo. Nessuno in famiglia  mai andato oltre le superiori, se escludiamo i sei mesi che ha fatto tua madre all'universit, prima che lasciasse perch era incinta di te. Anzi, ora che ci penso, ha trascorso la maggior parte di quei mesi in carcere, per una cosa o per un'altra. Ecco dove ti porta, uscire con i ragazzi.
- Non poteva certo vedere i ragazzi, quando era in detenzione, - dissi.
- La detenzione terminava alle tre e mezza, signorina saputella, - ribatt nonna.
- Non tutte quelle che escono con un ragazzo restano incinte, - dissi.
- No, - disse nonna. - Ma, a quanto pare,  quel che succede in questa famiglia.
- Forse dobbiamo cambiare il nostro fornitore di acqua, - dissi. - Potrebbe essere colpa dell'acqua.
- Credimi, - disse nonna. - Non lo .
Decisi che la conversazione non ci avrebbe portate da nessuna parte, e cos  dissi a Elbert: - Allora, mi insegnerai una di quelle mosse sui pattini della scorsa notte? Ovviamente, esclusa la parte in cui cerchi di saltare su una sbarra, sbatti la testa e vai all'ospedale!
- Assolutamente, - disse lui.
- Credi di potercela fare? - chiesi.
- Pattino con i piedi, non con la testa.
- Non la scorsa notte, per, - dissi.
- S, be',  stato solo un attimo.
Mangiammo e raggiungemmo in auto un parcheggio abbandonato, dove una volta c'era una concessionaria. Qualche anno prima aveva cessato l'attivit e nessuno ne aveva preso le redini. C'erano alcuni giornali e bicchieri di plastica, sparsi in giro per il parcheggio dal vento. Indossammo i pattini, ed Elbert cominci a darmi indicazioni. Mi insegn come schivarlo quando si avvicinava di fianco. Come tagliargli la strada, disegnando una traiettoria ad angolo acuto. Mi mostr come cambiare velocemente direzione di marcia e come pattinare all'indietro. Le chiamava esibizioni. Disse che bisognava uscire un po' dal seminato, dare agli spettatori qualcosa di tosto da guardare e sbeffeggiare gli avversari: ecco a cosa servivano, quei numeri. Aggiunse, a dire la verit, che era rischioso farli, che probabilmente sarebbe stato meglio evitarli e che perci non avrebbe dovuto insegnarmeli. Ma li imparai lo stesso.
Mi mostr ogni genere di trucchi. Il primo giorno and bene, e per la fine della settimana avevo acquisito anche un po' di stile. Parlai con le altre ragazze, mi misi in contatto con Miranda e cominciammo a farci allenare da Elbert. Non eravamo sempre in grado di allenarci tutte assieme, ma alcune di noi ce la facevano.
Quando Gay arriv per la prima volta indossava dei pantaloncini molto carini e una specie di top elegante, come se dovesse presentarsi sul set di una pubblicit per abbigliamento sportivo. Elbert aveva usato i suoi soldi, di dubbia provenienza, ci aveva comprato le ginocchiere e ce le aveva fatte infilare. In seguito avremmo avuto anche i nostri caschi. Al momento la regola era non cadere sbattendo la testa.
Quando Gay ricevette le sue ginocchiere disse: - E il bastone?
- Quello  l'hockey, - dissi io.
- Oh, - comment Gay.
- E quelli pattinano sul ghiaccio, - aggiunsi. - Noi no.
- Ah, okay, - disse Gay.
Gay era un disastro. Sapeva pattinare bene, ma non aveva assolutamente idea delle regole, anche se Elbert gliele aveva spiegate molte volte. Elbert aveva usato un gessetto per disegnare una sorta di pista da pattinaggio sul cemento. Non era l'ideale, ma era comunque sempre meglio di niente, anche se Gay continuava a credere di poter pattinare nei due sensi e non riusciva a concepire l'idea che quelle linee tracciate con il gesso fossero la pista. Quando qualcuno le si avvicinava, anche senza sfiorarla, rideva come se le stessero facendo il solletico.
- Forse potremmo usarla come riserva, - disse Elbert. - Che ne so, nel caso una di voi muoia o roba del genere.
Ci allenavamo duramente. Ero la pi brava di tutte a pattinare, e cominciai a fare un po' la sbruffona. Herb veniva ogni tanto a vedermi, e naturalmente io mi mettevo in mostra.
Noi ragazze cominciammo a lavorare di squadra abbastanza bene anche se, come ho gi detto, non sempre potevamo esercitarci tutte assieme. La fase successiva del piano prevedeva che riuscissimo a essere in pi di tre per volta. Come ci aveva spiegato Elbert, per fare una squadra bisognava essere in cinque, non in tre.
Raylynn si rivel un avversario feroce. O meglio, si sarebbe rivelata tale, se avessimo avuto una squadra avversaria con cui confrontarci. Per il momento ci esercitavamo per migliorare con i pattini. A volte pattinavo accanto a lei e facevamo un esercizio nel quale lei cercava di superarmi, e ci riusciva sempre. Di solito trovava il modo di lasciarmi un paio di lividi addosso, dopodich ci prendevamo a parolacce mentre continuavamo a girare sulla pista.
- Avete un bel po' di rabbia in corpo, voi due, - disse Elbert a me e amia sorella.
Raylynn rispose: - Sai, tutto questo mi fa sentire bene. Quando sono qui, sento di avere il controllo. Come se potessi girare il mondo coi pattini, e fermarmi solo una volta ogni tanto, per uno spuntino.
- E' una buona cosa, - disse Elbert.
- Credo di s, - ribatt Raylynn. - Credo proprio di s.
25.
In seguito, quella settimana, un po' delle mie sicurezze furono messe ko, e sul lavoro. Stavo andando sui pattini verso una macchina e un ragazzo seduto dal lato del guidatore, senza vedermi, apr la portiera proprio di fronte a me. Immagino volesse scendere dalla sua auto per andare in bagno, o qualcosa del genere. Il fatto  che stava parlando con il ragazzo seduto accanto a lui, perci non mi vide arrivare: e all'improvviso, ecco la portiera aperta.
Avevo un vassoio stracolmo di cibo. Lo tenni sollevato con una mano e slittai coi pattini. Lasciatemelo dire, fu un capolavoro. Aggirai la portiera con una mossa che mi aveva insegnato Elbert. Pensai wow, forte, perch avevo la grazia di una dea greca con le ali ai piedi. Il mio corpo ondeggi in maniera perfetta. Tenni in equilibrio il vassoio senza far cadere i bicchieri o una singola patatina. Ero pura grazia in movimento.
Poi una donna su un'altra auto alla mia destra apr lo sportello. Lo presi in pieno. Il vassoio vol, e pure io. Come dice quella vecchia barzelletta, fu la terra a frenare la mia caduta. Presi una storta alla caviglia. Il dolore fu cos  intenso che svenni. Le ultime cose che ricordo prima di perdere i sensi furono un bicchiere pieno di ghiaccio e soda e una pioggia di patatine fritte che mi cadevano addosso; in quel momento di confusione i cubetti di ghiaccio sembravano grossi diamanti e le patatine dita sottili.
Quando ripresi i sensi, Bob era chino su di me, e mi stava togliendo di dosso il ghiaccio e le patatine.
- Dot? Stai bene? Dot?
- Non tanto, - dissi.
- Hai preso in pieno uno sportello.
- Credo di saperlo, - risposi.
- Hai fatto cadere un vassoio pieno di cibo, - aggiunse lui.
- Che peccato, - dissi.
Cercai di alzarmi con l'aiuto di Bob ma non ci riuscii. La caviglia era slogata e bruciava da morire. Mi ero sbucciata i gomiti e un ginocchio sull'asfalto, e sentivo le abrasioni che sfregavano contro i jeans. Mi veniva da vomitare.
Bob mi sollev come una bambina, mi port nel Dairy Bob e mi fece sedere su un divanetto con il piede di fuori. And nel retro, prese un secchio, poi lo rigir e vi pos il mio piede sopra.
Mentre mi portava dentro, mi tornarono in mente tutte le volte in cui mi ero addormentata sul divano mentre guardavo la televisione e mio padre mi aveva preso in braccio e mi aveva portata a letto, accarezzandomi la testa prima di andarsene. Non aprivo mai gli occhi, perch non volevo che mi posasse a terra, privandomi cos  del suo abbraccio. Mi sentivo al sicuro. Pensavo che sarebbe stato cos  per sempre.
Avvertii una strana sensazione, mi veniva da piangere e per un istante mi lasciai andare. Bob pens che fosse a causa del dolore al piede.
- Aspetta qui, - disse, come se avessi alternative.
Bob and fuori. Le due macchine, quella con l'uomo e l'altra con la donna, se n'erano andate. Non avevano lasciato neanche un biglietto.
Forse un po' di gas di scappamento, ma niente biglietti.
Quando torn dentro, Bob chiese: - Stai bene?
- Naturalmente no, - dissi. - Sono la stessa ragazza ferita di due minuti fa.
- La lingua ancora ti funziona, per, - disse lui.
Mi stavo slacciando i pattini. Quello del piede sano venne via facilmente, ma l'altro no. La caviglia si era gi gonfiata troppo, e cercare di toglierlo faceva un male cane.
Bob torn nel retro, ne usc con un paio di forbici abbastanza grandi da tagliare un albero e si mise al lavoro sul pattino.
- Non posso permettermene di nuovi, Bob.
- Io s, - ribatt, tagliando il pattino finch non fu in grado di toglierlo ed esaminando il piede con delicatezza. Sembrava un grosso tacchino farcito ficcato in un calzino.
- Non va affatto bene, - disse. - Mi sento male solo a guardarlo.
- Non tirarti indietro, Bob, - dissi. - Continua pure a ferire i miei sentimenti.
- Non l'ho mica fatto, - ribatt, senza capire il mio sarcasmo.
Comunque faceva male. cos  male che temevo ci fosse qualcosa di rotto.
Bob lasci Sue a gestire il locale e mi port in macchina in ospedale, proprio dove ero stata con Elbert qualche notte prima. Mi fecero una radiografia e una visita, e dissero che avevo una brutta distorsione, ma niente fratture. Mi fecero mettere una specie di scarpa rinforzata. Era grossa e imbottita di gomma. Aveva anche dei supporti metallici ai lati. Il dottore che venne a visitarmi disse che non avrei potuto pattinare per alcune settimane. Mi venne da chiedermi se avesse pensato sul serio che, appena uscita di l, potessi rimettermi i pattini ai piedi e ripartire come se niente fosse.
Quando fu il momento di pagare, mi misero su una sedia a rotelle e mi portarono all'accettazione. Bob mostr loro la sua assicurazione. Era la prima volta in vita mia che potevo usufruirne. Pensai che se mi fossi procurata quello stesso infortunio nel vecchio parcheggio che usavamo per allenarci, avrebbero dovuto farmi fuori come i cavalli dalle gambe rotte di certi vecchi film western.
Comunque, dovetti andare a casa. Immagino che fosse tutto a posto, ma il problema erano i soldi che non avrei guadagnato. Senza quelli, la mia famiglia sarebbe stata persa. E poi, non potevo pattinare. Dunque, neanche partecipare alla gara.
Quando finalmente tirai fuori il piede dalla scarpa che mi aveva infilato il dottore, mi misi il pigiama e mi ficcai a letto con il piede fasciato, mi sentivo molto gi. Elbert, con un nuovo cerotto dietro la testa, si sedette vicino e mi parl per un po', dicendomi che non dovevo dispiacermi per la gara, che ci sarebbero state altre occasioni e cos  via. Mi fece sentire ancora peggio. Non volevo altre occasioni. Volevo battermi, e subito.
- Non voglio mollare, - dissi.
- Non ho mai pensato che tu volessi farlo, - rispose Elbert. - Non mi sembri proprio il tipo che molla. Ho solo pensato che fosse il caso di farti un discorsetto di incoraggiamento.
- A volte mi sento vittima di una maledizione, - dissi. - Qualsiasi progetto io abbia, qualcosa va sempre storto.
- Benvenuta nella vita, - disse Elbert. - Ho imparato che ci concentriamo sempre sulle cose che vanno male e mai su quelle che vanno bene.
- Detto da un rapinatore di banche,  un'autentica fonte di ispirazione, - commentai.
- Aspirante rapinatore di banche, - precis.
- S, okay. Come vuoi.
- Detto ci, ragazza mia, - disse Elbert, - ti lascio in pace. Devo andare a sedermi in cortile.
Nonna mi prepar da mangiare: una cena orribile, come tutte quelle che cucinava. Comunque, la ringraziai e mangiai.
Raylynn stava per uscire e per andare al Dairy Bob: il suo turno era stato anticipato perch io ero fuori gioco. Quando Bob mi aveva accompagnato a casa, non aveva esitato a chiederle di presentarsi prima al lavoro.
Si ferm da me prima di andarsene. Dissi: - Mi dispiace, Raylynn. Dovrai lavorare un casino. Scusami.
- Avr qualche soldino in pi, - disse, prendendo la sedia dove si era seduto Elbert. - Servono sempre, a tutti. E poi c' un appartamento che voglio prendere in affitto.
- Davvero? - dissi.
- E' piccolo. E al primo piano. Dovr salire le scale tutti i giorni, con il bambino in braccio, ma lo far comunque. Vado via la settimana prossima.
Ho dato un piccolo anticipo. Nel frattempo, dovrebbero far sparire l'odore.
- L'odore? - chiesi.
- Un procione morto. O qualcosa del genere, - disse. - In soffitta. C' anche un buco nel tetto. E' da l che  entrato il procione. Ha rosicchiato dei fili ed  finito alla brace.
- Povera bestia, - dissi.
- Gi. Be', dovranno riparare il buco nel soffitto, ma sai che ti dico? Vacene cos . Mi piace. Mi piacer. C' abbastanza spazio per me e per i bambini, se uno di noi dorme sotto il tavolo della cucina.
Scoppiai a ridere, e mi agitai abbastanza da farmi venire una fitta al piede.
In quel momento entr Frank. - Ti posso fare una firma sul gesso?
- Non ho un gesso, - risposi. - Ho una scarpa.
- Fammi firmare la scarpa, allora, - disse lui.
- No, non voglio scarpe firmate.
- Potrei essere il primo, - disse.
- No, - ribadii. - Non voglio firme sulla scarpa.
- Voglio essere il primo. Non il secondo, - disse.
- Se nessuno firma non sarai il primo, n il secondo o il terzo, - conclusi.
- Dai, lasciamelo fare, - insist.
- La vuoi piantare, scoreggina? - disse Raylynn.
- Strega, - disse Frank.
- Serpe, - disse Raylynn.
Frank stava per aggiungere qualcos'altro, ma Raylynn fece un balzo e finse di volerlo rincorrere. Frank sfrecci fuori dalla stanza.
Raylynn mi sorrise. - Si ricorda ancora di quando lo rincorrevo per fargli il solletico. Lo odiava. Okay. Devo andare ora. Ma non ho molta benzina in macchina. Rischio di restare a piedi. Mi presti la tua?
- Certo, - dissi. - Ci vediamo pi tardi, - e lei se ne and.
Nonna mi port dei giornali. Erano interessanti quasi quanto fare la tintura a un topo. Mi appisolai.
Pi tardi qualcuno buss alla porta della mia camera da letto. Dissi: - Avanti, - pensando fosse mamma che era tornata dal lavoro, e invece era Herb.
Odio doverlo ammettere, ma ero mortificata. Indossavo un pigiama con dei cagnolini sopra ed ero stesa su un letto piccolo, con lenzuola e coperte vecchie, nella stanzetta di una roulotte, mentre Herb mangiava in ristoranti di lusso, viaggiava in tutto il mondo, era in pace con s stesso, bello da far quasi male, e mi fissava.
- Ciao, - dissi. Lo so, non  granch, ma  tutto quello che riuscii a dire in quel momento.
Herb si avvicin e si sedette sulla sedia vicino al letto.
- Non c'era bisogno di venire, - dissi.
- Lo so, - rispose lui.
- Lo hai saputo quasi subito.
- Me l'ha detto Bob.
- E come? - chiesi.
- Stava entrando nel locale e io ero gi l. Ero venuto a cercarti, e la ragazza che lavora l... Sue?
- S, - dissi. - Sue.
- Ha detto che eri andata in ospedale. Mi  venuto il panico e stavo percorrere al pronto soccorso, ma prima che me ne andassi  entrato Bob. Mi ha detto che eri a casa, e cos  sono venuto qui. Com' successo?
- Stavo ballando nuda in autostrada e un camion mi ha messa sotto.
Herb fece una risatina. In realt la mia non era stata granch, come battuta, ma fui felice che l'avesse trovata divertente.
- Peccato non averti vista, - disse. - Mentre eri nuda. Non mentre il camion ti investiva.
A quel punto gli raccontai cos'era successo davvero.
Chiacchierammo per un po' del pi e del meno. Non ci volle molto prima che smettessi quasi di preoccuparmi di dove eravamo, o di come dovessero apparire le cose ai suoi occhi. Herb aveva una specie di effetto calmante su di me. Ne avevo bisogno. Ero sempre su di giri e un po' arrabbiata per una cosa o un'altra, proprio come aveva detto Elbert di me e Raylynn.
Dopo un po', la porta si apr ed entr mamma. - Oh, piccola, stai bene?
Le spiegai da capo cos'era successo, e le presentai Herb.
Herb si alz dalla sedia, mi sfior la spalla e disse: - Mi tocca andare. Devo studiare per un esame. Sto facendo un corso estivo. Torner per vedere come stai.
- Grazie, Herb, - dissi, e lui usc e chiuse la porta.
Mamma disse: - Oh, mio Dio. E' bellissimo.
- Gi. Il suo aspetto non ferisce i miei sentimenti, - dissi. - E sembra anche un bravo ragazzo. Esistono cose come i bravi ragazzi, mamma?
- Ne ho sentito parlare, - disse mamma. - Gira voce che vivano nel fitto dei boschi, e che siano pi rari delle fate e degli unicorni.
- Secondo te Frank come diventer? - le chiesi.
Mamma agit la mano, come una barca nell'oceano.
- Potrebbe andare in entrambi i modi, - disse.
Non c' da stupirsi, se sono tanto pessimista.

26.
I giorni passavano lenti e noiosi, come una mucca morta trascinata su una collina da una corda sottile. Leggevo libri, riuscivo a zoppicare fino al divano per guardare un po' di tv, ma non c'era niente che volessi davvero vedere. E comunque Frank occupava quasi sempre il campo, con i suoi videogiochi. Ne aveva quattro e ci aveva giocato cos  tanto che dubito fossero ancora una vera sfida. In ogni caso si piazzava davanti al divano e di tanto in tanto si metteva a saltellare, esibendosi in una specie di danza con il controller in mano. Gli piaceva anche guaire come un coyote. Incomprensibile.
Raylynn si era trasferita con i bambini nel suo nuovo appartamento. Ora avevamo molto pi spazio nella roulotte, che per sembrava pi vuota, solitaria.
Era pi semplice trascorrere il tempo a letto, a dispiacermi per me stessa.
Comunque, Frank aveva messo la sua firma sulla scarpa ortopedica senza che me ne accorgessi. Il dolore era troppo forte perch potessi rincorrerlo e fargliela pagare.
Una cosa la feci: spostai il mio computer portatile sul letto, attivai la connessione a internet e mi misi a cercare cose per passare il tempo. Lessi di una specie di pesci che riusciva a camminare sulla terra e di un ragno che trascinava le vespe per un'antenna, come uno zombie. Il ragno le portava nella sua tana, per cos  dire, e le dava da mangiare ai suoi piccoli.
Ve l'ho detto che ero annoiata.
Ogni pomeriggio camminavo un po', con le stampelle che mamma si era fatta assegnare dalla Croce Rossa, ed Elbert veniva con me. Passeggiavamo nel parco delle roulotte. Non potevo allontanarmi troppo. Elbert portava con s un frustino, nel caso a un cane venisse in mente di aggredirci. L'idea venne a tutti, almeno credo. Immagino che i cani detestino vedere una ragazza con le stampelle. Il cerotto sulla sua nuca era diventato sempre pi piccolo man mano che i giorni passavano, fino a scomparire.
- Che tipo di persona era mio padre? - gli chiesi.
- Ah, non saprei. Un tipo a posto, immagino. Dovresti ricordartelo. Non eri una bambina quando se n' andato.
- Non ho fatto caso a molte cose che lo riguardavano. Non mi aspettavo che fuggisse via come un cervo.
- Era un tipo a posto, - ripet Elbert.
- Un dettaglio in pi non me lo puoi concedere? - gli chiesi.
- Va bene. Mi ha parlato di te e di tua sorella.
- E cos'ha detto?
- Che vi voleva molto bene.
- Se ci voleva cos  bene, perch se n' andato?
Elbert scosse il capo. - Non me lo spiego. Credo ci sia una risposta semplice, ma non la conosco.
- Gliel'hai chiesto, perch  scappato?
- Pi o meno, - rispose Elbert. - Non direttamente. Non sapevo come domandarglielo.
- Bastava aprire la bocca e dire: Ehi, come mai sei scappato dalle ragazze che dici di amare cos  tanto?
- S, be', - disse Elbert. - E' molto pi semplice parlarne adesso di quanto lo fosse allora. Forse pensava che ve la sareste cavata meglio senza di lui.
- Oh, ma certo, - ribattei. - E' come quando un ragazzo ti lascia e dice: non sei tu il problema, sono io. Perch deve trovare s stesso. Ma ci che intende davvero  che deve andare dietro a qualche biondina, solo che non lo dir mai.
- Parli per esperienza personale?
- No, - dissi. - In realt  una cosa che  successa a Raylynn, ma visto che siamo sorelle, posso prenderla come esempio. Dimmi la verit: c'era un'altra donna? E' per questo che pap ci ha lasciati? Tradiva mamma?
- Mi piacerebbe avere delle risposte, - disse Elbert, scrollando le spalle.
- Ma non lo so.
- Era una brava persona? - chiesi.
- Brava? S. Credo di s. Era abbastanza gentile. Io e lui andavamo d'accordo.
- Non mi sembra di avvertire un grande amore fraterno, - dissi.
Elbert guard per terra. - Non eravamo cos  vicini... non proprio. Dot, lo so che non  quello che vuoi sentirti dire, ma dovresti buttarti il passato alle spalle. Lui ha fatto una scelta. Una scelta sbagliata. Ma ormai l'ha fatta. Ci sono cose che non puoi aggiustare, non si pu tornare indietro. E la sua scelta fa parte di quelle cose.
- Sarebbe carino almeno sapere cosa abbiamo fatto di sbagliato, - dissi.
Feci una pausa per sistemarmi le stampelle. Mi stavano irritando le ascelle. Poi riprendemmo.
- Stammi bene a sentire, perch di questo almeno sono certo, ragazza mia, - disse Elbert. - Voi non avete fatto nulla di sbagliato. Nessuno di voi. Sar sincero, con te: tuo padre vi amava, ma non abbastanza. Ed era colpa sua. Non vostra. E' un povero bastardo, e questo  tutto ci che devi sapere. Un po' come il tizio che stava con tua sorella. Come si chiama, quell'infame?
- Tim, - dissi.
- Come Tim, allora. Ecco com' fatto. Forse non picchiava tua madre... non lo so. Non picchiava voi... ripeto, non lo so.
- Non lo ha mai fatto, - dissi.
- Bene, - riprese Elbert. - Buon per lui. Ma non aveva carattere. Non sapeva come fare la cosa giusta perch  uno di quelli che non lo sanno, qual  la cosa giusta da fare. Lo ignorano proprio.
- E' colpa del modo in cui vi hanno tirati su? - chiesi.
Elbert si ferm. Si gir a guardarmi mentre mi fermavo a mia volta e mi appoggiavo sulle stampelle.
- Sai cosa penso? - disse. - Penso che siamo tutti responsabili di ci che facciamo. Non  colpa degli altri. Non  sempre colpa della genetica, o di come ci hanno fatti crescere, perch ci sono tante persone nate in contesti orribili, che hanno subito ogni sorta di torti e non per questo sono diventate spregevoli. Scegliamo di essere quello che siamo. Diventiamo chi vogliamo essere.
- E tu? Sei diventato ci che volevi essere?
- Neanche lontanamente.
27.
Non so esattamente perch non ci avessi pensato prima, ma ora che non avevo nient'altro che noia a riempirmi le giornate, mi venne in mente che avrei potuto fare delle ricerche su mio padre.
L'alternativa era restare seduta con nonna nel salotto a guardare quiz televisivi e sorbirmi i suoi gas intestinali, oppure giocare ai videogiochi con Frank, il Divoratore di Caccole.
Non mi aspettavo granch dalla ricerca, ma pensai che era pur sempre qualcosa da fare; in realt, era una cosa che avevo in testa da sempre. L'unica differenza era che in quel periodo avevo rallentato cos  tanto i miei ritmi da poter dare a quel pensiero la giusta considerazione. cos  mi dissi: e se usassi uno di quei motori di ricerca che individuano la gente su internet?
L'idea continuava a girarmi nella testa, e cos  presi l'unica carta di credito che avevo, con un massimale di duecento dollari, e mi appoggiai sul letto col mio vecchio pc portatile. La carta era una di quelle che vengono offerte agli studenti delle superiori per farli abituare a usarle fino a ricoprirsi di debiti. O almeno, cos  aveva detto mamma. Si parte da duecento dollari, mi aveva spiegato, dopodich, se la usi e copri le spese, il punteggio di credito aumenta e senza nemmeno rendertene conto ti ritrovi a prenotare un viaggio per Berlino e a comprare un Husky, un pappagallo e dei vestiti che non indosserai mai, e a indebitarti per un fantastilione di dollari, senza contare gli interessi.
Considerato tutto questo, decisi che l'avrei usata solo per collegarmi a uno dei siti di ricerca e pagare quando sarebbe arrivata la bolletta. Non credevo costasse pi di tanto, e nel frattempo avrei messo da parte dei soldi.
Visti i pochi dollari che guadagnavo, era un'impresa rischiosa. Eppure, volevo sapere cosa fosse successo a pap. Ovviamente, il rischio era ritrovarmi con una bolletta da pagare e nessuna informazione su mio padre.
Usai la carta, feci il login, digitai il suo nome e il sistema mi forn subito una risposta. Ora, il nostro cognome non  poi cos  strano, ma il nome di battesimo di mio padre, Jethro,  decisamente pi insolito. Questo non escludeva comunque che qualcun altro potesse chiamarsi come lui. Il soggetto con lo stesso nome di mio padre viveva a Bullard. Era vicino Tyler. C'ero passata, per Bullard, o nei dintorni, il giorno in cui ero andata a fare shopping a Tyler.
Trattenni il respiro.
Possibile che... Sicuramente no.
Non poteva essere cos  facile. Era uscito per comprare un pacchetto di sigarette ed era finito a Bullard, in Texas? Poco lontano da dove vivevamo noi?
Doveva trattarsi di un altro Jethro Sherman.
Se fosse stato lui, l'idea che potesse trovarsi a pochi chilometri da noi mi faceva pi male che se fosse andato in Alaska per studiare gli orsi polari.
Contai quanti Jethro Sherman erano venuti fuori. Solo due, e uno aveva settantatre anni. Non poteva essere lui, a meno che non fosse finito dritto in un varco spazio-temporale, avesse vissuto da qualche altra parte per anni e fosse poi tornato nel presente, decidendo di vivere a Bullard. Ma quel Jethro viveva a Little Rock, in Arkansas, non a Bullard, dunque il viaggio nel tempo era escluso. L'uomo di Bullard, invece, aveva la stessa et di pap. C'era scritto che faceva il manovale. Pap era sempre stato bravo ad aggiustare le cose, quando ne aveva voglia, il che non accadeva molto spesso. Il giorno in cui era uscito a comprare le sigarette non aveva un lavoro, solo una dipendenza dalla nicotina.
Studiai l'indirizzo per un po', pensando a quanto sarebbe stato facile per me prendere la macchina, arrivare fin laggi e vederlo. Pensai a cosa gli avrei detto se fosse stato davvero pap. Sospettavo che in realt avrei trovato un uomo diverso.
Restai l seduta a pensare a un sacco di cose fino a che mi addormentai, e quando mi svegliai fu per colpa di nonna, che era entrata in camera mia.
- Forse dovresti alzarti e andare in cucina con le stampelle. Alma  tornata e sta preparando la cena.
- Non me la pu portare qui? - chiesi.
- Potrebbe, - disse nonna, - ma mi ha detto che, se tu me l'avessi chiesto, dovevo risponderti di no.
- Ho un piede fuori uso, - insistei.
- Esatto. E guarir prima, se non passi tutto il tempo a coccolarlo.
- Non posso mica camminarci su, - dissi. - Devo usare le stampelle. Perch non posso restare a letto?
- Perch sembri depressa, e non  il caso che tu sia depressa. Io e tua madre lo siamo gi abbastanza da sole, e per tutta la famiglia.
Avevo ancora il portatile in grembo, perci lo spostai e stavo quasi per scendere dal letto quando mamma entr nella stanza con un vassoio.
Nonna la guard come una mangusta guarda un cobra.
- Pensavo avessi detto che doveva alzarsi, - disse nonna.
- Vero, - rispose mamma. - Ma ho cambiato idea. Mi va di viziarla un po'.
- E a me va di essere viziata, - dissi io.
- Bene, - disse nonna. - Vi lascio ai vostri vizi. Raggiungo Elbert e Frank a tavola.
- Arrivo subito, - disse mamma.
- Come vuoi, - ribatt nonna, e usc dalla stanza.
Mi sistemai sul letto e mamma pos il vassoio dove prima avevo tenuto il computer. C'erano fagioli e pane di mais, con della crema di mais su un lato. Il mio piatto preferito.
- Grazie, mamma, - dissi.
- L'ho preparato appositamente per te, - disse. - Come va?
- E' solo che mi annoio. Mamma, quando pap se n' andato, non l'hai cercato?
Mamma si sedette sulla sedia accanto al letto. Disse: - Non molto. Ho pensato che se avesse voluto stare qui non se ne sarebbe andato. Questo non significa che non mi mancasse, solo che non pensavo fosse giusto dargli la caccia.
- Chiederai il divorzio?
- E' una cosa che ho considerato. Ma vedi... anche se non mi piace doverlo ammettere... spero sempre che lui un giorno torni. E, peggio ancora, continuo a pensare che sarei felice di vederlo.
- Credi che gli sia successo qualcosa?
Mamma scosse la testa. - No. Credo che se ne sia andato perch voleva andarsene. Voleva stare lontano.
- E vuoi lo stesso che torni? - chiesi.
- E' una follia, ma  cos . Il cuore  una cosa molto complicata, uno strumento poco ragionevole.
- In realt  la testa che decide queste cose, - dissi. - Non il cuore.
- Gi. Be', a me piace pensare che sia il cuore, invece, - disse mamma. - Perch preferisco credere che il mio cervello non sia tanto stupido da pensare al suo ritorno. E tu, che cosa provi?
- Mi manca. E sono incazzata con lui. Ma soprattutto sono confusa.
- A volte la vita  ingiusta, piccola, - disse mamma.
Si alz dalla sedia. - Devo chiudere la porta?
Sentivo la televisione a tutto volume nell'altra stanza.
- S, chiudila. Preferisco.
Quando se ne fu andata mangiai, poi spostai il vassoio e presi in grembo il portatile per cercare ancora il nome di mio padre. Lessi l'indirizzo di Bullard.
Pi tardi uscii con le stampelle e trovai Elbert seduto sulla sua sedia, attaccato a una lattina di birra. Presi l'altra sedia a sdraio e dissi: - Sei stato un investigatore, in passato. Pensi di poter trovare tuo fratello? Mio padre?
- Non ero granch, come investigatore, - disse.
- Va bene, mettiamola cos , allora: l'ho gi trovato.
- E allora perch chiedi aiuto a me?
- Perch non ho bisogno di qualcuno che lo trovi, ma mi serviva un modo per introdurre l'argomento.
- Di cosa hai bisogno? - chiese Elbert.
- Di un alleato.
- Sei sicura che si tratti di lui, Dot?
- Credo di averlo trovato. Ho il nome e l'indirizzo, non  molto lontano da qui.
- Forse dovresti lasciar perdere, - disse Elbert.
- E' tuo fratello, - replicai. - Non vuoi rivederlo?
- No. Come ti ho gi detto, non siamo molto legati.
- Va bene, allora, - dissi. - D'accordo. Ma io vado avanti comunque.
Mi alzai e mi avviai verso la macchina con le stampelle.
- Ma dove vai adesso? - chiese.
- Chi ha tempo non aspetti tempo, - dissi.
Quando raggiunsi la macchina lo sentii arrivare alle mie spalle.
- Non dovresti guidare con il piede in quelle condizioni, - disse.
- Forse no, - risposi. - Ma lo far lo stesso.
- Dannazione, - disse Elbert. - Sali. Guido io.
28.
Avevamo appena raggiunto la cima di Marvel Creek quando una nube nera si piazz sulle nostre teste e cominci a far cadere pioggia, sputare fulmini e tossire tuoni.
- Forse sarebbe meglio riprovarci un altro giorno, - disse Elbert.
- Se vuoi ti porto a casa, - dissi. - Ma io andr, a costo di spingere freno e acceleratore con la stampella.
- Ne saresti capace, vero?
- Altroch.
- Sei la persona pi testarda che io abbia mai conosciuto, - disse.
Proseguimmo, ma la pioggia divenne davvero forte, e fummo costretti ad accostare per un po' sul ciglio della strada. Restammo seduti col motore acceso e i tergicristalli in funzione, che comunque non riuscivano a spazzare via la pioggia. Il parabrezza sembrava una cascata.
- Se l'hai trovato, - disse Elbert, - ed  davvero lui, le cose potrebbero essere diverse da come le vorresti.
- Le cose sono diverse da come le vorrei gi adesso, - ribattei. - Come potrebbero essere peggiori?
- Potrebbero, - disse.
- Sembri deciso a farmi cambiare idea.
- Sto solo cercando di prepararti, Dot. - Voglio delle risposte, - dissi.
- Non c' una risposta a tutto, - disse Elbert. - A volte ti trovi solo davanti a un mistero pi grande.
Rimuginai per un bel po' su quelle parole, ma non avevo soluzioni. Restai l seduta cercando di ricordare tutte le cose belle di mio padre. Odiavo ammetterlo, ma la lista era breve. Non ricordavo un granch. Ricordavo il suo aspetto, e che aveva un bel sorriso. Ricordavo di quando mi aveva portato in braccio a letto. Di quando aveva guardato con me Il mago di Oz alla televisione. Lo ricordavo a tavola, mentre mangiava. Ma soprattutto ricordavo quando andava via, per poi tornare. Ricordavo quella perenne sensazione di attesa. Finch non era arrivato un giorno in cui se n'era andato per non tornare pi.
Restammo immobili fino a quando la pioggia diminu. Tirai gi il finestrino e avvertii il vento freddo sulla faccia, l'odore di terra bagnata. Eravamo fermi accanto a un piccolo canale che scorreva sotto l'autostrada, e l'acqua straripava da un lato battendo sulle rocce: dal rumore, avresti detto che qualcuno stesse strimpellando su un piano. Le foglie correvano via, trascinate dall'acqua. Su una di esse c'era un insetto verde e blu, come su una barca. Dopo un po' l'acqua smise di correre cos  veloce. Le foglie cominciarono a raggrupparsi nel canale. L'insetto colse quell'attimo per scappare sulla terra ferma.
- Credo che possiamo andare, - dissi.
Elbert ripart sulla statale, senza fermare i tergicristalli che spazzavano via la pioggia, rompendo il silenzio. Di tanto in tanto gli lanciavo un'occhiata. La sua fronte era piena di rughe e la testa era piegata un po' in avanti, come se stesse per chiudere gli occhi e affrontare un ammasso di ragnatele.
Quando arrivammo a Bullard ci fermammo in una stazione di servizio e io scesi con le stampelle per fare benzina. Elbert prese la pompa e ci pens lui. Quando ebbe finito, tir fuori il portafoglio.
- Non voglio che paghi tu, - dissi.
- Io invece voglio farlo, - rispose. - E non intendo discutere.
- D'accordo, - dissi. Lui mi guard come un uomo in piedi sul ponte di una nave che affonda, con le catene ai piedi, poi and dentro a pagare. Lo seguii con le stampelle.
Chiesi al tizio alla cassa delle indicazioni sulla strada che dovevo raggiungere. Quando risalii in macchina le comunicai a Elbert e ripartimmo.
Durante il tragitto, Elbert all'improvviso disse: - Noi due siamo amici, giusto?
- Giusto, - risposi.
- Cio, gli amici a volte vedono le cose in maniera diversa, giusto?
- Suppongo di s, - dissi. - Dove vuoi andare a parare, Elbert?
- Da nessuna parte, - disse lui.
La nostra destinazione in realt non era a Bullard. Si trovava alle spalle e oltre la cittadina, ed era una strada sterrata con uno strato leggero di asfalto, che per la maggior parte era stato spazzato via, lasciando buchi grandi abbastanza da farci sparire dentro un pallone da basket. C'erano degli alberi che costeggiavano le strade, ma sembravano stanchi e sudati di pioggia. Il sole era gi risbucato, faceva un caldo tremendo e i segni della pioggia erano quasi svaniti. Fumi di calore si alzavano dal terreno.
Finalmente giungemmo alla casa. La superammo e proseguimmo fino in fondo alla strada, per poi tornare indietro e fermarci sul lato opposto.
Non era una bella casa. Era bianca, ma avrebbe avuto bisogno di una passata di vernice. Nel cortile c'era un triciclo rosso, o meglio, un triciclo che un tempo doveva essere stato rosso. Ora era color ruggine. C'era un posto auto al coperto con una vecchia Ford dentro. L'erba era incolta e umida di pioggia. Una delle finestre accanto alla porta d'ingresso aveva il vetro rotto e rappezzato alla meno peggio. Il tetto si stava staccando, come se fosse pelle bruciata dal sole che stesse venendo via. C'erano degli uccelli in cortile: un bel gruppetto, che beccava vermi e insetti tra l'erba.
- Ora hai visto, - disse Elbert.
- Ho visto la casa, - risposi. - Ma non ho visto lui.
- Hai intenzione di scendere e bussare alla porta?
- Pu darsi.
Restai seduta a riflettere: non ero pronta a entrare in azione. Non ancora.
- Hai fame? - chiesi.
- Fame?
- S, fame. Mangiamo qualcosa e poi torniamo. cos  mi faccio coraggio.
Elbert sospir, come qualcuno che era appena stato tirato fuori da un pozzo profondo e buio.
- D'accordo, - disse. - Facciamo cos .
Ma in quel preciso istante un uomo usc dalla casa, passando attraverso il posto auto al coperto. Spingeva un tosaerba. Era un uomo alto, di bell'aspetto, e anche se appariva un po' invecchiato capii immediatamente chi fosse. Era mio padre.
29.
Pap spinse il tosaerba fino sul ciglio della strada, tir la cordicella e lo mise in moto. Guard nella nostra direzione ma non not nulla. Prese a spingere il tosaerba nel prato.
- Che idiota, - disse Elbert. - E' troppo umida per tagliarla. L'erba si attaccher alla lama.
- E chi saresti tu? - risposi. - Un addetto alla manutenzione?
- Era solo un'osservazione, - disse lui.
Osservai pap mentre lottava con il tosaerba, spingendolo. Elbert aveva ragione. L'erba era troppo umida.
- Vado, - dissi.
Elbert allung una mano e mi tocc il braccio. - L'hai visto, - disse. - Sai dov', sai che sta bene. Puoi anche lasciar perdere il resto.
- No, - dissi. - No, che non posso.
Scesi dall'auto con le stampelle e attraversai la strada, fermandomi al limitare della propriet dove pap stava tagliando l'erba. Era di spalle. Non mi aveva vista arrivare n sentita, a causa del tosaerba. Restai l, appoggiata sulle stampelle.
Sentii sbattere uno sportello alle mie spalle, e capii che Elbert mi stava raggiungendo. La sua ombra mi si allung accanto.
Ero a disagio l bloccata, ma non riuscivo a muovermi per raggiungerlo, toccarlo, fargli capire che ero l. Attesi finch gir il tosaerba e mi vide.
Trasal lievemente, come se qualcosa gli fosse volato sulla faccia. Poi smise di spingere il tosaerba e rest impalato, con la bocca spalancata. Mi guard, poi guard Elbert.
Infine, deglut. Forte. Premette un pulsante sul tosaerba per spegnerlo. Dopo averlo fatto, non si mosse. Rest solo l, immobile, le mani sulla sbarra del tosaerba.
- Ciao, - dissi.
- Ciao, Dot, - disse lui. - Sei cresciuta.
- Gi, - ribattei. - E' successo mentre eri via. Che fai qui?
Lui attravers il cortile. - Ci vivo, - disse.
- Non ho mica pensato che fossi qui per lavoro, - dissi. - Ti abbiamo visto uscire di casa.
Pap guard Elbert. Disse: - Non capisco. Che ci fai qui, Elbert?
Elbert non rispose. Guardava solo a terra.
- Le hai trovate poi le sigarette? - chiesi.
- Mi dispiace, Dot, - disse pap.
- Perch? - chiesi.
- Perch cosa? - disse lui.
- Perch cosa? - dissi. - Mi hai davvero chiesto perch cosa? Esci per comprare le sigarette, scompari per anni, ti ritrovo a tosare un prato a Bullard e tu mi dici: Perch cosa?
- Come... come hai fatto a trovarmi? - chiese.
- Internet, - dissi. - Ho trovato il tuo nome e l'indirizzo in rete.
- Oh, - disse lui.
- Ti dispiace vedermi? - chiesi.
- Non ho detto questo, - disse.
- Dunque, te ne sei andato a Bullard e hai dimenticato dov' MarvelCreek, o che hai una moglie, una figlia, una figliastra e un figlio.
- Come sta tua madre?
- Ti sta aspettando, - dissi.
- Che ti  successo al piede? - mi chiese pap.
- Sono caduta, - dissi. - Senti, non sono venuta fin qui per parlare del mio piede.
Pap guard di nuovo Elbert. - Continuo a non capire perch sei qui, Elbert.
- Posso spiegartelo, - disse Elbert. - E' un po' complicato.
- Preferirei non parlarne qui, - disse pap. - Possiamo andare in citt. Ci vediamo l. Al Dairy Queen.
- Hai intenzione di arrivarci dopo aver fatto il giro del mondo? - gli chiesi. - E' un'altra di quelle cose tipo "torno subito"?
Lui scosse il capo. - Vivo qui. Quindi ho intenzione di tornarci.
Sentirgli pronunciare quelle parole mi fece male come se qualcuno mi avesse trapassato il cuore con una freccia. Lui viveva con noi, prima, ma questo non gli aveva impedito di andarsene.
- Per favore, - disse. - Non voglio turbare nessuno, in casa.
- Turbare? - risposi, e mi scoprii ad alzare la stampella come se volessi colpire mio padre. Ero colma della stessa rabbia che avevo provato prima di colpire Tim con quella tavola di legno.
- Va bene, - disse Elbert, toccandomi una spalla. - Ci vediamo l.
- No, - dissi. - Non va bene per niente.
Pap mi rivolse lo sguardo pi triste che avessi mai visto. Nonostante tutto, mi dispiacque per lui.
- D'accordo, - dissi. - Ma non ti conviene provare a scappare, capo.
Meglio per te se non lo fai.
- Ci sar, - disse lui.

30.
Avevamo superato il Dairy Queen mentre cercavamo l'indirizzo di pap, dunque sapevamo bene dove fosse. Quando ci arrivammo, restammo in macchina. Circa dieci minuti dopo il nostro arrivo pap parcheggi la vecchia Ford. Usc, apr lo sportello posteriore della mia auto e si infil dentro, spostando le mie stampelle per sedersi.
- E' bello vederti, Dot, - disse.
- Ma non mi dire, - risposi.
Lui riflett sulle mie parole e disse: - Sono cos  confuso.
- Questo  un eufemismo, - dissi. - Immagina quanto sono stata confusa io. Non sapevo dove fossi. Non so perch te ne sei andato. Ho persino pensato che fossi morto. A volte l'ho sperato, che fossi morto. Ed eccoti qui a dire che sei confuso, come se non fossi tu la causa di tutto questo.
- D'accordo, d'accordo, sono io la causa, - disse. - Solo, non capisco come mai tu sia qui con Elbert.
- Lascia stare Elbert, - tagliai corto. - E prova a spiegarmi perch te ne sei andato e perch non sei pi tornato.
- Non sar una spiegazione soddisfacente, - disse lui.
- Te l'avevo detto, - intervenne Elbert.
- Dammela lo stesso.
- Va bene, - disse lui, appoggiandosi al sedile. - Ero infelice.
Aspettai, ma lui non prosegu.
- Tutto qui? - dissi. - Eri infelice? Era una giornataccia e allora te ne sei andato? Davvero? E' tutto qui?
- Pi o meno.
- Dai, pap, mi devi qualcosa in pi di questo.
Ero girata e avevo il braccio sul sedile, mentre lo guardavo. Lui era appoggiato contro lo schienale del sedile posteriore. Sembrava molto piccolo. Non l'omone che ricordavo.
- Non  successo per colpa tua, o per colpa di Frank, o di Raylynn, o di
tua madre, - disse. - Era un problema mio.
- Certo che era un problema tuo. Ma perch? Che abbiamo fatto, noi?
- Niente, - disse. - Non avete fatto proprio niente. Credo che non mi sentissi dove volevo stare. Facevo dei lavori schifosi, avevo due bambini a cui dare da mangiare, una moglie che si occupava quasi di tutto, e io stavo male per questo. Una mattina mi sono reso conto che non ne potevo pi, cos  mi sono alzato e me ne sono andato.
- Mamma non se n' andata, - dissi. - E se se ne fosse andata lei? Credi che lei non sia stanca? Che non sia difficile tirare su dei figli? Non ci hai pensato?
- So cosa ho fatto, - disse. - E non ne vado fiero.
- Spero proprio di no, - dissi io.
- Gi, - si intromise Elbert. - E' crudele.
- Elbert, - dissi. - Tu stanne fuori.
- Ancora non capisco che ci fa lui qui, - disse pap.
- E cos  te ne sei andato, - dissi. - Raccontami il resto della storia.
- Ero andato a comprare le sigarette, - disse. - Erano questi i miei piani. Ma dopo essere entrato dal tabaccaio e aver comprato il pacchetto, stavo per tornare a casa e semplicemente non l'ho fatto. Ho continuato a guidare. Avevo un po' di soldi per la benzina, cos  sono arrivato fino in Arkansas. Non  che l'avessi deciso. Sono finito l e basta. Posso fumare?
- No, - dissi. - Non puoi. Non nella mia macchina. Finisci la storia e basta.
- Mi sono ritrovato in Arkansas, e senza benzina. Ho dovuto lasciare la macchina dov'era, e cio nel parcheggio di un motel. Non avevo neanche i soldi per la stanza, ma cercavano qualcuno che facesse le pulizie, cos  mi sono fatto assumere. Credo di essere rimasto l per circa sei mesi, poi mi hanno licenziato, per una ragione o per l'altra. Non ricordo il vero motivo. Ero di nuovo per strada. Mi sono girato tutto il Sud, poi ho deciso di tornare a casa.
- Ma non ce l'hai fatta? - chiesi.
- No, non ce l'ho fatta. E mi sono imbattuto in Elbert.
- Imbattuto? - dissi. - In che senso?
- Nel senso che l'ho conosciuto in cella.
- Vuoi dire in prigione, giusto?
- No, - disse pap. - In cella.
- Adesso sono ancora pi confusa, - dissi.
Guardai Elbert. Fece una cosa con la bocca, come se cercasse di nascondere il labbro inferiore dietro i denti, nella speranza che il resto del suo corpo ne potesse seguire l'esempio. Mi girai di nuovo verso pap.
- Sono stato arrestato per vagabondaggio, - disse. - La mia vecchia macchina mi aveva abbandonato, cos  l'avevo venduta a uno sfasciacarrozze ed ero rimasto a piedi. Mi ero messo a fare l'autostop. La gente non prende molto spesso sconosciuti in macchina, cos  mi ci  voluto parecchio, per tornare in Texas. Ma quando ci sono arrivato non mi sono fermato in East Texas. Ho proseguito. Sono arrivato fino a San Antonio, dove mi hanno beccato perch non avevo alcun mezzo di sussistenza. Avevo circa due dollari in tasca, quindi sono stato ben lieto di finire in galera. Ed  l che ho incontrato Elbert.
- Quante erano le probabilit? - chiesi.
- Le probabilit? - disse pap.
- Di incontrare tuo fratello in prigione cos , - dissi.
- Mio fratello? Lui non  mio fratello.
Lanciai un'occhiata a Elbert.
- E' vero, Dot. Ho detto qualche piccola bugia. - Piccola? - dissi. - Tu... tu non sei mio zio.
Elbert scosse il capo. - No. Ma voglio esserlo.
Avevo la testa nel pallone. - Non capisco.
- Neanche io, - disse pap.
- Non lo conoscevo, - disse Elbert. - Ma c' una stata coincidenza incredibile.
- Grazie a Dio, - dissi. Avrei voluto incazzarmi, ma ero troppo stordita.
- Abbiamo lo stesso cognome, - disse Elbert. - Quindi potremmo essere parenti. Cugini, o qualcosa del genere.
- E' un cognome piuttosto comune, - disse pap. - Comunque, eravamo insieme in cella, e quando dopo pochi giorni ci hanno lasciati andare, ci hanno detto che dovevamo allontanarci dalla citt. Siamo partiti insieme, e abbiamo deciso che era il caso di racimolare un po' di soldi, cos  abbiamo tentato di rapinare un salone di bellezza.
- Credevo fosse una banca, - dissi.
- Forse ho un po' esagerato, - disse Elbert.
- Non eravamo armati, - riprese pap. - Ed Elbert non ha avuto il coraggio di fare le cose per bene, cos  quella donna lo ha messo in fuga con un asciugacapelli.
- Non uno di quei caschi che usano le donne per ficcarci dentro la testa,
- disse Elbert, per non confondermi ulteriormente. - Ma uno di quelli piccoli, un phon.
- Io avrei dovuto fare il palo, - disse pap. - E invece stavo tenendo d'occhio l'ingresso quando Elbert mi  quasi caduto addosso, mentre scappava dalla signora col phon in mano. Ecco qua, due uomini grandi e grossi che corrono lungo la strada, con una donnina alle calcagna che ci insegue con un asciugacapelli.
- In realt mi aveva colpito un paio di volte, - precis Elbert. - Quei cosi fanno male.
- Comunque, ci hanno beccati di nuovo, ci hanno messi in cella e stavolta sembrava proprio che ci saremmo beccati una condanna, ma visto che avevamo agito disarmati, non avevamo preso neanche un soldo e il giudice era convinto che fossimo solo due poveri idioti, e non dei criminali, ce la siamo cavata con pochi giorni in cella.
- Niente carcere? - chiesi.
- Non  che ci sia tutta questa differenza, - disse Elbert.
- Oh, s che c', - dissi.
- Comunque, quando ci hanno lasciati andare ho preso la strada di casa e sono arrivato a Bullard. L ho trovato lavoro presso una pompa di benzina. Pensavo che sarei tornato a casa con un po' di soldini in tasca, ma poi ho conosciuto Bonnie e... be', siamo insieme da allora.
- Bonnie? - dissi.
- Viviamo insieme, - disse pap.
- Il triciclo in cortile, - dissi. - E' di tuo figlio.
- Non proprio, - disse pap. - Bonnie aveva una bambina quando ci siamo conosciuti. Suo marito era sparito.
- Come te, - dissi io.
- S, - disse pap. - Come me. E ho intravisto la possibilit di ricominciare daccapo, di sistemare le cose. Di essere un marito e un padre. E lo sono stato. Non guadagno granch: faccio i turni alla pompa di benzina e qualche lavoretto come operaio, ma  tutta roba onesta, e tiriamo avanti. E senti questa: io ed Elbert siamo stati inseguiti da una donna con un phon che lavorava in un salone di bellezza, giusto? Be', Bonnie fa l'estetista.
- Ma certo, - dissi. - Quindi ti sei messo con una donna che aveva una figlia, hai lasciato tua moglie e due figli tuoi e hai ricominciato da capo, non facendo niente di diverso da quello che facevi prima.
- Pi o meno, s, - rispose. - Non  bigamia, comunque. Io e Bonnie non siamo sposati.
- Ah, allora  tutto a posto, - dissi.
- No, - rispose lui. - Non lo . Ho intenzione di chiedere il divorzio a tua madre.
- Dovrai comunicare con lei per farlo, - dissi.
- Lo far, - disse pap.
- A quanto pare hai intenzione di fare un sacco di cose.
- Non valgo granch, Dot, - disse.
- Su questo almeno siamo d'accordo, - ribattei.
- Ma pensavo che vi avrei distrutti, Dot, tu, Frank, tua madre, - disse pap. - Pensavo che se me ne fossi andato sarebbe stato pi facile, non pi difficile.
- Ma dai, su, - dissi. - Pi facile per chi? Intendi dire pi facile per te.
- Forse, - disse. - Ho avuto una specie di crollo. E quando mi sono ripreso ho capito che era troppo tardi. Non sapevo cosa dire. Non sapevo cosa fare. Le cose semplicemente sono andate in un altro modo.
- Ma tu hai dei figli, - dissi. - E io sono una di loro. La gente divorzia, ma non si separa dai figli.
- Lo so, - disse. - Vorrei avere una risposta giusta, ma non ce l'ho.
- Ci pensi mai a me, a Frank e a tutto quanto? - chiesi.
- Tutti i giorni, - disse. - Te lo giuro. Penso a voi tutti i giorni e tutti i giorni penso che dovrei tornare e provare ad aggiustare le cose, ma non lo faccio. Non so il perch. Non lo faccio e basta. Forse perch mi vergogno, ed  passato cos  tanto tempo che non saprei come fare.
- Ami Bonnie e sua figlia? - gli chiesi.
- S, - disse. - Ho imparato la lezione. Sto cercando di fare la cosa giusta, con loro.
- Allora vattene, e torna da loro, - dissi. - E assicurati di trattarli meglio di come hai trattato noi.
- Dot, - disse. - Vorrei che mi perdonassi.
- Esci! - gridai. - Fuori dalla mia macchina.
- Va bene, - disse lui. - D'accordo.
Apr lo sportello e scese.
31.
Elbert prese di nuovo l'autostrada e ci dirigemmo verso casa.
- Quindi non siamo parenti? - chiesi.
- Abbiamo lo stesso cognome, - disse lui.
- Te lo chiedo di nuovo: non siamo parenti, giusto?
- Giusto, - disse lui.
- Vorrei essere veramente incazzata, adesso, - dissi.
- Ne hai tutto il diritto.
- Lo so, - dissi. - Ma sai una cosa? Sono pi confusa che arrabbiata. Con pap ho intenzione di essere incazzata nera.
- Non puoi, - disse lui. - Bisogna scrollarsela di dosso, la rabbia. Non dimenticare, ma lasciarla andare.
- Grazie, - dissi. - Questo mi consola molto. Dimmi solo perch sei venuto da noi, hai parcheggiato in cortile e hai fatto finta di essere un parente.
- Perch volevo esserlo.
- E non sei un rapinatore di banche, - aggiunsi. - Sei un aspirante rapinatore di saloni di bellezza.
- Ora mi chiami aspirante rapinatore come se fosse un insulto, - disse.
- Prima, invece, non contava, che fossi solo un aspirante.
- Credevo si trattasse di una banca.
- Ecco perch ho mentito, - disse. - Rapinatore di banche suona meglio. Pi romantico. Pi pericoloso. Volevo risultare interessante.
- Oh, ma interessante lo sei eccome.
- Intendo in senso positivo, - disse.
- E non sei stato in carcere?
- In cella. Per qualche tempo. Con tuo padre. Vedi, ci siamo incontrati, abbiamo bevuto un po' troppo, e alcol e disperazione non dovrebbero mai andare in coppia. Abbiamo deciso di allearci e rapinare il salone di bellezza. Solo che non ha funzionato. Siamo finiti in cella e la donna che avevamo deciso di rapinare ha avuto piet di noi, ha ritirato le accuse e ci ha permesso di uscire. Le ho anche chiesto un appuntamento. Mi ha dato un bel due di picche.
- Posso immaginarlo.
- Mentre eravamo in cella, io e tuo padre abbiamo parlato a lungo. Mi ha raccontato tutto di voi. Della sua famiglia. Suppongo che sentisse il bisogno di parlarne con qualcuno, e anche se non posso dire che avessimo un legame, eravamo insieme in quel momento, ed era questo che aveva in mente.
- Immagino sia gi qualcosa, avere uno spazio nei suoi pensieri, - dissi. Avevo una guancia bagnata, per qualche motivo. La asciugai con la manica.
Elbert gir lo sguardo verso di me. - Ha detto un sacco di cose belle su di te, su tua madre, tuo fratello, tua sorella, eppure se n'era andato. Forse dovrei aggiungere che non gli piaceva tua nonna.
- Lei lo vedeva per quel che era, - spiegai.
- Credo di s.
- Perch  andato via in quel modo? - dissi. - Non riesco a capirlo neanche adesso che ho parlato con lui. L'ho immaginato per anni. Di parlargli, di sentirmi dire qualcosa che forse non mi sarebbe piaciuto, ma che fosse pur sempre una spiegazione. Non ha detto nulla, in realt.
Elbert scosse il capo. - Mi ha detto pi o meno le stesse cose che ha raccontato a te. Non credo che sappia davvero perch l'ha fatto.
- Secondo te? - chiesi, e la mia voce si ruppe. Forse mi stava venendo l'influenza.
- Credo che fosse spaventato. Che sia scappato e non sapesse come tornare. Poi la vita  cambiata, ed  cambiato anche lui. Non  una vera risposta, ma penso si tratti di questo, e di nient'altro. Tutto quel che so  che se fossi stato tanto fortunato da avere una famiglia che mi ama, non me ne sarei mai andato. Cascasse il mondo.
- Quindi hai deciso di prenderne una in prestito, - dissi.
- Esatto. Parlava cos  bene di voi. Di tutti voi. Gli ho detto: Quando esci, torna a casa. Ma lui mi ha risposto che non lo avrebbe fatto. Mi ha spiegato che era un capitolo chiuso perch se n'era gi andato da un pezzo.
- E non poteva tornare?
- Suppongo di no, - disse. - Comunque, siamo usciti dalla cella e abbiamo ripreso la nostra strada. Ma io continuavo a pensare a tua madre, a te, a tua sorella, a tuo fratello. Volevo venire da voi, dirvi che vostro padre stava bene. Che non era morto. Che forse sarebbe tornato. Perch, vedi, pensavo fosse possibile. Anche se improbabile. A volte ti trovi davanti una persona e capisci che  andata. Che ha deciso di mollare. Poi per sono arrivato da voi, e tua madre, tuo fratello, tua nonna erano in cortile e, be'...
- Hai cominciato a mentire.
- Esatto. E una volta detta la prima bugia, non sono riuscito a smettere.
- La storia del pagliaccio?
- Vera.
- Le gare di pattinaggio?
- Tutto il resto  vero. Non ho rapinato una banca e non sono stato in prigione, ma tutto il resto  vero. Be', la storia del parchimetro  quasi vera. L'ho aggiunta perch  dove la donna del salone di bellezza che mi inseguiva mi ha colpito per la prima volta con il phon. Ero proprio l, a due passi.
- Non sei mio zio, - dissi.
- E questo  vero, - rispose. - Qualche volta, per, non conta solo il sangue ma quello che ti dice il cuore.
- E' una citazione che hai imparato a memoria? - chiesi.
- Pi o meno, - disse. - S. Non volevo mentire... be', d'accordo, l'ho fatto. Ma non volevo far del male a nessuno, dico sul serio. Volevo solo avere una famiglia. E tu hai una bella famiglia.
- Lo pensi anche dopo averci conosciuti? - dissi.
- S, - rispose. - Lo penso eccome. E' colpa sua. Di tuo padre. Non vostra.
Suppongo che quelle parole avrebbero dovuto farmi sentire meglio. Non fu cos . Guardai oltre il parabrezza. Dissi: - Non voglio pi sentire una parola.
E cos , tra noi scese il silenzio. Io non riuscivo ad aprir bocca. Avevo un nodo alla gola. Pensavo a pap in quel cortile, pronto a tagliare l'erba; pensavo al triciclo in quello stesso cortile, a un'altra bambina e alla donna in casa. Al fatto che avesse un lavoro, e che riuscisse a tirare avanti. E poi pensavo a me e alla mia famiglia, sangue del suo sangue, a noi che non eravamo abbastanza.
Quando tornammo a Marvel Creek ed entrammo nel parcheggio delle roulotte, Elbert si ferm di fronte a casa nostra e mi diede le chiavi della macchina.
Disse: - Mi dispiace.
Non risposi. Scivolai al posto di guida, infilai le chiavi, feci retromarcia
e lo lasciai l in cortile, che mi guardava andare via.
Gironzolai per un po', senza meta. Poi puntai verso la collina dove avevo sbroccato con Herb. Restai l per molto tempo, a guardare la notte che calava sul giorno come un gatto da un albero. La notte era senza stelle, perch il cielo era ancora pieno di nuvole cariche di pioggia. Restai l ferma, a lungo, finch una macchina non parcheggi accanto alla mia, segno che era arrivato il momento di andare. Avviai il motore e guidai per un altro po', poi finalmente tornai a casa.
Era tardi, quando arrivai.

32.
Il mondo sembr inclinarsi mentre salivo nella roulotte. Una volta dentro, la luce sul tavolo della cucina si accese. Mia madre era seduta l, con addosso la sua camicia da notte di flanella, la mano sopra l'interruttore della luce alla parete. Riuscii a vedere Frank che dormiva sul divano, sotto una coperta leggera, un orsacchiotto come cuscino.
- Hai fatto tardi, - disse mamma. Lo fece sussurrando, ma la voce era cos  tagliente che avrebbe potuto usarla per aprire una busta. Mi trascinai al tavolo e mi sedetti, allungando il piede dolorante davanti a me.
- Lo so, - dissi.
- Per quale motivo?
Restai un attimo in silenzio. E, non vi prender in giro, cominciai a mentire. Non volevo dirle dov'ero stata e chi avevo visto, perch pensavo che l'avrei solo fatta stare peggio. Ma non era giusto. Lei aveva diritto di sapere cosa avevo scoperto.
- Ho visto pap, - dissi.
Fu come se l'ossigeno fosse stato risucchiato fuori dalla stanza. Riuscivo a sentire il leggero ticchettio dell'orologio sulla parete, vicino al lavello. Riuscivo a sentire il mio respiro.
- L'hai visto davvero, - disse infine mamma.
- S.
Lei annu. Si alz e and al frigorifero, per recuperare una grossa bottiglia di gassosa a buon mercato, poi prese due bicchieri dalla credenza e port tutto a tavola. Dai modi solenni che ostentava, sembrava che avesse tirato fuori una bottiglia di whisky. Si sedette, apr la gassosa e riemp il bicchiere a entrambe. Avvit con attenzione il tappo sulla bottiglia. Era come un rito. Gliel'avevo visto fare altre volte. Quando era nervosa, preoccupata, prendeva la bottiglia grande di gassosa. Era il segnale dal quale capivo che le bollette erano scadute da tempo, o che un mobile doveva essere pignorato o che non potevamo pagare delle rate.
- Cosa aveva da dire? - mi chiese.
- Be', che era dispiaciuto. Ha un'altra casa e un'altra famiglia. Non torner. E non ha abbastanza buon senso da capire che l'erba non va tosata quando  bagnata. E' tutto qui, pi o meno.
- Dritto al punto, - disse mamma.
- Gi, - risposi. - E' stato abbastanza diretto. E le buone notizie non finiscono qui. E' stato in cella. Ed Elbert non  un nostro parente.
- Ma certo, - disse mamma. - Tipico. Perfetto. Proprio bravo.
Le raccontai tutto quel che era accaduto, nei dettagli. Quello che aveva detto pap, e quello che aveva detto Elbert.
Quando ebbi finito, mamma disse: - Vedi, quando ero una ragazzina volevo essere una principessa, sposare il Principe Azzurro. Dopo essere cresciuta, mi sarei accontentata di un lavoro e di qualcuno da cui tornare a casa, che non fosse un rospo e che, se proprio mi andava alla grande, avesse anche un lavoro. Diamine, mi sarebbe andato bene anche un rospo gentile con un lavoro. Non avrei immaginato di ritrovarmi a quest'et in una roulotte, con una camicia da notte di flanella addosso, a chiedermi dove fosse andato a finire mio marito per poi scoprire che era poco lontano e che non sarebbe pi tornato.
I suoi occhi erano pieni di lacrime. Allungai il braccio e le presi una mano.
- Mamma, hai fatto tutto quello che potevi per noi.
- Certo, - disse lei. - E infatti viviamo nel lusso pi sfrenato.
- Siamo insieme, - dissi.
- Elbert pensava davvero che siamo una bella famiglia? - chiese.
- S, - dissi. - Ci invidiava. Voleva farne parte.
- Anche dopo averci conosciuti? - chiese mamma, con un sorriso cos  fragile che temetti le potesse cadere dalla bocca.
- E' quello che ho detto anch'io, e lui ha risposto s, anche dopo averci conosciuti.
- Non mi pare poco...
33.
Quando mi trascinai a letto, sentii la nonna russare come una motosega che tagliava la legna. Mi sdraiai e rimasi ad ascoltarla per un bel pezzo. Ero sfinita, tuttavia non riuscivo a dormire. Mi sembrava di avere degli aghi nel cervello, e ogni volta che stavo per addormentarmi, quelli mi pungevano e mi svegliavano. Cercai di concentrarmi per fare un bel sogno, ma non appena il sogno cominciava mi svegliavo di nuovo.
Inizi a piovere. Non era una pioggia martellante, ma vivace. Batteva sul tetto della roulotte in modo quasi ritmico. A volte la pioggia leggera e costante mi conciliava il sonno, ma quella notte non accadde, forse perch la pioggia era troppo fitta e violenta.
Ero stesa l, confusa, ma in qualche strano modo soddisfatta. Quella soddisfazione non era arrivata subito, ma solo quando avevo parlato con mamma. Dopo aver pensato a tutto quello che lei aveva fatto, a tutto quello a cui aveva rinunciato per tenere unita la famiglia, mi sentivo diversa.
Non ero felice di quello che avevo scoperto, o non avevo scoperto, visto che pap non era stato esattamente cristallino nel dirmi perch avesse fatto quello che aveva fatto. Ma un attimo prima mi ero sentita male come mai nella vita, come se mi fossi persa in un bosco profondo pieno di animali affamati e fossi io la loro cena.
Mentre ero l distesa ad ascoltare la pioggia, per, mi resi conto tutto d'un tratto che la vita non era rose e fiori per nessuno. O forse si trattava di accettare l'idea che non esistono rose senza spine. Potevi concentrare tutta la tua attenzione sulle spine e odiare le rose, oppure guardarle nell'insieme, accorgendoti di quanto fossero belle e sentendo il loro bel profumo.
E forse ero cos  stanca che deliravo.
Ascoltavo la pioggia con gli occhi aperti, fissando il soffitto, cercando di immaginare che fosse trasparente e mi permettesse di vedere il cielo notturno pieno di pioggia. Cercai di immaginare che la pioggia potesse lavare via tutto ci che mi turbava. Questa volta il trucco funzion, e il rumore forte della pioggia non mi diede pi fastidio. Finalmente mi addormentai.
Quando mi risvegliai, al mattino, sentii il debole suono della televisione accesa in salone. Mi rotolai lentamente fuori dal letto e scoprii che riuscivo a stare in piedi senza stampelle. Diedi un'occhiata all'orologio. Erano le dieci. Zoppicai fino alla finestra e guardai fuori.
Il furgone di Elbert non c'era pi.

34.
Camminai con cautela, in modo da non mettere troppo peso sul piede. Il gonfiore era sparito, solo ogni tanto avevo delle fitte acute. Questo mi regal un po' di ottimismo. La notte precedente, mentre mi addormentavo, mi ero sentita bene, e temevo che quella sensazione sarebbe sparita al risveglio. In parte era andata via, ma ne era rimasta un po', come una goccia di latte sulle labbra.
In cucina, nonna era seduta sul divano e guardava la televisione.
- Era ora che ti alzassi, - disse. - Io sono sveglia dalle sei.
- Per sederti sul divano a guardare la televisione? - dissi. - Non capisco che fretta ci fosse.
- Be', tua madre si  alzata presto per andare al lavoro, - ribatt lei.
- Io non posso andare al lavoro, - dissi. - Sono in malattia.
- Ai miei tempi lavoravamo lo stesso, - comment nonna. - Alla tua et sarei andata a lavorare con le stampelle.
- Grazie a Dio ti stai rifacendo per tutto quel duro lavoro, sdraiata sul divano, - dissi. - Dov' Frank?
- Al campeggio del gruppo sulla Bibbia, - disse.
- Come se la leggesse, - dissi io.
- Leggesse cosa?
- La Bibbia, - dissi.
- Be', - tagli corto la nonna. - Almeno lo stronzetto star via per una settimana.
Andai in cucina e mi riempii una tazza di cereali. Presi il latte.
- Pensi di aver fatto una bella cosa? - chiese nonna.
- Di che parli?
- Di tuo padre. Andare a cercarlo.
- Non so se  bella, - dissi.
- Credo che tua madre star meglio, ora che sa che lui non  morto e non marcisce in qualche fossa. Ci speravo, a dire la verit, ma mi accontenter di sapere che  dispiaciuto, come immaginavo che fosse.
- Carino da parte tua, - dissi. - Dovresti scrivere biglietti di auguri.
- E' l'ortografia che mi crea dei problemi, - spieg nonna.
Versai il latte nella tazza con i cereali e mi sedetti a tavola. Stavo quasi per finire quando qualcuno buss alla porta.
- Va' ad aprire tu, - disse nonna, muovendo solo la bocca.
Andai alla porta, e quando l'aprii vidi Herb.
- Oh, - dissi.
- Buongiorno, - disse lui.
Non mi ero neanche guardata allo specchio, ma immaginavo di non essere esattamente una bomba. Il fatto che lui sembrasse un bambolotto non mi fece sentire meglio. Se i suoi vestiti fossero stati un po' pi stirati, avresti potuto usare la piega dei pantaloni per raderti. Non che avessi bisogno di radermi, anche se avevo un pelo fastidioso sul mento del quale mi liberavo di tanto in tanto con una pinzetta.
- Potremmo parlare qui sull'uscio, oppure puoi venire fuori, o magari invitarmi a entrare, - disse.
Mi girai verso nonna, che era sdraiata sul divano come un orso. Quando tornai a guardare Herb, sgusciai fuori e mi chiusi la porta alle spalle.
- Sediamoci sulle sedie a sdraio.
Le sedie a sdraio si erano ribaltate durante la notte ed erano fradice di pioggia, cos  andammo a sederci nella mia macchina, io al posto di guida, Herb a fianco.
- Ti ho chiamata, - disse.
- Il mio cellulare  morto, - dissi. - Ho finito i minuti a disposizione.
Te l'avevo detto.
Lui annu. - Me n'ero dimenticato. Guarda, se vuoi posso pensarci io... - No, grazie, - dissi.
- Il tuo solito orgoglio, - disse lui.
- E' una cosa che mi sforzo di conservare. Anche se ora arranca un po', come il mio povero piede.
- Vorrei solo parlarti, - disse.
- E io vorrei parlare con te, - risposi. - Ma non voglio la tua carit.
- Va bene, - disse lui. - Va bene -. Guard il mio piede. - Credi che riuscirai a pattinare?
- Ancora un paio di giorni e dovrei farcela a tornare al lavoro.
- Mi riferivo alla gara.
- Hai parlato con Bob, - dissi.
- E con le altre ragazze, - disse lui. - Vogliono provarci tutte.
- Era un'idea sciocca, - obiettai. - E' impossibile che un gruppo di ragazze di provincia che lavorano come cameriere sui pattini riesca a battere una squadra di professioniste.
- Pu essere, - disse lui. - Ma batterle  davvero tutto quello che conta?
- Credo di s, - risposi. - S, per noi s.
- Non basterebbe provare a batterle?
Ci pensai su. - Non lo so. Dovrebbe?
- Non posso rispondere io a questa domanda, - disse. - Per credo che significherebbe qualcosa per quelle ragazze. Ti considerano la loro leader.
- Davvero?
- Anche tua sorella. Pensano che ti riprenderai alla grande e che gliela farete vedere brutta durante la gara.
- Pensano questo?
- S, - disse Herb. - Be', forse tutte tranne Gay.
- Ovviamente non Gay, - dissi. - Le ho solo illuse. Non so che mi  preso.
- Ti  preso che volevi contare qualcosa, - disse Herb.
- Dici?
- Da quel che so, s. Lo penso.
Studi la mia espressione per un lungo istante. Temetti che fosse per colpa di quel pelo fastidioso sul mento di cui vi ho parlato.
Si sporse in avanti, mi baci lievemente le labbra. Non protestai.
- Non mi sono lavata i denti, - dissi.
- Per me hai un sapore molto dolce.
- Gi, - dissi, allungandomi per baciarlo di nuovo.
- Okay, - disse lui. - Forse un po' di dentifricio non ci starebbe male.
E scoppiammo a ridere.
35.
Durante i giorni successivi cercai di esercitare la caviglia seduta sul letto, flettendola, girando la punta del piede a destra e poi a sinistra. Facevo piccole passeggiate, provavo ad andare sui pattini.
Erano pattini nuovi. Me li aveva regalati Herb. All'inizio la cosa non mi piacque, ma lui disse che erano per il mio compleanno. Non era il mio compleanno, ma che diamine. Li presi pensando che forse sarei potuta tornare al lavoro. Avevo bisogno di soldi.
Per quanto riguarda la gara, be', non avevo visto nessuna delle ragazze. Quale che ne fosse il motivo, non ne avevo voglia. Da quando avevo scoperto di mio padre mi sembrava di avere scritto in fronte: mio padre mi ha mollata e si  fatto una famiglia nuova e migliore.
Uscivo a pattinare nel parcheggio delle roulotte. Su e gi, portando con me un bastone per i cani. Pattinai su e gi per quella strada cos  tante volte che il terzo giorno i cani smisero di abbaiarmi contro. Io smisi di portarmi dietro il bastone. Cominciai a pattinare veloce. La caviglia reggeva bene. Mi sentivo forte. L fuori, sulle rotelle, con il vento che mi soffiava addosso, mi sentivo veloce e potente. Anche se non avessi partecipato alla gara, quei momenti mi facevano bene.
Il terzo giorno che uscivo sui pattini, quando mi girai per tornare alla roulotte vidi il furgoncino di Elbert parcheggiato in cortile. Lui era appoggiato alla portiera anteriore. Anche la macchina di Herb era parcheggiata in cortile, ed Herb era l, appoggiato al parafango. Sembravano due sicari che mi stessero aspettando.
Appena ripresi a pattinare, dal furgone di Elbert spuntarono Raylynn, Sue, Gay e Miranda. Si sistemarono vicino a Elbert. Tutti tranne Herb. Lui rest accanto alla sua macchina. Se avessi avuto una macchina come la sua, anche io non mi sarei mossa da l.
Quando mi fermai tra il furgone e la macchina, dissi: - Chi  rimasto a occuparsi del locale?
- Bob e un paio di ragazze nuove, - disse Raylynn.
- Che volete fare, galline? - chiesi.
- Siamo venute a rapirti, - disse Raylynn.
- Ti sequestriamo e ti portiamo via, se sar necessario, - aggiunse Sue.
- Io guardo e basta, - disse Gay. - Non voglio entrarci.
- Ma di che parlate, brutte teste di rapa? - dissi.
- Di te, - disse Raylynn. - Ci hai inculcato la speranza di partecipare alla gara. Di provare a vincere quei soldi.
- Ero fuori di testa, - spiegai.
- Ma l'hai detto, - disse Sue. - E noi ci abbiamo creduto.
- Di poter vincere? - chiesi.
- Forse non di poter vincere, - disse Raylynn. - Ma che ne valesse la pena. Che tutte noi valessimo qualcosa. Eravamo l appese come frutta marcia su un ramo, e tu ci hai dato una speranza.
- Quale speranza? - dissi. - Che qualcuno vi colga ancora fresche?
- Okay, - disse Sue. - L'esempio della frutta forse non funziona, ma la verit  che tu ci hai dato una speranza e ora ce la stai togliendo.
- Che cosa vi starei togliendo, io? - Guardai Elbert. - E' stato lui a mettervi in testa tutta questa storia -. Mi girai per guardare Herb. - Oppure lui. Un bacio solo e gi gestisce la mia vita.
- Due baci, - disse Herb. - E non ti eri neppure lavata i denti.
- Si sono allenate, - intervenne Elbert. - Bob ha concesso loro del tempo libero e io sto dando una mano.
- Ragazze, voi lo sapete che era un pagliaccio sui pattini? - dissi, indicando Elbert.
- Lo sappiamo, - disse Raylynn. - E so anche che non  un nostro parente. Ma sappiamo anche che faceva le gare e che sa pattinare, e ci sta insegnando. E in effetti credo proprio che adesso, se solo volessimo, potremmo farti a fettine.
- E' questo che pensate?
- Altroch, - disse Sue.
- Sarebbe un vero spasso, - disse Miranda.
- Sono al massimo della forma, - aggiunse Raylynn.
- Che potrebbe essere meno del necessario, - dissi io.
- Provare per credere, - intervenne Gay. E poi: - Scusate, mi  uscito cos . Non so neanche bene che significa. Lo dice sempre mia madre.
- Significa che finch non si prova a fare una cosa non si pu sapere se si riuscir, - spieg Raylynn.
- Dunque io sarei il vostro tentativo, - dissi.
- No, - disse Miranda. - Tu sei il nostro jammer.

36.
Elbert e le ragazze si infilarono nel furgone, e io e Herb nella sua auto. Seguimmo il furgoncino. Fino alla pista di pattinaggio. O a quella che una volta era stata una pista di pattinaggio. L'avevano chiusa poco tempo prima.
Quando scendemmo dal furgone e dalla macchina, le ragazze avevano tutte i loro pattini gettati sulle spalle. Io avevo i miei ai piedi. Prima di scendere li tolsi e indossai le scarpe da tennis. Dissi:
- Perch qui?
- E' una pista di pattinaggio, no? - disse Elbert, e poi mi guard, a disagio. Non ero sicura di quanto fossi ancora arrabbiata con lui. La verit era che avevo sentito la sua mancanza e che mi era dispiaciuto non vederlo in cortile sulla sua sedia a sdraio.
- Spero che non sia una cosa illecita, - dissi. - Tipo introdursi in questo posto solo perch l'hai deciso tu e poi ritrovarci tutti in galera o a spaccare pietre con una tuta a strisce.
- Bob ci ha fatto avere l'autorizzazione, - disse Raylynn, mentre ci avviavamo verso la porta. - A quanto pare, conosce qualcuno che conosce qualcun altro.
Elbert tir fuori una chiave e apr la porta che conduceva alla pista. Dentro c'era odore di polvere, e in effetti la polvere fluttuava nell'aria come uno sciame di insetti. C'era anche un altro odore, che non avrei saputo descrivere. Mi ricordava i giorni in cui ero piccola e stavo imparando a pattinare. I giorni in cui mio padre mi portava alla pista e mi sosteneva mentre pattinavo. Era l'odore dei tempi in cui io e Raylynn pattinavamo insieme, o di quando ci eravamo prese a pugni per un bastoncino di zucchero filato. La nuvola di zucchero rosa era caduta, ed eravamo rimaste tutte e due a bocca asciutta, perch pap si era rifiutato di comprarcene un'altra.
Dentro c'era una fila di panchine dove potevi sederti per indossare i pattini. Le ragazze si accomodarono e se li misero ai piedi, e io feci altrettanto.
Herb disse: - Non sforzare troppo la caviglia.
Anche Elbert indoss i pattini. C'era una piccola sbarra che permetteva l'ingresso alla pista. Lui la spost, entr e cominci a pattinare. And per un po' in avanti, poi all'indietro. Pensai che finch non avesse tentato di saltare sarebbe filato tutto liscio.
Le ragazze si lanciarono con i pattini. Io restai seduta dov'ero, stringendo i lacci.
- Tu aspetta qui, - disse Raylynn. - Ti facciamo vedere cosa abbiamo imparato.
Scivol quasi all'entrata della pista, ma finsi di non averlo notato.
Quando lei e le altre ragazze furono sulla pista cominciarono a pattinare, a gran velocit. Proseguirono per un po', poi si unirono e cominciarono a muoversi in squadra. Era uno spettacolo emozionante:
eseguivano tutte le mosse all'unisono.
- Tu sapevi tutto questo da tempo, Herb?
- No, - rispose lui. - L'ho scoperto da poco.
- Ma tu cosa c'entri?
- Hai iniziato qualcosa che va finito. Non voglio immischiarmi, ma da quello che mi hai raccontato, e perdonami se te lo dico, il problema pi grande della tua famiglia  che nessuno ha mai la possibilit di finire quello che ha cominciato, oppure decide comunque di mollare. Se porti a termine questa cosa, sar solo l'inizio.
- Cos', il classico consiglio da ragazzo ricco? - dissi.
La sua espressione cambi, e mi pentii di aver detto quelle parole. A volte capita che la mia bocca firmi assegni che odia dover incassare.
- Prima di aggredirmi tieni conto di una cosa: sto parlando di timori che sono prima di tutto tuoi, e solo per dirti che se porti a termine questa cosa potrai riuscire anche in altro. A prendere il tuo diploma. E magari ad andare all'universit. E a costo di prendermi qualche altro insulto, lascia che ti dica una cosa ancora, visto che ci sono. Elbert potrebbe avere molta pi ragione di quanto immagini. Pensaci, tu non ti fidi mai davvero di nessuno. Neanche di te stessa.
- Va bene, - dissi. - Credo che per oggi possa bastare, come lezioncina.
Mi alzai e percorsi con cautela il pavimento di legno fino alla sbarra.
- Tanta merda, - disse Herb.
Appoggiai la mano sulla sbarra e mi voltai. - Basta merda, ho gi preso una storta alla caviglia, grazie, - dissi.
- E' solo il modo che si usa a teatro per augurare buona fortuna, - spieg Herb.
- Qui non siamo a teatro, - ribattei.
- Va bene allora. Buona fortuna.
Gli sorrisi, superai la sbarra ed entrai in pista. Non appena cominciai a pattinare, mi sentii un'altra persona, come nei miei giorni migliori. La caviglia non mi faceva male. Non sentivo neanche le gambe. Si muovevano da sole, quasi a prescindere dalla mia volont. Sulle rotelle, ero in un altro mondo.
Mi girai e pattinai all'indietro come aveva fatto Elbert, come mi aveva insegnato lui. Lo affiancai, andando nella direzione opposta, e mi sorrise. Io risposi al sorriso.

37.
Bob voleva che le sue pattinatrici vincessero. Non credo fosse perch amava le gare di pattinaggio. Penso che vedesse la cosa come un modo per farsi pubblicit. Disse che ci avrebbe procurato delle magliette con la scritta DAIRY BOB. Gli dicemmo di no. Volevamo la scritta FENDER
LIZARDS.
- D'accordo, - disse Bob. Eravamo tutti all'interno del Dairy Bob, seduti ai tavoli dei clienti, tranne Bob, che era appoggiato al bancone. - Questo posso anche accettarlo, ma in qualche modo dobbiamo farci entrare pure il Dairy Bob. Vi copriremo al lavoro, ragazze, io e il direttore, che, lo ammetto,  mio cugino e non  certo uno che si ammazza di fatica, ma in cambio vorrei ottenere un po' di pubblicit.
- Ci inventeremo qualcosa, - disse Raylynn.
Ne discutemmo per un po', poi Elbert ci port alla pista di pattinaggio per l'allenamento. In seguito, tornammo al Dairy Bob e lavorammo per poche ore, in modo da essere a casa per cena e poterci riposare per poi ricominciare il giorno dopo.
Di solito ci allenavamo di mattina. Non sempre potevamo esserci tutte, ma il pi delle volte eravamo al completo. Dopo un po' Elbert smise di concentrarsi sulle tecniche di pattinaggio e cominci a spostare l'attenzione sulla gara. Agiva e parlava proprio come un allenatore. Si era procurato anche un fischietto, con una catenella per tenerlo al collo. Quando non era sui pattini, indossava pantaloncini e scarpe da tennis.
Un giorno ci riun tutte al centro della pista, con i pattini ai piedi. Disse: - Bene, ormai sapete pattinare come si deve. Tutte. Adesso dovete imparare il gioco. La prima cosa da fare  assegnare i ruoli. Dot, siamo tutti d'accordo sul fatto che sarai il nostro jammer.
- C' un motivo per il quale mi viene assegnato questo ruolo? - chiesi.
- S, - disse Miranda. - Hai picchiato un tizio con una tavola di legno.
- Tutto qui?
- E' l'unica cosa che assomigli vagamente a un requisito, - disse Sue. -
Se si fosse trattato di sfilare in passerella avremmo scelto Gay, ma mi sa tanto che le gare di pattinaggio sono tutta un'altra faccenda. Ci serviva qualcuno che avesse sangue da cavernicolo.
- Okay, - dissi. - Puoi anche smetterla, di sfottere. Sar il jammer.
- Bene, - disse Elbert. - Tutte le altre faranno da blocchi. Non abbiamo riserve, quindi se una di voi si rompe una gamba o muore rimarrete in quattro, e cos  via. Immagino che se dovessimo restare in tre, saremo costretti a ritirarci. E allenarsi non  facile, perch non abbiamo una squadra con cui confrontarci. Vedr di risolvere questo problema tra domani e dopodomani. Per adesso lavoreremo dividendoci: tre contro due.
- Bello schifo, - disse Sue.
- Hai ragione, - rispose Elbert. - Ma non vedo alternative. Okay, una soluzione ci sarebbe. Entrer io in una squadra. cos  saremo tre contro tre.
Vi mostrer solo qualche trucchetto, non dar spinte.
- Spinte? - disse Gay.
- E' previsto anche il contatto fisico, - disse Elbert.
- Quanto contatto fisico? - chiese Gay.
- Oh, niente di preoccupante, - disse Elbert.
E cos  cominciammo a giocare. Il mio ruolo era piuttosto semplice. Ero il jammer. Correvo contro il jammer dell'altra squadra. I jammer erano posizionati dietro. Si trattava semplicemente di superare i giocatori dell'altra squadra senza farsi bloccare, mentre i giocatori della tua squadra dovevano impedire che gli altri ti bloccassero.
All'inizio giocammo senza eccessi, perch cos  ci aveva insegnato Elbert. Era un gioco pulito. Ci limitavamo a toccare l'avversario su una spalla, e questo equivaleva a bloccarlo. Dopo un po', Elbert ci fece provare le prime schivate.
Poi ci spieg che potevamo usare i fianchi e le spalle per spingere fuori dalla pista gli avversari. Lo facemmo per un po'. Poi ci disse che i nostri avversari avrebbero potuto fare un po' peggio di cos .
Mentre ci spiegava tutte queste cose, continuava a pattinare insieme a noi.
Non appena cominci a parlare di quel che avrebbero potuto farci gli avversari, Gay si ferm di botto, facendo stridere i pattini, e disse: - Quanto saranno duri, i contatti?
- Be', potrebbero usare i gomiti, - rispose Elbert. - Non dovrebbero farlo in modo troppo violento, ma lo faranno. Perci, voi dovrete ricambiarli con la stessa moneta.
- Intendi dire che ci colpiranno in faccia? - disse Gay.
- Se lo facessero sarebbero squalificati, - disse Elbert.
- Ma potrebbero farlo comunque? - chiese Gay.
- S, - disse lui.
- Potremmo farci male, - disse Gay.
- S, potreste, - rispose Elbert, - perci dovrete pattinare pi veloci e picchiare pi forte. Vi consiglio soprattutto di andare come razzi e di imparare a scartare in corsa.
- E' troppo tardi per tirarsi indietro? - disse Gay.
- Non lo faremo, - ribatt Raylynn. - Almeno, non io.
- Uno per tutti, - dissi. - E tutti per uno.
Allungai la mano.
- Che significa? - chiese Gay.
- Significa che siamo tutte dalla stessa parte, una per l'altra, - disse Raylynn, mettendo la mano sulla mia.
Anche Sue e Miranda appoggiarono le loro mani.
Gay disse: - Mia madre dice che siete cattive compagnie.
- Forse ha ragione, - dissi.
Gay si morse il labbro inferiore per un momento, poi si fece avanti e poggi la mano sulle nostre. Le sue unghie erano perfette.
Elbert mise la sua mano in cima.
- Uno per tutti, - disse, e rispondemmo in coro: - E tutti per uno.
38.
Il giorno dopo tornammo alla pista di pattinaggio. Elbert era gi l con i pattini ai piedi e un costume da pagliaccio. C'erano dei boy-scout in divisa e sui pattini. Credo avessero nove o dieci anni. C'era anche un uomo grasso in divisa da scout con un cappellino che gli stava come un ditale sulla testa di un orso. Sembrava nervoso. Non era sui pattini.
Elbert mi raggiunse. - Ho parlato col capo degli scout di zona e l'ho convinto a far venire qui i ragazzi a divertirsi sui pattini. Mi raccomando, siate gentili con i vostri avversari.
- Sono bambini, - disse Raylynn.
- In questo modo crederete di essere migliori, - disse Elbert. - E comunque, questo passa il convento.
- Perch sei vestito da pagliaccio? - chiesi.
- Non ho molte occasioni per indossare questo costume, - disse. - E i boy-scout lo adorano.
Diedi loro un'occhiata. Non sembravano tanto adorabili. In realt, per essere ragazzini di nove o dieci anni, avevano un'aria piuttosto scontrosa.
- La vedo dura, prendere ordini da un clown col fischietto, - dissi.
- Ci riuscirai, - rispose lui.
Insomma, Elbert fece partire gli scout sui pattini: noi dovevamo cercare di passare e loro di fare muro. Ogni volta che ci bloccavano o mi impedivano di superare uno di loro, Elbert lo segnava su una lavagnetta magnetica che si era portato dietro. Il loro premio alla fine della giornata sarebbe consistito in bevande, patatine fritte e hamburger, offerti dal Dairy Bob.
Questo fu il nostro allenamento.
Era un po' come imparare a cavalcare uno stallone allenandosi con un puledro.
A met giornata c'erano parecchi punti contro di noi segnati su quella lavagnetta, ma alla fine migliorammo.
Tornata a casa, scrissi un paio di inviti. Uno era per Top. Diceva:
Signorina Top. Spero si ricordi di me. Mi chiamo Dot. L'ho aiutata a prendersi cura dei cani perch, per farla breve, ero una delinquente. Ma in realt, se ho accettato di occuparmene  stato soprattutto perch lo desideravo. Non le scrivo per questo, per. Parteciper a una gara sui pattini, e mi piacerebbe invitarla ad assistere. Non pianger se non verr, ma mi sentir un po' triste e dentro sar distrutta e non sar pi la stessa. Sarebbe grandioso se potesse venire. I cani sono invitati, ma non credo sia il caso di portarli. Non penso che ci siano posti sufficienti per loro. Se non mi ammazzano durante la gara, forse le andr di darmi una mano per prepararmi all'esame di diploma, come si era offerta di fare.
Scrissi la data, il luogo, chiusi la busta e attaccai un francobollo. Poi ne scrissi un'altra.
Signor Sherman. Forse ti ricordi di me perch ci siamo visti l'altro giorno. Sono tua figlia. Hai anche altri due figli e una moglie da cui divorzierai. Parteciper a una gara sui pattini. Il mio ruolo sar quello di jammer. Credo di volerti invitare ad assistere. Non sei obbligato a farlo, e se anche decidessi di venire, non devi pensare che rappresenti un impegno. Ma penso di doverti invitare, perch  cos  che fanno le figlie. Se hai intenzione di fumare, per favore, compra le sigarette prima di venire, vista la facilit con cui ti perdi quando vai a fare spese. Aggiungo inoltre che Bonnie e la tua nuova figlia non sono invitate. Non sono ancora pronta per questo. Voglio anche darti un consiglio, perch mi pare ovvio che tu ne abbia bisogno. Non cercare di tagliare l'erba quando  bagnata. Si attacca alla lama del tosaerba e si incastra.
Scrissi la data e il luogo. Portai le lettere alla cassetta postale e le infilai nella fessura. Tornai a casa, gironzolai un po' per le stanze e presi in considerazione l'idea di togliere dalla cassetta la lettera per mio padre, ma quando mi decisi a farlo la postina era gi passata e le lettere non c'erano pi.
39.
Il giorno prima della gara, io ed Elbert andammo al circo. Era gi stato allestito e aperto al pubblico. Era abbastanza piccolo e l'atmosfera era un po' triste. Entrammo e andammo a parlare con il proprietario. Si trattava di un tipo grande e grosso che viveva in una roulotte parcheggiata vicino ai tendoni. Era una piccola roulotte, attaccata al retro di un grande camion blu con delle ruote enormi.
Bussammo alla porta del camper. Un uomo con indosso un vestito da cowboy azzurro, il tipico abito con i triangoli a testa in gi cuciti sulle tasche, ci apr la porta. Indossava anche un grande cappello bianco da cowboy e degli stivali con le punte talmente sottili, lunghe e affilate che avrebbe potuto uccidere uno scarafaggio con un calcio. Aveva una pancia che sembrava un cocomero sotto la camicia.
- S? - disse.
Elbert tese la mano: - Elbert.
Il cowboy guard la mano di Elbert, poi la prese come se stesse stringendo la coda di uno sgombro.
- Cosa posso fare per lei? - chiese.
- Lei  il signor Wilkin?
- In persona.
- Vorremmo iscriverci alla gara sui pattini.
- Ah, - disse Wilkin. - Entrate.
Dentro, l'ambiente era molto piccolo, ma ben sistemato. C'era un tavolo fissato al muro che poteva essere tirato su e bloccato. Il signor Wilkin lo sblocc e lo abbass. C'era un divanetto su un lato, e anche uno sgabello. Attraverso una porta aperta riuscii a vedere il letto. Alle pareti c'erano i manifesti del circo.
- Accomodatevi, - disse. Mi guard. - Lei  una delle sue pattinatrici?
- S, - disse Elbert. - E' il nostro jammer.
- Sembra un po' gracilina, - disse.
- Ma  molto resistente, - obiett Elbert.
- Bene, - disse Wilkin. - Qui c' il contratto. Funziona cos : la tua squadra gareggia contro la nostra, e se vincete riceverete cinquemila dollari.
- Sul manifesto c' scritto dieci, - disse Elbert.
- S, be', ho esagerato un po', perch ci sono ben poche citt con una squadra di pattinatrici.
- C' scritto dieci, - ribad Elbert. - E noi ne vogliamo dieci.
- Io posso darvene cinque, - disse Wilkin.
- Ora ti spiego come stanno le cose, - disse Elbert. - Lo sceriffo  un mio caro amico. Quello che avete scritto sul manifesto  pubblicit ingannevole. Hai l'aria di uno che  gi stato in galera: hai deciso di tornarci?
Stava per finire malissimo. Elbert mentiva spudoratamente, anche se era probabile che sapesse riconoscere una faccia da galera, per esperienza personale.
- Potrei annullare la gara, - disse Wilkin. - Dire che una delle ragazze ha una distorsione alla caviglia. Magari gliel'ha attaccata qualcuno.
- Una distorsione alla caviglia? - dissi, perplessa.
- Facciamo il morbillo, allora, - si corresse Wilkin.
- Potrei mettere in giro la voce che te la sei fatta sotto e ti sei tiratoi dietro per paura di perdere, e lo sceriffo non avrebbe problemi a trovare qualche altra scusa per metterti al fresco. Per esempio, che le rotaie delle montagne russe hanno i bulloni troppo lenti.
- Sono mesi che non si rompono, - disse Wilkin.
- Stammi a sentire, - disse Elbert. - Siamo venuti qui per iscriverci, come dice il manifesto. Non c' altro. Devi solo agire secondo giustizia.
- La vita non  giusta, - disse Wilkin.
- Oggi s, - ribatt Elbert.
Wilkin strinse le labbra, appoggiando le mani sul cocomero che aveva al posto del ventre. - Va bene, - disse. - Lascia che ti spieghi come stanno le cose. Di solito le due squadre in lizza sono entrambe nostre. In questo modo ci assicuriamo sempre che la gara abbia luogo. A volte diciamo che i giocatori della squadra sfidante provengono da un paese vicino, tanto per far sembrare la cosa pi appassionante. Diamo ai bifolchi qualcuno per cui tifare, poi facciamo vincere la nostra squadra.
- Perch le gare sono truccate, - disse Elbert.
- Perch si tratta di uno spettacolo, non di un evento sportivo:  un po'come il wrestling. Ma il problema  che non ho pi una squadra di riserva.
La gara non  pi l'evento atteso di un tempo. Dunque, se volete essere voi la squadra della citt, perfetto, ma che ne direste di giocare al vostro meglio e poi tirarvi indietro?
- Dovremmo giocare a perdere, quindi? - chiese Elbert.
- Esatto, - rispose Wilkin. - Voi perdete e io vi do duemila dollari. E ci metto pure cinquanta dollari per te, che sei l'allenatore, e biglietti del circo gratis per tutti. In questo modo vi fate un po' di soldini sicuri e io non vado troppo sotto. Naturalmente, se giocate pulito e perdete non avrete nulla.
- E se vinciamo? - chiesi.
- Non vincerete, - rispose. - Ho la squadra migliore di tutte.
- E allora perch ci fai questa offerta? - disse Elbert.
- Perch anche a una buona squadra pu capitare una serata no, - rispose. - E una serata no potrebbe costarmi cinquemila dollari.
- Diecimila, - disse Elbert.
- D'accordo, - disse Wilkins. - Diecimila. Ma se accettate la mia proposta vi guadagnerete comunque una bella sommetta e io risparmier buona parte di quel che dovrei darvi nel caso vinceste. Il fatto , comunque, che sono quasi certo che a vincere saremo noi, e che voi resterete a becco asciutto. Inoltre, l'iscrizione costa cento dollari. Per farla breve, vi sto gettando un osso con un po' di carne attorno.
Elbert studio Wilkins a lung. Nessuno dei due sbatt le palpebre. - Va bene, - disse Elbert. Alz il culo e tir fuori il portafoglio, dal quale prese del denaro. Cinque biglietti da venti.
- Ecco la quota di iscrizione, - disse Elbert. - Ma non truccheremo la gara.
- Per me  la scelta migliore, - disse Wilkin. - cos , quando le mie ragazze calpesteranno le tue come se fossero animali morti, non caccer neanche un centesimo, e voi sarete umiliati, proprio come se aveste giocato indossando solo un paio di boxer.
- Siamo ragazze, - dissi. - Non indossiamo i boxer. Almeno, non io.
- Qualunque indumento intimo indossiate, fa poca differenza, - disse Wilkin. - Vi ho offerto la possibilit di salvare la faccia: le mie ragazze vi avrebbero dato un po' di spazio, ci sarebbero andate piano, e magari sareste potute tornare a casa con qualche soldino e tutti i denti in bocca.
Ma voi avete scartato l'idea.
- Non conosciamo altri modi, - disse Elbert.
Wilkin annu. - Bene. Preparo il contratto.
40.
Mentre tornavamo alla macchina, Elbert, che aveva in mano la copia del contratto, disse: - Ho appena bruciato duemila dollari per voi e cinquanta per me.
- E non dimenticare i biglietti del circo, - dissi. - Tra l'altro, secondo me, se insistevamo un po' ci avrebbe dato pure dello zucchero filato.
- E' solo spettacolo, non si tratta di uno sport vero e proprio, - disse Elbert. - Forse potremmo tornare indietro e cambiare gli accordi.
- Ecco fatto, - dissi. - Adesso  il rapinatore di saloni di bellezza e il bugiardo che parla.
- Aspirante rapinatore di saloni di bellezza, - precis.
- Elbert, ho notato che sul contratto c' scritto che tutti i partecipanti alla gara devono essere maggiorenni. Alcune ragazze lo sono, altre no. E fra quelle che non lo sono ci rientro anche io.
- Lo so, - disse lui. - E mentre firmavo ho avuto un'esitazione. Poi per ho pensato che un circo da quattro soldi come questo non si metter certo a controllare i certificati di nascita. Promettimi solo che non ti farai ammazzare, perch se dovesse accadere ripeter fino alla morte che hai falsificato la mia firma su quel contratto, e tu non sarai qui per contraddirmi.
- Lo prometto, - dissi.
Quando arrivammo alla mia macchina mi fermai accanto al cofano e guardai Elbert. - Per come la vedo io, se affronter questa prova insieme a tutte le altre, e se daremo il massimo, potremo dire di non essere rimaste con le mani in mano, ad aspettare qualcuno che ci mettesse incinte. Per Gay non vale, naturalmente. Lei non sarebbe rimasta qui comunque.
- Vuoi fare come Rocky: dimostrare che non sei solo una delle tante balorde del vicinato, - disse Elbert.
- Parli di quel film sul pugilato? - chiesi.
- Esatto.
- Okay, - dissi, girando attorno alla macchina per raggiungere il posto
di guida. - E' quello che voglio. Essere come Rocky, dimostrare che non sono una balorda come tutte le altre. Naturalmente, se perdiamo, mi rester il rimpianto di non aver accettato l'accordo.
- Tipico, - disse Elbert, infilandosi in macchina.
Quando fui seduta al volante con Elbert accanto dissi: - Sai cosa mi preoccupa davvero?
- Cosa? - chiese Elbert.
- Non abbiamo mai giocato contro nessuno, a parte una squadra di boy-scout.
- Ho la stessa preoccupazione anche io, - disse Elbert.

41.
Quella sera ci riunimmo al Dairy Bob. Bob aveva assunto part time un paio di ragazze, e persino un ragazzo. Non era una decisione tipica del Bob sessista che conoscevo e amavo, e ci voleva dire, ovviamente, che doveva essere alla disperazione.
Ad attenderci c'erano due ragazze. Indossavano pantaloncini e canotta. Erano di bell'aspetto ma pi grandi di noi, forse di cinque anni. Una era seduta sul bancone e masticava una gomma. Bob non permetteva mai a nessuno di sedersi sul bancone, ma a quella ragazza non aveva detto nulla. Aveva i capelli neri e l'aspetto di una tipa tosta, capace di piegare un cric e farci un bel nodo. L'altra ragazza era bionda e slavata, alta ben oltre il metro e ottanta, e per questo sembrava molto magra, ma in realt era un fascio di muscoli. Era appoggiata al muro, come se aspettasse che qualcuno le passasse davanti per ucciderlo e mangiarselo. Tra tutte e due avevano un numero di tatuaggi che sarebbe bastato per l'intera marina militare, per met della guardia costiera e per un club di motociclisti.
Elbert era l con noi. Il Dairy Bob era chiuso. Non chiudeva mai, perci la cosa era quanto meno strana. Le luci esterne erano spente. Una macchina entr, gir, parcheggi e rimase l ferma. Bob usc, disse qualcosa a chi si trovava nell'abitacolo e la macchina se ne and.
Mentre era fuori, noi guardammo le due ragazze nuove e loro fissarono noi, facendomi venire una gran voglia di distogliere lo sguardo.
Quando Bob torn dentro, si avvicin a una delle scatole e l'apr. Tir fuori i nuovi caschi, i parastinchi e le gomitiere.
- Questa roba vi impedir di farvi male, - disse. - E' migliore di quella che avete gi.
- Promesso? - disse Gay.
- Credo sia pi esatto dire che ti impedir di farti male pi del dovuto, -precis Bob.
- Non era quello che volevo sentirmi dire, - comment Gay.
Bob tir fuori un pezzo per ogni tipo di attrezzatura e disse: - Dovrebbero essere della misura giusta. Quando avrete finito, questa roba la rivoglio indietro.
- Ma come, non potremo indossarla per andare al centro commerciale, o per uscire con un ragazzo? - chiese Sue.
- Spiritosa, - disse Bob.
Apr l'altra scatola. Tir fuori delle magliette di un verde intenso con una scritta gialla che diceva: FENDER LIZARDS. Subito sotto, una scritta di poco pi piccola: "Mangiate al Dairy Bob".
- Sono i nostri colori, - disse. - Verde e giallo. La squadra del circo, se le mie informazioni sono giuste, dovrebbe vestire in rosso e nero.
- Rosso come il sangue dei loro nemici, - disse Raylynn. - E nero come i loro cuori.
- Non  esattamente cos , - disse la ragazza alta nell'angolo.
Ci girammo tutti a guardarla.
- Queste due erano nella scatola anche loro? - chiesi.
- Queste due signore, - disse Bob, - sono quelle che definireste due infiltrate. Conoscono il gioco, e molto bene. Facevano parte di una squadra di Austin che  fallita.
- Non vincevate abbastanza? - chiese Sue alla ragazza alta.
- Comportamento antisportivo, - rispose la stangona. - Eccesso di violenza.
- Oh, - disse Sue.
- Ho letto di loro in rete, - disse Bob. - Le pagher per giocare con voi. Non avranno la parte di premio che eventualmente vincerete.
- Non vi baster tutta la buona sorte del mondo, - disse la tipa sul bancone. - Le ragazze contro cui vi batterete giocavano in un vero campionato. Abbiamo giocato con qualcuna di loro, quando facevano parte del giro di Austin. Il problema era che le gare sui pattini non tiravano pi come un tempo e cos  hanno finito per lavorare nel circo.
- Se non possiamo vincere, - disse Gay, - allora che giochiamo a fare?
- Giochi perch puoi farlo, - disse la stangona. - E perch quando ti trovi in pista e il gioco si fa serio,  veramente una figata.
- Va bene, - dissi. - Ho capito. Vedi, la verit  che noi non sappiamo come giocare. Conosciamo le regole, ma ci siamo allenate per la maggior parte del tempo contro dei boy-scout.
- E' per questo che siamo qui, - disse la stangona. - Mi chiamano Fulmine. E lei, - indic la ragazza dai capelli scuri, -  Rombo di tuono.
- Certo che le vostre mamme avevano idee molto particolari, sui nomi
di battesimo, - disse Gay.
- Sono i nostri nomi d'arte, - disse Rombo di tuono, lanciando un'occhiataccia a Gay che indietreggi di un paio di passi. - E non abbiamo intenzione di cambiarli.
- Nessun problema, - dissi.
- Siamo tutti d'accordo, - aggiunse Elbert.
- Quello che faremo, - disse Fulmine, - sar andare alla pista di pattinaggio e metterci sotto, con il massimo impegno, in modo che domani sera, prima di battervi, le vostre avversarie possano pensare che forse un paio di gare le avete fatte, prima.
- Stasera, - disse Gay.
- S, - ribad Bob. - Stasera. Ho investito un sacco di soldi in questa faccenda. Sono convinto che avr un grande effetto, sugli affari.
- Anche perch le ragazze saranno tutte in pantaloncini, - dissi.
- Certo, - disse Bob. - Anche l'occhio vuole la sua parte.

42.
Fu pi tosta di quando giocavamo con gli scout. Fulmine e Rombo di tuono non erano pi rapide di noi e forse non pattinavano neppure meglio, ma giocavano in modo pi subdolo. Sembrava che stessero per fare una mossa, e invece ne facevano un'altra.
L'accordo era che le circondassimo, ma almeno all'inizio non ci riusciva in nessun modo. Loro ci colpivano con i gomiti, ci facevano lo sgambetto, ci spingevano con i fianchi e ci facevano volare. Fui contenta di avere addosso tutta quell'armatura, e anche il paradenti.
Gay si becc una gomitata proprio al centro della pista, dove Elbert, che faceva da allenatore e arbitro, era seduto su una sedia. Fu un bel colpo, che la sbatt a terra e fece volare in cielo il suo paradenti. Quando si rialz si teneva la mascella e strillava: - Questo  contro le regole!
Rombo di tuono, che le era passata accanto, gir sui pattini e scivol verso di lei.
Accost il naso a quello di Gay. Io mi fermai e restai a guardare.
- Hai ragione: quali che siano le regole, immagino che una mossa del genere sia contro, - disse Rombo di tuono. - Se vieni beccata, per, e se l'arbitro decide di intervenire.
Rombo di tuono guard Elbert.
- Non ho visto nulla, - disse Elbert.
- Che cosa? - esclam Gay. - Se mi avesse colpita pi forte o pi in alto, avrei avuto il tempo di mangiarmi un pacchetto di noccioline, prima di tornare a terra.
Elbert si strinse nelle spalle.
- Le gare sui pattini sono violente, - disse Rombo di tuono.
A quel punto Fulmine si era fermata, e anche tutte noi avevamo fatto altrettanto. Fulmine si avvicin a Gay.
- Le regole sono fatte per essere infrante, - disse. - Proprio come le ossa.
Scivolai anch'io verso di loro. - Ma non le nostre ossa, - dissi. - Gay  una nostra compagna di squadra, perci datevi una regolata, da adesso in poi.
- Certo, - disse Fulmine, lanciandomi un'occhiata che mi fece arricciare i peli del naso.
- Bene, - dissi. Venne fuori un suono che somigliava a un colpo di tosse.
Fulmine sorrise. - Vedo che stai imparando. Gioco di squadra. E' tutto l, capisci? Proteggere la propria squadra. Ora, tornate tutte in pista, a prendere il resto.
- E il gioco di squadra? - dissi.
Fulmine e Rombo di tuono sorrisero.
- Tu provaci di nuovo, - disse Gay a Rombo di tuono, - e ti do tante di quelle legnate che ritroveranno il tuo corpo solo dopo che l'uomo sar atterrato su Marte.
- cos  mi piaci, - disse Rombo di tuono. - Bella tosta.
Rombo di tuono si volt e cominci a girare attorno alla pista.
Gay mi guard. - Non avrei dovuto dire quella cosa sul fatto di prenderla a legnate, vero?
- Non ti biasimo certo, - dissi.
- S, ma ora ho paura di tornare in pista, - disse Gay. - Quella  cattiva fino al midollo.
- Sta a te scegliere, - dissi. - Per quanto mi riguarda, sono qui per vincere.
Tornai in pista e ripresi a pattinare. Quando mi guardai indietro, da sopra la spalla, vidi Gay che pattinava dietro di me, rimettendosi il paradenti.
Erano forse le tre del pomeriggio quando smettemmo. Riuscimmo a fare qualsiasi tipo di allenamento. Riuscimmo persino a bloccare Fulmine e Rombo di tuono un paio di volte, ottenendo in cambio solo un paio di occhi neri, un paio di lividi e una visione pi buia dell'umanit.
Nel parcheggio, mentre caricavo l'attrezzatura in macchina, vidi Elbert che si dirigeva verso il suo furgone. Mi avvicinai.
- Sono felice che tu non sia andato via, - dissi.
- Grazie, - rispose. - Dici sul serio?
- Apprezzo molto quello che stai facendo, ma resta il fatto che fingere di essere mio zio  stata una mossa sporca, - dissi.
Elbert annu. - Hai ragione.
- Per sono felice che tu l'abbia fatto, - dissi.
- Sai una cosa? - disse Elbert. - Anche io. - Dove dormirai? - gli chiesi.
- Nel furgone, come sempre, - rispose lui.
- Non vuoi sistemarti nel nostro cortile?
- Tua madre sa tutto?
- S.
- E' arrabbiata?
- S, - risposi. - Lo . Ma la vuoi sapere una cosa?
- Cosa?
- Le passer.

43.
Quando mi svegliai, la mattina dopo, mi sentivo come se fossi stata piegata e infilata in uno spazio troppo stretto. Faticai perfino a scendere dal letto.
Nonna si era gi alzata e aveva lasciato la stanza. Mi alzai a mia volta, e andai in bagno per fare una lunga doccia calda, che mi sciolse un po' i muscoli.
Mi vestii e andai in cucina. Fui sorpresa di vedere mamma, nonna e Frank seduti a tavola con Elbert.
Chiesi: - Mamma, come mai non sei al lavoro?
- E' il mio giorno libero, - disse lei. - Ogni tanto me ne concedono uno, e io lo trascorro tutto quanto a sentirmi in colpa. E' questo che si aspettano, da me.
- Oh, - dissi. - Okay. Non sono molto aggiornata.
Frank mi guard. Disse: - Dice Elbert che stasera farai il culo a qualcuno.
- Non usare questi termini, - intervenne mamma.
- Perderai qualche dente, secondo me, - disse nonna.
- Grazie, nonna, - dissi. - Grazie per l'incoraggiamento.
- Dicevo cos  per dire, - bofonchi lei.
- Io e tua madre, - disse Elbert, - abbiamo parlato. Mi piace pensare che lei abbia capito da dove vengo, e perch ho fatto quello che ho fatto.
- L'ho capito, - disse mamma a Elbert. - Ma non vuol dire che mi piaccia. Detto ci, ti perdono.
Guard Elbert e sorrise. E io capii una cosa. Le piaceva, e non come parente. Il fatto che lo avessi compreso solo allora fu abbastanza sconvolgente, per me. Credo fosse nell'aria da un bel pezzo, ma lei lo vedeva come il fratello di suo marito, e invece ora sapeva che non lo era, e sapeva pure che pap non sarebbe tornato... Be', la prospettiva era diversa. Lo leggevo nei suoi occhi. Per poco non scoppiai a ridere. Ancora non sapevo se la cosa mi piacesse, o se l'idea mi facesse un po' male, invece.
Guardai Frank. - Com' andata al campeggio del gruppo per la Bibbia?
- Tutto bene, - disse lui.
- Ora devi fare una bella colazione abbondante, Dot, - disse mamma. -Un pranzo decente e una cena leggera. Porter qualche spuntino per te e per le ragazze.
- Verrai ad assistere? - chiesi.
- Verremo tutti, - rispose mamma. - Anche tu, nonna? - le domandai.
- Tanto vale, - disse nonna. - Stasera alla tv non dnno niente di interessante. Ma sono sicura che non mi piacer. Lo dico solo per avvertirti. L'unico sport che mi piace  l'equitazione.
- Mi considero avvisata, - dissi.
- Siediti, - disse mamma. - Oggi la colazione te la preparo io, devi stare solo buona e tranquilla.
- D'accordo.
Mi sedetti. Guardai Elbert. Lui ricambi lo sguardo, e sorrise lentamente.

44.
Il momento arriv.
Era una serata luminosa, con le stelle affilate come punte di spilli. Il cielo sembrava soffice come il pelo di un gattino. La luna era piena. Eravamo sotto una grande tenda da circo, che per qualche ragione era aperta in cima, con un ampio lembo gettato su un lato, e la luna e le stelle sembravano cadere dentro quel varco.
Ero sui pattini, al centro della pista, e guardavo in alto, forse sperando nell'aiuto divino. Abbassai gli occhi e osservai la pista. Era pi instabile rispetto a quella su cui ci eravamo allenate. Si muoveva a ogni mio spostamento. Squittiva come un topo e gemeva come un orso. Aveva una specie di ringhiera tutto attorno, chiusa da un'imbottitura avvolta nel nastro adesivo. La ringhiera sembrava usurata, come se avesse dovuto subire l'urto di una miriade di corpi.
Il centro della pista era aperto e si vedeva il terreno sottostante. C'era un tavolo con un grande contenitore pieno di Gatorade a entrambi i lati dell'ingresso; uno per ogni squadra. C'erano panchine e sedie per entrambe le squadre, per riposare durante l'intervallo.
Quello che mi stupiva era il pienone nelle tribune. Elbert ci spieg che la squadra avversaria aveva molti tifosi. Alcuni erano venuti da lontano, tipo da Amarillo. Vedevo gente con in mano zucchero filato rosa, sacchetti di popcorn, noccioline. E c'era il rumore di scatole di caramelle che venivano agitate, di piedi trascinati, di chiacchiere e risate. Le cannucce risucchiavano il liquido nei bicchieri. I bambini piangevano o ridevano, o facevano rumore semplicemente per il gusto di farlo. Due ragazzini cominciarono a lanciare bicchieri di carta, poi caramelle. Qualcuno url contro di loro, e cos la piantarono. Sentivo tutto perfettamente, come se fossi seduta insieme a loro in platea. L'aria era piena di odori, di cibo e bibite, e di puzza di animali. Il tendone doveva essere stato acquistato da un vero circo. L'odore degli elefanti, dei leoni, delle scimmie e del sudore era penetrato in profondit quando il tendone era stato ripiegato, per poi venir rilasciato ora che era stato riaperto. Quel tipo di odore non va mai veramente via. Il tendone e tutto quello che c'era sotto avevano un odore bizzarro e fantastico al tempo stesso.
Comunque, anch'io non ero esattamente un fiorellino, visto che insieme al resto della squadra avevo fatto qualche giro di pista, per provare ad abituarmi. Traballava un po'. E un po' traballavo anche io. Mi sentivo debole.
Riuscivo a vedere mamma, nonna, Frank e Herb in una delle file. Agitarono la mano verso di me. Cercai Top e pap, ma non vidi nessuno dei due.
Aspettai che tutte le ragazze della squadra avessero finito il giro di prova e ci radunammo al centro insieme a Elbert, che stringeva un asciugamano in entrambi i pugni, torcendolo tutto.
Non avevamo ancora visto le avversarie, ma Bob aveva fatto un salto sul retro per vedere se riusciva a dare un'occhiata prima che uscissero. Probabilmente non sarebbe servito a nulla, ma Bob voleva capire con chi avremmo avuto a che fare.
- Sedetevi, - disse Elbert.
Noi cinque ci sedemmo sulla panchina, e i due rinforzi sulle sedie. Elbert ci guard.
- Bene, ragazze, - disse. - Fender Lizards. Ci siamo. Credo sia giunto il momento di darvi dei nomi.
- Dei nomi? - chiese Gay. Aveva un occhio nero, il risultato della gomitata della sera precedente, e sinceramente ero molto sorpresa che fosse ancora dei nostri.
Elbert annu. - S. Abbiamo gi Fulmine e Rombo di tuono, e quando l'altra squadra si presenter verranno annunciati i loro nomi, che saranno tutti soprannomi. Credo che se vi presentassero come Gay, Dot, Raylynn e Sue mancherebbe un certo non so che. cos  ho buttato gi dei nomi che potrebbero fare al caso vostro. Dot, tu sei Jet. Perch pattini velocissimo.
Gay, tu sei Velena.
- Fa schifo, - disse Gay.
- Tu sei Velena, ripeto, - disse Elbert. - E questo  quanto. Raylynn, tu sei Dina-Mite.
- Quello suo  pi bello, - disse Gay.
- Sta' zitta, Gay, - disse Elbert. - Miranda, tu sei Little Gorgo.
- E chi sarebbe, questa Gorgo? - chiese Miranda.
- Era un mostro in un film giapponese, - disse Elbert.
- Carino, - disse Miranda.
- Sue, tu sei Baby Martello.
- Non sono sicura di aver capito che cosa voglia dire, - disse Sue. - Ma per me va bene.
- Ora sapete quali sono i vostri nomi, quando li pronunceranno. E' giusto sappiate di chi stanno parlando. Ci sar un tizio che far una telecronaca per gli spettatori.
- Perch, non riescono a vederlo da soli, cosa succede? - chiese Sue.
- E' solo un modo per tenere alta l'attenzione, - disse Elbert. - Allora, conoscete gi le vostre posizioni. Avete domande?
Ci guardammo a vicenda.
Nulla.
- Bene, - disse Elbert, guardando i due rinforzi. - Voi avete qualcosa da dire?
- Non fatevi ammazzare, - tagli corto Rombo di tuono.
- Bene, - disse Elbert. - Ottimo consiglio.
In quel momento vedemmo Bob che apriva il cancello dall'altra parte della pista. Lo super, lo richiuse e corse verso di noi. Quando arriv disse: - Le ho viste.
- E...? - chiese Elbert.
- Be', gira voce che siano una banda di giovani delinquenti, almeno a giudicare dall'aspetto, ma dopo averle viste posso dire che sembrano piuttosto degli avanzi di galera che il governo ha deciso di far uscire dal braccio della morte. Mi  quasi sembrato di vedere i loro tatuaggi che prendevano vita.
- Dannazione, Bob, - disse Elbert. - Bel modo, per tenere alto il morale della squadra.
- In realt, - ribatt Bob, - pensavo di aver addolcito la pillola.
Elbert ci guard. - Non sono cos  tremende. Sono solo delle ragazze, come voi.
- Solo pi grandi, pi cattive e pi grosse, - disse Bob.
- Sono solo pi allenate, - disse Elbert. - E comunque non le abbiamo viste giocare, perci non possiamo sapere quanto siano cattive. O quanto siano brave.
A quel punto il tizio col cappello da cowboy bianco raggiunse il cancello di fronte a noi. Quella sera il suo vestito da cowboy era giallo, e i suoi stivali erano di pelle gialla, luccicanti come il sole. Apr il cancello, sentimmo il familiare rumore di rotelle e su un lato, all'esterno della pista, nello spazio davanti alle gradinate, vedemmo l'altra squadra: le Killer del Circo, come le chiamavano tutti.
Quando entrarono in pista attraverso il cancelletto e presero a pattinare la folla impazz, alzandosi in piedi, facendo il tifo, lanciando popcorn e roba simile.
Le Killer del Circo si batterono il petto e lanciarono un urlo cos  forte e spaventoso che, lo ammetto, mi si sciolsero le viscere.

45.
Le Killer del Circo erano quasi tutte pi grosse di noi, tranne una, una ragazza di colore che era piccola e larga di spalle, ma sembrava capace di tirarti fuori dalla pelle e gettare via le ossa.
Cominciarono a girare attorno alla pista, esibendosi, raccogliendo applausi. Andavano sempre pi veloce. Le ruote dei loro pattini cantavano. Era una melodia perfetta, eseguita all'unisono. Dopo aver completato il secondo giro si voltarono verso di noi, sorrisero e ci indicarono, poi dissero tutte insieme: - Voi!
Quella che guidava il gruppo, Morte sulle Ruote, aveva un paradenti con dei denti disegnati sopra, denti enormi e brutti. Aveva i capelli tirati indietro e legati con un laccio di pelle.
- Siamo finite, - disse Gay.
- Stanno solo cercando di intimorirvi, - disse Elbert.
- Be', funziona, - disse Gay.
- Statemi a sentire. Sembrano toste e a quanto pare pattinano bene, -disse Elbert. - Ma cos'altro hanno?
- Sono una squadra, - disse Sue.
- Sono esperte, - aggiunse Miranda.
- Be', noi abbiamo cuore, - disse Elbert. - Il mio ce l'ho in gola, - disse Raylynn.
- Giocate come avete imparato a fare, e basta, - tagli corto Elbert.
- S, con i boy-scout.
- Siete in gamba, - disse Fulmine. - E stasera, se ce la mettete tutta, possiamo tirarvi fuori dalle peste. Basta che guardiate noi, che ci stiate a sentire, e vedrete che finir in gloria.
A quel punto ci fu l'annuncio, con i nomi delle nostre avversarie: Morte sulle Rotelle, Mary la Sanguinaria, Sam Razzo (Samantha per gli amici, disse), Lady Dracula, Danno Rotolante, Tina Tornado e, dulcis in fundo, Betty L'Assassina. Betty era la ragazza di colore bassa e robusta. Era il loro jammer.
Ripresero a pattinare, non verso il centro dove eravamo ferme noi, ma una dietro l'altra, finch non uscirono dal cancello che il cowboy teneva aperto. Si fermarono l, in attesa. Il cowboy guard Elbert e sorrise. Elbert gli mostr il dito medio.
- Non  carino, - dissi.
- Vero, - rispose Elbert. - Ma che goduria.
Bob disse: - Vi ho lasciate libere dal lavoro per un po', quindi vedete di non farvi ammazzare, perch da domani avr bisogno che alcune di voi tornino a portare i vassoi.
- Grazie per il discorso di incoraggiamento, - dissi.
- Okay, - disse Elbert. - Ragazze, vi siete riscaldate a sufficienza. E' arrivato il momento di pattinare sul serio. Ecco le posizioni.
Ci disse come sistemarci: io chiudevo la fila, perch ero il jammer. Questa era la strategia di Elbert. Diede a Bob la lista con i nostri nuovi nomi. Bob la port al presentatore e noi entrammo in pista nell'ordine concordato.
Facemmo il primo giro, poi il secondo, nel quale pattinammo pi basse e veloci, e quando passammo davanti alle Killer, senza che ci fossimo messe d'accordo, le guardammo e sorridemmo, poi io lanciai un urlo e le altre mi imitarono. Pattinammo sempre pi veloci attorno alla pista e quando fummo di nuovo davanti a loro ce ne uscimmo con un urlo da guerriere che scosse il tendone, forse addirittura pi forte di quello che avevano lanciato loro. Gay alz una gamba e afferrandosi una caviglia pattin su un piede solo. Continuando a tenersi la gamba gett indietro la testa, con stile.
Quando tornammo al centro, Elbert disse: - cos  si fa, ragazze. Avevi pianificato quella mossa, Gay?
- Faccio lezioni di danza, - rispose. - Mi  venuta cos .
Il presentatore continu a blaterare del pi e del meno, sottolineando come Marvel Creek fosse una bella cittadina, detto da uno che non vi aveva mai abitato, poi chiese alla folla se fosse pronta a seguire la gara vera.
La folla rispose con applausi, fischi e grida, pestando forte i piedi sulle gradinate. Sembravano decisamente pi pronti di noi.
Elbert si rivolse a Fulmine e a Rombo di tuono. Disse: - Cominceremo con voi due, Gay, Raylynn e Dot. Sue, tu e Miranda entrerete dopo.
- Bene, - disse Sue. - Ma fammi entrare il prima possibile. Sono sicura che, alla prima botta, mi lever di dosso tutta la paura. Se non ci rimetter un occhio.
- La penso allo stesso modo, - disse Miranda. - Senza quella cosa dell'occhio.
- Avanti, in pista, - disse Elbert.

46.
In pista ci mettemmo in posizione. Io e il loro jammer eravamo dietro, pronte a scatenarci. Lanciai un'occhiata al pubblico, scrutando in mezzo alla folla. E poi lo vidi. Pap. Nella fila pi in alto, dall'altra parte del tendone. Cercai di guardarlo senza che se ne accorgesse, simulando la massima disinvoltura. Ma lui mi vide. Aveva le mani sulle ginocchia e ne alz una in un accenno di saluto. Feci finta di non vederlo.
Qualcuno soffi in un fischietto, e la gara cominci. Mi sembrava di pattinare attraverso un sogno di melassa e ovatta. Non riuscivo a sentire nulla. Tutto quello che vedevo era come in un tunnel, con le pareti che mi si stringevano addosso, buio come una tomba. Poi, fu la Killer che mi pattinava a fianco, l'altro jammer, Betty l'Assassina, a riaprire le porte del mondo alla vista e all'udito dicendo: - Cosa fai dopo la scuola, ragazzina, giochi con le bambole?
Poi si allontan in un lampo.
Era gi alle spalle di Raylynn prima che lei si accorgesse del suo arrivo e ottenne un punto per averla superata mentre io le stavo dietro, come la coda di un aquilone.
Pass accanto a Fulmine e poi a Rombo di tuono, come se fossero inchiodate al pavimento. Cercai di recuperare, ma le altre Killer mi pattinavano davanti ogni volta, sbarrandomi la strada. Poi lo vidi. Un varco tra Morte sulle Rotelle e Lady Dracula. Era bello ampio. Spazio, tanto spazio. Era meraviglioso. Non avrebbe potuto essere pi invitante neppure se mi avessero fornito l'ingresso gratuito, consumazione inclusa.
Pattinai veloce, a testa bassa. Mi sentivo come stordita. Mentre stavo per sfrecciare attraverso quel varco mi resi conto che mi ero preoccupata troppo. Non era difficile come pensavo.
Mentre mi avvicinavo, pronta a infilarmi nel varco, due delle avversarie mi si affiancarono, con uno scarto laterale. Colpii Lady Dracula sul culo con la testa, visto quanto ero chinata. Fu come andare a sbattere contro un muro di mattoni. Senza quasi rendermene conto mi ritrovai in volo, ruotando su me stessa, e ricaddi sulla pista. Girai e girai sul sedere, come un topo in una centrifuga.
Quando mi rialzai, Betty l'Assassina aveva gi superato tutte tranne Gay, che era riuscita in qualche modo a restare in testa, pattinando come un demone, forse nel tentativo di allontanarsi dalle avversarie.
Mi rimisi in piedi e ricominciai, incavolata nera perch mi avevano fregato. Alzai lo sguardo appena in tempo per vedere Betty che sfrecciava sulla sinistra, con Gay alla sua destra.
Betty l'Assassina guard Gay e, per il puro gusto di offendere, disse a voce cos  alta che riuscii a sentirla chiaramente: - Non ti devi fermare per cambiare il pannolino, dolcezza?
Gay sfrecci a sinistra e attravers la pista, gridando come un'ossessa. Betty l'Assassina gir di scatto la testa verso di lei. L'urlo di Gay faceva accapponare la pelle.
Gay fece oscillare un braccio come un tronco attaccato a una catena. Prese Betty poco sopra il naso, in piena fronte. Fu un bel colpo. Le fece volare il paradenti dalla bocca alle gradinate, e la sped cos  in alto che i pattini dondolarono, arrivando quasi a toccare la luna.
Betty ricadde sul culo e rotol lungo la pista come una palla da bowling, fino al centro vuoto. Per un attimo pensai che fosse morta, e che il suo soprannome le si fosse rivoltato contro.
Gay stava ancora pattinando e proseguiva come se nulla fosse accaduto.
Aveva sul volto il classico sorriso di chi ha perso un paio di rotelle.
Qualcuno fischi.
Gay fu espulsa per gioco violento.
Ci spostammo di nuovo tutte al centro. Il cowboy si avvicin e si mise a inveire contro Elbert. Ed Elbert contro di lui. Il tipo col fischietto, nel quale individuai solo allora una specie di arbitro, a dimostrazione di quanto conoscessi le regole del gioco, si avvicin. Il presentatore continuava a blaterare, tenendo occupato il pubblico. Betty l'Assassina non era pi a terra, ma su una sedia, con la testa che le ciondolava. La scosse un po'. Tutta la sua squadra era attorno a lei.
- Questo si chiama gioco scorretto, - disse il cowboy a Elbert.
- Puoi dirlo forte, - rispose Elbert. - E naturalmente nessuna delle tue ragazze farebbe mai una cosa del genere.
- L'hanno fatto? - chiese il cowboy. - L'hanno fatto, per caso?
- Diamo tempo al tempo, - disse Elbert.
Il cowboy si allontan.
L'arbitro indic Gay e disse: - Lei  fuori, almeno per un round. Ma se Betty torna in pista, l'espulsione sar revocata. Niente regole rigide, qui.
- Mi pare giusto, - disse Elbert.
- Se ammazza qualcuno, per, - disse l'arbitro, - ci metto un attimo, a sbatterla fuori.
Gay era in piedi, lo sguardo fisso sulle avversarie. - Non mi piacciono, queste, - disse. La sua voce sembrava provenire da un posto lontano, dove tutto era buio e spaventoso e la gente indossava sempre costumi di Halloween. A vederla, avresti giurato che potesse brandire un'ascia da un momento all'altro, e prendersela con noi.
Rombo di tuono diede a Gay una pacca sulla spalla e disse: - Stai serena, e pensa a qualcosa di bello.
Fulmine rivolse lo sguardo verso Betty l'Assassina e disse: - Non sa neanche in che dimensione si trova. Si muove ancora tra due mondi.
- Non mi piacciono per niente, - ribad Gay, fissando le avversarie. -Nessuna di loro. Sono tutte brutte e cattive.
- Okay, - dissi. - Okay, va bene. Non devono piacerti per forza. Perch non te ne stai buona per un po' e pensi, che ne so, a quello che ha detto Rombo di tuono? Una cosa bella. Piacevole. Dei cuccioli, tipo.
Gay si sedette su una delle sedie, continuando a fissare le avversarie. Definirle incazzate sarebbe stato un eufemismo. Se Gay stava pensando a dei cuccioli, dovevano avere come minimo dei collari con i chiodi.
Mi girai verso Raylynn e sillabai: Oh mio Dio.
- Abbiamo creato un mostro, - disse Raylynn.
Quando l'arbitro si fu allontanato, Elbert ci radun attorno a s, tutte tranne Gay, che era ancora seduta sulla sedia. Elbert stava guardando il pubblico.
- Dot, - disse. - Ti ricordi la donna di cui ti ho parlato, quella che aveva tirato una lattina di fagiolini durante la gara?
- S, - risposi.
- Credo di averla vista tra il pubblico, - disse. - Ma dovrebbe essere molto vecchia, ora. Un centinaio di anni, forse. Avr le braccia deboli, non credi?
- Elbert, - dissi. - Stai diventando paranoico. Non pu essere qui. Neanche la conosco, eppure posso dirlo con certezza.
- Forse  cos , - disse. - Pu darsi. Okay, torniamo al punto. Buttatevi in pista e... be', pattinate veloci e non fatevi ammazzare.
- Che strategia geniale, - dissi.
- Ascoltate, - disse Rombo di tuono. - Ho un suggerimento. Posso, Mister?
Elbert annu.
- Andiamo tutte al centro della pista. Cominciamo muovendoci come un serpente, da sinistra a destra, ondeggiando, incrociandoci di continuo, con movimenti ampi ma senza disperderci. La testa del serpente, che sar io, rimarr ferma. Le altre tre si sposteranno a destra e a sinistra in un'unica onda, e il jammer rimonter dalla coda subito dopo la partenza. Voi farete muro. E' questo lo scopo del serpente. Un solo corpo. Per riuscirci meglio, quelle dietro di me dovranno tenersi per i fianchi. Il jammer chiuder la fila, cos  Jet potr prendere un bello slancio, quando la lasceremo andare.
- Saranno parecchio incazzate, eh? - disse Sue, guardando l'altra squadra che rientrava in pista.
- Altroch, - risposi.

47.
Una volta tornate in pista, ci rimettemmo in fila. Sue era dentro, Miranda ancora fuori, e Gay stava raffreddando i bollori dopo essersi dimostrata infida come un serpente.
Accanto a me c'era il loro nuovo jammer, Lady Dracula. Era alta, con una bella muscolatura lunga. Aveva i capelli neri come la pece, e pure il rossetto era nero. I suoi occhi erano segnati cos  pesantemente dall'eyeliner che mi stupiva riuscisse a tenere la testa alta.
Betty l'Assassina era ancora seduta su una sedia al centro, con il capo ciondoloni. Gay era seduta di fronte a lei, e aveva girato la sedia in modo da poterla guardare negli occhi.
- Allora, - dissi a Lady Dracula. - Betty l'Assassina si  presa una piccola pausa?
- Preparati a morire, - disse Lady Dracula. - Anzi, preparatevi tutte.
- Chi te li fa i tatuaggi? - chiesi. - Un bambino di terza elementare?
- Proprio penosa, come battuta, - ribatt.
- Non ho avuto il tempo di pensarne una migliore, - dissi.
- Jet, - disse lei. - Ti spengo tutti i motori.
Qualcuno fischi.
Riprendemmo a giocare, e Lady Dracula mi si piazz davanti. Quando cercai di superarla, curv davanti a me. Anche se non si guardava mai alle spalle, sembrava sapesse sempre dov'ero. Curv ancora per sorpassare Sue, alias Lady Martello.
Pi avanti, Rombo di tuono conduceva le nostre ragazze, cercando di tenere insieme quella formazione a serpente ma senza riuscirci. Lady Dracula procedeva schivandole una dopo l'altra, per poi passare in prima fila, senza sforzo, come se stesse infilando un ago.
Vidi Raylynn che si guardava alle spalle, per prendere la stessa traiettoria di Lady Dracula. Poi Raylynn si gir e cominci a pattinare all'indietro, sempre di fronte a Lady Dracula ma guardandola in faccia con un'espressione agguerrita, dicendole un paio di quelle paroline che non vorresti mai sulla tua lapide. Mentre Lady Dracula era distratta da Raylynn e impegnata a dar fondo a tutto il suo vocabolario, la sorpassai di gran carriera, passandole cos  vicino che se avessi avuto un altro strato di cellule ci saremmo trovate a usare le stesse gambe.
Rombo di tuono gett uno sguardo dietro di s e fece un cenno col capo. La nostra squadra cominci a raggrupparsi, tutte tranne Raylynn che era ancora impegnata a pattinare all'indietro, sfrecciando davanti a Lady Dracula quando cercava di passare: un trucchetto che ci aveva insegnato Elbert, e che si stava rivelando molto utile.
Fulmine era davanti a me. La afferrai per i fianchi. Lei prese i fianchi di
Baby Martello e Baby Martello prese i fianchi di Rombo di tuono. Cominciammo a muoverci come un serpente. Mollavamo grandi ancate alle avversarie per allontanarle, ma senza mai staccarci l'una dall'altra. Ci riuscimmo.
In curva il serpente, come aveva previsto Rombo di tuono, si spezz e io mi staccai, correndo tanto veloce che mi sarei quasi aspettata di vedere una bandiera a scacchi. Doppiai la squadra avversaria, mentre la folla applaudiva.
Fu magnifico.
cos  magnifico che diventammo fin troppo ardite. Quando raggiunsi di nuovo il gruppo, Fulmine disse: - Frusta.
Sapevo di cosa si trattava perch l'avevo visto fare a lei e a Rombo di tuono durante gli allenamenti. E' quando una tua compagna, mentre le passi accanto, ti afferra la mano e ti lancia in avanti, facendoti guadagnare pi velocit in curva.
Allungai la mano, Fulmine l'afferr, e appena la pista cominciava a curvare mi lanci. Sentivo il vento che soffiava cos  forte da temere che mi strappasse i capelli dalla testa. Mi sollevai sulle ginocchia e continuai ad andare dritta, cosa che non avevo programmato. Poco prima di finire oltre la ringhiera e poi in mezzo alla folla, pensai che da quel momento in poi la nonna sarebbe riuscita ad avere una stanza tutta per s.
Non ricordo se colpii la ringhiera o la scavalcai in volo: ricordo solo che mi svegliai in prima fila con un sacco di gente attorno. In mezzo alla folla c'era mio padre e anche Top, in pantaloncini, maglietta e stivali da lavoro. C'erano anche la mia famiglia, Herb e pure una ragazzina coi codini che non avevo mai visto prima.
Guardai Top. - Ce l'hai fatta, a venire.
- S, - disse lei.
Pap disse: - Dot, stai bene?
- Definiscimi "bene".
- Ci riesci, a metterti seduta? - chiese Top.
Mi misi seduta.
- Wow, - dissi. - Ho visto gli uccellini, per un minuto. Ed erano belli grossi.
Herb mi aiut a rimettermi in piedi.
- Niente ossa rotte, - disse. - Stai alla grande.
- E' il sudore che mi fa splendere tutta, - dissi.
Top mi sorrise e disse: - Forse non sei stata abbastanza aggressiva.
Scoppiai a ridere, e questo mi fece venire una fitta nel punto dell'addome che aveva sbattuto contro la ringhiera.
La ragazzina con i codini disse: - E' stato divertente.
- Grazie, tesoro, - risposi. - Lo apprezzo tanto, sul serio.
- Ti senti bene? - chiese di nuovo pap.
Lo guardai. I suoi occhi erano spalancati e il viso era contratto per la paura.
- Sto bene, - dissi, allungando una mano per toccargli il braccio.
- Devi ritirarti, - disse.
- No, - risposi, poi mi girai verso la folla e agitai una mano per mostrare a tutti che stavo bene. La folla applaud.
Tornai sul pavimento di legno accanto alla sbarra, pattinai fino al cancelletto e tornai in pista, le mani in alto, la folla che continuava ad applaudire.
Fu un gran momento, e tutta la nostra squadra riprese a giocare. Persino Gay torn in pista per un po', ma dal momento in cui ero finita su quelle gradinate cominci la discesa.
Le Killer del Circo ci diedero una bella bastonata. Il punteggio finale fu 40 a 20. L'unica cosa positiva del resto della partita fu che nessuna di noi ci lasci le penne e uscimmo dalla pista con tutte le dita, gli occhi e le rotule al loro posto.
48.
Tornate nello spogliatoio, ci sedemmo sulle panche per toglierci i pattini. C'era anche Elbert al centro, in piedi.
Elbert disse: - Bene. Abbiamo perso, e pure di brutto, in modo a volte piuttosto imbarazzante, ma avete dato il massimo. E avete uno spogliatoio tutto per voi.
- Ho colpito un'avversaria, - disse Gay.
- S, - disse Elbert. - L'hai fatto.
Gay mi sembrava ancora un po' strana. Non mi piaceva il modo in cui sorrideva.
- Non abbiamo vinto i diecimila dollari, - continu Elbert. - Ma potete tornare a casa con orgoglio per come avete giocato.
Raylynn si alz in piedi e raggiunse il centro della stanza. Allung le braccia in avanti.
- Senza un soldo, ma orgogliose, - disse. - Fender Lizards, tutte qui, forza.
Ci alzammo e la raggiungemmo, mettendo le mani una sopra l'altra. Elbert si avvicin, pos la sua in cima e disse: - Uno per tutti, tutti per uno.
Lo urlammo tutte insieme, e facemmo un ruggito.
Avevamo appena finito quando l'altra squadra entr nello spogliatoio. Betty l'Assassina aveva un bernoccolo sulla fronte grande quanto una mela. Si avvicin a Gay.
Gay la fiss e disse: - Ne vuoi un altro?
Betty scoppi a ridere. - No, grazie. Siamo venute a dirvi che siete la squadra peggiore contro cui abbiamo mai giocato. Non sapete distinguere la merda dal miele selvatico e pattinate come ragazzini di dodici anni a una festa, ma avete pi cuore e anima di un coro di chiesa.
- E' una cosa buona? - chiese Gay, guardandomi.
- Direi proprio di s, - risposi.
- Magari ci sar un'altra occasione per disintegrarvi, - disse Sam Razzo. Aveva una di quelle facce che si vedono sui manifesti dei ricercati e portava ai denti una macchinetta nera e dorata. Il serpente tatuato sul suo bicipite sembrava guardarmi.
Betty l'Assassina allung una mano.
Raylynn, che era la pi vicina a lei, fece per stringergliela.
Betty l'Assassina spost la mano e guard Gay: - Prima lei.
Gay tese lentamente la mano e se la strinsero.
Le Killer del Circo ci strinsero tutte la mano e con un cenno del capo e un grugnito ci lasciarono sole.

49.
Elbert se ne and e ci vestimmo tutte. Uscii con Raylynn e mi fermai in piedi sotto la notte stellata. Mamma, Frank e nonna si congratularono con noi e tornarono a casa.
C'era una festa al Dairy Bob per la squadra. Herb era l ad aspettarmi. Raylynn and a casa, aveva lasciato i bambini con una baby sitter e non poteva trattenersi. Era riuscita in qualche modo a comprarsi una macchina usata. Non era malaccio, anche se il paraurti anteriore era fissato con del nastro adesivo. Disse: - Non avrei voluto perdermi questa cosa per niente al mondo. Grazie, Dot.
- Grazie? Abbiamo perso.
- Uno per tutti, tutti per uno, - disse. - E' stato bello. Domani si torna a lavorare e alla solita vita, ma stasera era tutto diverso. E questa esperienza non ce la toglier nessuno. Non la dimenticheremo mai.
- E' vero, - dissi, e l'abbracciai. - Dai un bacio ai bambini.
- Promesso.
La osservai andare via. Quando la macchina scomparve, pap usc dall'ombra del tendone e venne verso di me, le mani ficcate nelle tasche dei pantaloni, la testa china.
- Raylynn se n' appena andata, - dissi.
- S, - disse lui. - Lo so. Devo delle scuse anche a lei, ma volevo dirti di nuovo che mi dispiace. Non ho risposte giuste per te, posso solo dire che sono stato un codardo. Sono stato un codardo ad andarmene. E un codardo a non dire a tua madre che non ce la facevo pi.
- Mi sa tanto che sono d'accordo, - dissi.
Lui annu. - Mentre ti guardavo, stasera, ho capito una cosa: almeno tu non sei codarda. Per fortuna non hai preso da me.
- Se la cosa ti pu far sentire meglio, - dissi, - pattinare in una gara e mandare avanti una famiglia non sono esattamente la stessa cosa. Me ne rendo conto.
- In ogni caso, - disse, - sono orgoglioso di te. Ma non posso tornare.
- Mamma non ti riprenderebbe, - dissi. - Non ora.
- D'accordo. Ma se anche fosse disposta a farlo, io non potrei. Ho ricominciato daccapo. Ho preso un'altra strada. Non avrei dovuto, almeno non nel modo in cui l'ho fatto, ma  accaduto. Le cose sono cambiate, e non si pu tornare indietro. E' come quando invecchi. Che tu lo voglia o no, accade e non puoi pi tornare giovane. Mi dispiace di non esserci stato per te, per tutti voi.
- Va bene, - dissi. In realt avrei voluto reagire in modo pi forte, ma sinceramente avevo perso ogni residuo di energia. Tutto quello che riuscivo a fare era non piangere.
- Pensavo una cosa, per, - disse lui. - Non posso cambiare il passato, il modo in cui ho gestito le cose, ma forse potremmo... come si dice... restare in contatto.
- Non lo so, - dissi.
- Capisco, - disse lui. - E non ti biasimo. Neanche un po'. Tutto quello che ti chiedo  di darmi una possibilit. Possiamo andare a pranzo o a cena insieme, qualche volta. Parlare un po'. Magari trover il modo di spiegare meglio le cose.
- Puoi passare una vita intera, a spiegarle, - dissi. - Ma questo non le render migliori. Adesso lo so.
- Per potremmo parlare. E potrebbe farci bene.
Annuii. - Potremmo provare a farlo.
- Un abbraccio?
- Non esageriamo, - dissi. Allungai una mano.
Pap guard la mia mano tesa nell'aria. Tir fuori la sua dalle tasche e me la strinse.
- Okay, - disse.
50.
Alla festa mangiammo hamburger e ci vantammo delle cose belle che avevamo fatto. Gay cominci a pensare che forse non voleva fare pi la modella, che forse voleva essere una reginetta delle gare, invece.
Le dicemmo di dormirci su.
C'era un vecchio juke box nel Dairy Bob, e Bob mise una sfilza di dischi, tutta quella roba degli anni Cinquanta e Sessanta che lui amava tanto e che, a dire la verit, adoravo anche io. C'era qualcosa di speciale in quella musica, era come se arrivasse dritta al cuore. Cominciammo a ballare. Io e Herb, e a volte le ragazze tutte assieme, comprese Rombo di tuono e Fulmine, che dopo quella sera non vidi pi.
Avevo invitato Top e lei ci raggiunse: parlammo dello studio necessario per affrontare l'esame di diploma e decidemmo di cominciare subito. Ball con Bob, e pi tardi li vidi seduti sul bancone, i piedi penzoloni, le teste vicine, sorridenti. Non ero sicura se il modo in cui si erano messe le cose mi piacesse o mi facesse schifo.
Alla fine della serata, la caviglia infortunata era un po' gonfia.
Herb mi segu fino a casa. Mi sarei quasi aspettata di vedere il furgone di Elbert, ma non c'era. Parcheggiai, e Herb si ferm accanto alla mia macchina. Scendemmo e ci avvicinammo tra le due auto.
Herb disse: - Tu sei una ragazza meravigliosamente diversa da tutte le altre, Dot.
- Lo so, - risposi.
Lui sorrise. - Ci avrei scommesso.
- Sai una cosa? - chiesi.
- Cosa?
- Potremmo darci un bacio, - dissi.
- Niente da obiettare.
E ci baciammo.
A dirla tutta, ci baciammo molte volte.
Herb risal in macchina e disse: - Ci vediamo domani.
- Voglio farmi una bella dormita, - dissi. - E poi credo proprio che star un po' con la mia famiglia. Ho il tuo numero di telefono e nessun telefono da cui chiamarti, quindi lo far appena posso, dal Dairy Bob.
- Mi piacerebbe, - disse.
Se ne and. Io restai l per un po', appoggiata alla mia macchina. Guardai verso le stelle e la luna. Mi ci volle del tempo per adattarmi al buio, dopo aver fissato le luci del parcheggio, ma trascorso qualche istante riuscii a vederle. Erano chiare, bianche e bellissime. La luna era come un occhio dolce e bianco.
Presi i pattini dal sedile posteriore ed entrai in silenzio nella roulotte. Al buio, mi tolsi la divisa da gara e mi infilai il pigiama. Mentre scivolavo nel letto, nonna si gir nel suo e disse: - E' uno sport idiota. Lo sai.
- E' vero, - dissi.
- Per, - disse lei, - per essere uno sport stupido, sei piuttosto brava.
- Grazie, nonna.

51.
Quando mi svegliai era ancora buio, ma c'erano sprazzi di luce nell'ombra, come se qualcuno stesse versando un po' di sole nella cioccolata. Mi svegliai e indossai la divisa da gara, anche se puzzava di sudore. Portai con me calzini e pattini. Feci tutto in silenzio per non svegliare nessuno. Uscii, mi sedetti sugli scalini, infilai i calzini, allacciai i pattini e vidi il furgone di Elbert, che doveva aver parcheggiato in cortile durante la notte. Fui felice di vederlo.
La luce si stava facendo pi intensa, ora era pi vaniglia che sangue. Sentivo gli uccelli cantare e le macchine e i camion che sfrecciavano sulla statale, dietro il parcheggio delle roulotte.
Scesi i gradini e passai accanto alla mia macchina, sollevando i piedi per riuscire a camminare con i pattini. Quando imboccai il viale asfaltato, guardai dritto davanti a me. Sembrava molto pi breve di un tempo.
Cominciai a pattinare. Mi sentivo un po' rigida e avevo un lieve fastidio alla caviglia, ma tutto pass nel giro di pochi secondi e mi sentii alla grande.
Pattinai lungo il viale, pensando a come era cambiata la mia vita. Pensai a pap, e pur continuando a non essere entusiasta delle sue scelte, i miei sentimenti nei suoi confronti erano cambiati: ora c'era un legame tra noi, per quanto fragile.
Pensai al diploma che avevo intenzione di ottenere grazie all'aiuto di Top, e pensai a Bob e al Dairy Bob, che avrei lasciato perch volevo lavorare al canile, insieme a Top. Ma Bob mi piaceva sempre e pensavo ancora che facesse degli ottimi hamburger e delle patatine scadenti: questo non sarebbe cambiato mai.
Pensai a Elbert, a come si fosse comportato da vero zio. Da padre, persino. Pensai a lui e a mamma, e sperai che le cose andassero a buon fine, tra loro due. Pensai a Herb, e pensare a lui mi fece pensare a un sacco di altre cose. Presi il ritmo. L'alba era dorata. Chinai il capo e pattinai forte.
Mi sentivo veloce, e potente.
...
.
...
FINE.